Le unioni omosessuali

Se due persone dello stesso sesso non legate da vincoli di parentela vivono insieme in modo stabile vengono considerati conviventi. Così ha deciso la Corte Costituzionale nell’anno 2010. In Italia gli omosessuali non possono sposarsi , come invece accade in molti stati stranieri.
Il Parlamento Europeo ha chiesto agli stati membri di garantire alle coppie non sposate e omosessuali parità di diritti e di fare i passi necessari per consentire il matrimonio tra persone dello stesso sesso.
In Italia manca una normativa che regoli diritti e doveri della coppia omosessuale. Alcuni comuni consentono la registrazione delle coppie omosessuali conviventi nel registro delle unioni civili.
E’ stata soprattutto la giurisprudenza a stabilire la estensibilità di alcuni diritti alle coppie omosessuali: L’Assistenza sanitaria viene riconosciuta anche al convivente omosessuale stabile e non occasionale; Il Risarcimento del danno per morte del convivente omosessuale in conseguenza di un fatto illecito; Il diritto di astenersi dal testimoniare nel processo penale contro l’altro convivente accusato di un reato. Questi sono i diritti già riconosciuti da alcuni giudici italiani alle coppie conviventi omosessuali, in mancanza di norme di legge apposite.
Non sono applicabili ai conviventi omosessuali le regole applicabili alle coppie sposate né le regole di assistenza e collaborazione per le coppie conviventi eterosessuali.

La famiglia di fatto

La famiglia è generalmente intesa come un gruppo di persone legate da vincolo di matrimonio, di parentela e di affinità. Nella famiglia intesa nel senso strettamente giuridico rientrano quindi i coniugi, i figli, i parenti (ad esempio zii, nonni e cugini) e gli affini (ad esempio i suoceri ed i cognati).

I numerosi cambiamenti sociali avvenuti anche in Italia, sia pure con grande ritardo rispetto agli altri paesi europei, hanno messo in risalto una nuova configurazione della famiglia. Se una coppia, ovvero due persone di sesso diverso, convive stabilmente e i due conviventi rispettano sostanzialmente i doveri che nascono dal matrimonio si parla di famiglia di fatto.
La legge non prevede norme specifiche di regolamentazione della convivenza ma ai conviventi si applica una serie di norme che riconosce loro diritti e doveri simili e a volte identici a quelli delle coppie sposate.
Le caratteristiche della convivenza.
La convivenza diventa rilevante per la legge quando è stabile e non occasionale e quindi simile al rapporto tra coniugi. La giurisprudenza qualifica la convivenza stabile come convivenza “more uxorio”, cioè come marito e moglie. Viene anche definita unione di fatto o unione civile.
I conviventi possono fare riconoscere il loro stato di convivenza iscrivendosi nei registri anagrafici; così facendo la convivenza risulterà dal certificato di stato di famiglia. La situazione di convivenza può anche essere autocertificata: in questo caso i conviventi attesteranno sotto la propria responsabilità il loro stato di convivenza. La certificazione della convivenza può essere utile per esempio per l’assegnazione della casa popolare o per ottenere permessi di lavoro.
Recentemente alcuni comuni hanno istituito il registro delle unioni civili al quale possono iscriversi i conviventi. Vi sono alcuni requisiti che debbono essere rispettati per potersi iscrivere al registro: assenza di precedente vincolo giuridico (matrimonio, affinità, adozione, tutela e curatela). Se uno o entrambi i conviventi sono sposati deve esservi una separazione legale con decreto di omologa. Molti comuni richiedono che la coabitazione duri da almeno un anno.
Per effetto della iscrizione al registro delle unioni civili vi possono essere alcuni benefici amministrativi in materia dio casa, sanità, servizi sociali, sport e tempo libero, scuola e servizi educativi, trasporti.

In generale la giurisprudenza riconosce che tra i conviventi vi sia un dovere di reciproca solidarietà simile a quello che esiste tra i coniugi. Non è però possibile, perchè la legge non lo prevede, estendere tutti i doveri nascenti dal matrimonio alle convivenze.
Non esiste pertanto un dovere di mantenimento del convivente.
Del pari non esiste il dovere di contribuire ai bisogni della famiglia di fatto.
In caso di disaccordo tra i conviventi è discusso se si possa chiedere al giudice di decidere cosa è meglio fare.
In generale non è possibile regolare i rapporti personale della convivenza con un accordo scritto, come invece avviene in altri paesi. La legge non prevede alcuna regola sul regime patrimoniale della famiglia di fatto, E’ invece riconosciuto dalla giurisprudenza un dovere di collaborazione e di assistenza nella famiglia di fatto.
E’ invece importante sottolineare che i conviventi possono regolare i propri rapporti economici e patrimoniali stipulando un accordo o patto di convivenza, un contratto che ha lo scopo di evitare possibili liti future e di fornire una sicurezza finanziaria al convivente economicamente più debole. Le caratteristiche dei contratti di convivenza saranno esaminate in un articolo dedicato.
Per quanto riguarda i figli della coppia convivente è noto che dal 1 gennaio 2013 i figli nati da genitori conviventi sono equiparati ai figli nati da genitori sposati. Non esiste quindi più la distinzione tra figli legittimi (nati nel matrimonio) e naturali (nati da convivenza). A seguito della riforma le norme che regolano i rapporti tra i genitori ed i figli in caso di separazione e divorzio si applicano anche in caso di cessazione della convivenza. E’ sempre il Tribunale a prendere i provvedimenti sull’affidamento dei figli, anche in caso di cessazione della convivenza. Questi provvedimenti riguarderanno sia l’affidamento, sia la assegnazione della casa familiare.

L’Usucapione

L’usucapione, prevista e disciplinata dall’art. 1158 del codice civile, è un istituto giuridico attraverso il quale è possibile acquistare un diritto di proprietà su un bene (mobile o immobile) o un diritto reale di godimento (usufrutto, uso, abitazione, servitù) senza necessità di un contratto di acquisto o di un testamento ed addirittura senza la necessità di un accordo con il proprietario originario del bene stesso.
Per poter usucapire il bene è necessario esserne stati possessori in modo continuativo ed ininterrotto per un periodo di tempo che può essere, a seconda del tipo di bene, di 20, 10 o 3 anni.
Il possesso può anche essere in mala fede, cioè il possessore può anche essere consapevole che quel bene sia di proprietà altrui. E’ necessario però che il possesso del bene avvenga senza violenza o clandestinamente, cioè il possessore deve possedere il bene “alla luce del sole” , davanti a tutta la collettività e non deve esercitare il possesso impedendone, per esempio, l’accesso al proprietario con recinti o muri o cambiando la serratura della porta di accesso, né deve trattarsi di una occupazione abusiva. Altrettanto non si usucapisce un bene nella ipotesi di chi ne faccia un uso clandestino, ad esempio recandovisi di notte, di nascosto.
Il possessore, ai fini dell’usucapione, deve compiere atti sul bene come se ne fosse il proprietario e quest’ultimo, al contrario, deve disinteressarsi completamente del bene di sua proprietà, senza mai rivendicarne la proprietà e senza compiere alcun atto sul bene (per tutto il tempo necessario alla usucapione), sia che sappia sia che non sappia che un terzo lo stia utilizzando. L’uso del bene deve essere continuativo ed ininterrotto, il che vuol dire che il possessore deve compiere atti sul bene come se ne fosse il proprietario in modo continuativo per gli anni richiesti dalla legge (20 o 10 o 3 anni) ed ininterrottamente, cioè il possesso non deve interrompersi per un periodo superiore ad un anno. L’interruzione si verifica sia quando, ad esempio, il possessore per oltre un anno non compie atti tipici del proprietario e quindi non faccia uso del bene per oltre un anno oppure quando il proprietario del bene compia un atto sul bene e ne faccia uso. In questi casi il termine dell’usucapione si interrompe ed il computo degli anni (20 o 10) dovrà riniziare da capo non appena il possessore riprenda a far uso del bene.
Come già detto ai fini della usucapione è necessario che il possesso si protragga, con le caratteristiche sopra evidenziate, per un periodo specifico stabilito dalla legge:
– 20 anni per gli immobili dei quali il possesso sia stato acquistato in mala fede.
– 20 anni per i diritti di godimento sopra un immobile (usufrutto, uso, abitazione, servitù);
– 10 anni per gli immobili in presenza di specifiche condizioni:
1. che il possesso sia iniziato in  buona fede
2. che vi sia un titolo astrattamente idoneo a trasferire la proprietà,o altro diritto reale di godimento
3. che il titolo sia stato trascritto
– 10 anni per i beni mobili se il possesso degli stessi è in buona fede, 20 anni se il possesso degli stessi è in mala fede (cioè il possessore sapeva che il bene mobile è di proprietà di un altra persona);
– 10 anni per i beni mobili iscritti nei pubblici registri (v. automobili, imbarcazioni, ecc.);
– 3 anni dalla trascrizione per i beni mobili iscritti nei pubblici registri acquistati in buona fede da chi non ne è proprietario.
L’esempio tipico di usucapione è quello del contadino che inizi ad usare il fondo confinante abbandonato dal proprietario, che magari si trova all’estero e si disinteressa del suo terreno per oltre 20 anni, senza mai coltivarlo o recintarlo o compiere un qualsiasi altro atto volto a rivendicare la sua proprietà.
Non sono usucapibili i Beni Demaniali e del Patrimonio dello Stato o di altri Enti territoriali come il Comune. Quindi ad esempio non si può usucapire un posteggio pubblico.
L’usucapione, però, per determinare l’acquisto del bene, richiede una sentenza del Tribunale. Pertanto chi, in presenza delle condizioni sopra indicate, voglia acquistare un bene o un diritto reale per usucapione dovrà incardinare una causa avanti al Tribunale del luogo ove si trova il bene e per provare il possesso ininterrotto e continuativo potrà far ricorso anche a dei testimoni.

I contratti di locazione ad uso abitativo.

La legge 9 dicembre 1 998, n. 431, che regola la locazione degli immobili, ha abolito
il regime vincolistico previsto dalla legge 27 luglio 1 978, n. 392 (meglio conosciuta
come “equo canone”), che obbligava i proprietari di immobili ad affittare a un canone prefissato.
Oggi vi sono varie tipologie di contratti, ma due sono quelli principali.

Contratto a canone libero
Proprietario (Locatore) e inquilino (conduttore) si accordano sull’importo del canone e sulle altre condizioni della locazione con l’obbligo, tra gli altri, di rispettare la
durata minima di 4 anni più 4 di rinnovo, salvo casi particolari tassativamente previsti
(subentro del proprietario, vendita o integrale ristrutturazione dell’immobile ecc.);
quindi, per riassumere, con questo contratto di locazione, l’immobile è affittato per 4 anni + 4, il canone di locazione è liberamente stabilito dalle parti e il proprietario può godere di agevolazioni sul pagamento dell’IMU (solo se l’immobile si trova in uno dei Comuni che hanno deliberato la riduzione dell’aliquota per immobili affittati ad uso abitativo).

Contratto a canone concordato (o concertato)
Il contratto di locazione agevolato è regolato dalla legge 431/1998. Le condizioni generali del contratto vengono stabiliti da un Accordo locale tra le principali organizzazioni rappresentative della proprietà edilizia (ad esempio: Confedilizia, UPPI, ASPPI, ecc.) e le principali associazioni sindacali dei conduttori (ad esempio: SUNIA, SICET, UNIAT, ecc.) alla presenza solitamente dell’Assessore comunale o del Sindaco.
Quindi con questi accordi generali vengono fissate alcune caratteristiche e tipi di contratto (agevolato, transitorio, per universitari), durata, rinnovo, importo canone, aggiornamento ISTAT, clausole di rescissione, oneri accessori, uso e consegna, ripartizione spese, modifiche e migliorie, esigenze particolari del locatore/conduttore, varie ed eventuali.
Per stabilire i valori dei canoni di locazione il territorio comunale viene suddiviso in zone urbane omogenee, cioè delle aree aventi caratteristiche simili per valori di mercato, dotazioni infrastrutturali (trasporti pubblici, verde pubblico, servizi scolastici e sanitari), tipologie edilizie (categorie e classi). Per ogni area gli Accordi territoriali stabiliscono un valore minimo e un valore massimo del canone considerando la categoria catastale, lo stato manutentivo dell’immobile, eventuale/i pertinenze/i, presenza di spazi comuni, dotazioni di servizi tecnici, presenza di mobilio. In base a tutti questi parametri, quindi, viene determinato il canone annuo o mensile che deve essere indicato nel singolo contratto.
Una volta concluso e firmato dalle parti, l’Accordo territoriale viene pubblicato e messo a disposizione di tutti i soggetti che desiderano stipulare questa forma di contratto. Lo si può trovare nei siti dei Comuni oppure recandosi direttamente alle Associazioni di categoria locali.
In questo tipo di contratto il canone di locazione è inferiore ai correnti prezzi di mercato per andare incontro alle esigenze di chi vuole prendere in locazione un immobile. Il proprietario che affitta l’immobile con questo tipo di contratto ha dei vantaggi fiscali relativi al reddito percepito. Se il reddito percepito dal locatore viene riportato in dichiarazione dei redditi, grazie al fatto che il contratto è stato stipulato in regime convenzionale (agevolato) il locatore gode di uno sconto sulla base imponibile pari al 30%, che pertanto abbatte sensibilmente l’IRPEF da versare.
Se il locatore, invece, sceglie di pagare la cedolare secca, il reddito percepito viene tassato direttamente. Il locatore pagherà il 10% del canone annuo percepito .
I contratti di locazione ad uso abitativo a canone concordato hanno durata di 3 anni + 2 .

E’ anche possibile stipulare contratti di locazione ad uso transitorio e a canone concordato che devono avere durata minima di 1 mese, massima di 18 mesi non rinnovabili. In questo caso non vi sono agevolazioni fiscali per il proprietario.
Vi sono inoltre contratti di locazione a canone concordato per studenti universitari. In questo caso il canone di locazione è fissato dall’accordo territoriale tra organizzazioni sindacali,
università e associazioni degli studenti. La locazione deve avere durata minima di 6 mesi e massima di 36 mesi e sono previste agevolazioni fiscali per il proprietario.

Il divorzio.

Dopo tre anni dalla separazione legale i coniugi possono richiedere il divorzio. Con il divorzio cessano definitivamente gli effetti civili del matrimonio religioso o, se il matrimonio è stato celebrato con il rito civile, il matrimonio si scioglie.
Ci sono due modi per divorziare: se i coniugi sono d’accordo si può procedere ad una richiesta di divorzio congiunto, se invece i coniugi sono in disaccordo si deve procedere ad una richiesta di divorzio giudiziale.
In entrambi i casi è necessario rivolgersi e farsi assistere da un avvocato.
Nel caso di divorzio congiunto i coniugi possono essere assistiti da un solo avvocato per entrambi oppure ciascuno può essere rappresentato dal proprio legale. Nel caso di divorzio giudiziale, al contrario, ciascuno dei coniugi deve necessariamente essere assistito dal proprio avvocato.
La recente legge n. 162/14 ha introdotto la possibilità che i coniugi si rivolgano direttamente all’Ufficiale dello Stato civile del Comune di loro residenza per far dichiarare il divorzio .
La stessa legge ha anche introdotto la così detta Negoziazione Assistita, una procedura per il divorzio congiunto che può essere messa in atto solo attraverso gli avvocati, in particolare ciascun coniuge dovrà essere rappresentato dal proprio legale. Rimandiamo ad altro articolo la trattazione della Negoziazione, che per altro è ancora oggi poco applicata.
Il divorzio può essere richiesto solamente in presenza di ben precise condizioni stabilite dalla legge. In primo luogo devono essere trascorsi tre anni dalla separazione legale (il decorso dei tre anni si calcola a partire dalla prima udienza di separazione). In secondo luogo durante questi tre anni i coniugi non devono aver ripreso la convivenza o meglio non devono essersi riconciliati.
Solamente con il divorzio il rapporto di coniugio cessa di esistere legalmente, tanto è vero che solo a seguito del divorzio i coniugi, perdendo lo status di coniuge, non saranno più l’uno erede dell’altro. Ricordiamo infatti che durante la separazione legale i due coniugi, pur essendo separati, sono pur sempre coniugi in senso legale e quindi se uno di loro muore l’altro erediterà insieme ai figli (se presenti).
E’ importante, per ottenere la massima tutela, rivolgersi a legali specializzati nel diritto di famiglia.

I disturbi del sonno: Bruxismo, Sonnambulismo, Pavor Nocturnus.

Il Bruxismo.
Il Bruxismo notturno, come quelli già trattati, è un Disturbo Primario del Sonno inquadrato nelle Parasonnie.
Il Bruxismo si concretizza nel digrignare i denti durante il sonno, sfregandoli e serrandoli. I muscoli coinvolti nella masticazione dovrebbero stare a riposo durante la notte, nel caso di Bruxismo, invece, tali muscoli vengono riattivati durante la notte a più riprese. Al risveglio il soggetto potrà sentire dolori al viso, al collo, dietro alle orecchie, mal di schiena, dolori cervicali.
Se persistente questo disturbo del sonno può provocare erosione dei denti, ferite sulla lingua ed in bocca.
Il Bruxismo sembra provocato da diversi fattori, fra i quali la predisposizione familiare, i fattori ambientali (stress), il disagio psicologico e la tensione emotiva.
In genere lo stress e l’ansia possono provocare o aggravare il Bruxismo.
Per evitare danni ai denti o le ferite in bocca si può utilizzare un bite, da tenere in bocca durante la notte. In ogni caso, però, poiché tale disturbo è legato a stati emotivi nervosi o a stress, sarebbe utile approfondire attraverso degli incontri con lo psicologo.

Il Sonnambulismo.
Anche il Sonnambulismo è un Disturbo Primario del Sonno, inquadrato nelle Parasonnie.
SI verifica quando la persona, durante il sonno, si alza dal letto e compie gesti ed azioni pur continuando a dormire ed in stato di incoscienza. Il sonnambulo è in grado di fare tutto durante tale stato incosciente, può anche rispondere a domanda, può mangiare addirittura, può uscire di casa, diventando per altro pericoloso per sé e per gli altri. Al risveglio la persona non ricorda nulla di quanto accaduto durante la notte, spesso è disorientata sul dove si trova.
Il Sonnambulismo è in genere più frequente nei bambini, negli uomini adulti e nelle giovani donne. Le cause possono essere anche familiari e spesso tale disturbo sorge nei bambini a causa di disagi psicologici.
Il Sonnambulismo si può individuare attraverso la presenza di vari fattori durante il sonno: il movimento, il compimento di movimenti complessi, la difficoltà nel farsi risvegliare, mancata reattività, stato confusionale al risveglio, amnesie, stanchezza durante il giorno.

Il Pavor nocturnus.
Anche questo è un disturbo del sonno inquadrato nella Parasonnie.
Si verifica il Pavor nocturnus (o terrore nel sonno), quando il soggetto si sveglia in piena notte terrorizzato, con attacchi di pianto o grida, senza sapere perchè.
Il Pavor determina stanchezza, disagi, stress ed ovviamente altera il ciclo naturale del sonno. Il terrore in genere si manifesta nella prima fase del sonno ed ha una durata che può arrivare anche ai 10 minuti. Al risveglio il soggetto non ricorda nulla, ma rimane l’agitazione e l’ansia.
Esso è causato da vari fattori, soprattutto stai forti di ansia e di stress, fattori ambientali, problemi psicologici ed emotivi. Possono anche essere determinanti i problemi legati a stati fisici come febbre alta o la mancanza prolungata del sonno. Il disturbo può essere anche ereditario.
Questo disturbo è più diffuso fra i bambini, soprattutto maschi. Negli adulti è in genere raro.

L’AFFIDAMENTO DEI FIGLI

L’affidamento dei figli minori di età nel momento in cui la famiglia si disgrega per la crisi del matrimonio o della convivenza tra i genitori è uno dei temi di maggiore interesse per le persone che vivono questa situazione.
Spesso agli avvocati viene espressa dal cliente anche in termini molto angosciati la paura di non riuscire più a frequentare i figli dopo la separazione oppure di non avere tempi di frequentazione adeguati e sufficienti.
Nei casi più gravi, di conflitto maggiore tra i genitori, spesso gli avvocati si sentono chiedere se è davvero possibile che il Tribunale affidi i figli ai servizi sociali o li collochi in una casa famiglia.
L’affidamento dei figli è quindi un tema molto sentito.
Il consiglio più importante che è possibile dare da subito a chi legge queste righe è di rivolgersi a legali specializzati nella materia del diritto di famiglia e minorile. Solo in questo modo sarà possibile avere una panoramica veritiera e completa di ciò che può accadere nel caso specifico rappresentato dal cliente. Occorre considerare attentamente che l’avvocato “matrimonialista” conosce bene il funzionamento dei servizi sociali ed il loro modo di operare ed è in grado di fornire tutte le risposte alle domande che angosciano solitamente le persone che si stanno separando.
Ed ora veniamo ad esaminare l’affidamento dei figli come attualmente disciplinato dalla legge italiana ed approfondendo gli aspetti più importanti attraverso l’esperienza pratica vissuta quotidianamente dai legali di Prontoconsiglio.
Si farà riferimento a norme di legge nel modo più semplice possibile. I pochi riferimenti sono necessari per poter spiegare in modo semplice ma completo l’argomento.
La disciplina dell’affidamento e le varie modalità di affidamento dei minori si ricavano più o meno direttamente dalla normativa in tema di responsabilità genitoriale. L’art. 315 bis del codice civile ci dice che i figli hanno diritto ad essere mantenuti, educati istruiti ed assistiti moralmente dai genitori nel rispetto delle loro capacità, inclinazioni naturali ed aspirazioni. Quindi i genitori sono coloro con i quali normalmente i figli crescono e sono quindi affidati. I genitori debbono rispettare le necessità e le aspirazioni dei figli, compatibilmente con le loro risorse economiche e con le necessità legate alle differenti età del bambino, ed hanno l’obbligo di assistere i figli materialmente e moralmente. Per questo l’attuale normativa italiana prevede che i genitori esercitino la responsabilità genitoriale sui figli (che una volta era chiamata POTESTA’) di comune accordo, tenendo conto delle capacità naturali, delle inclinazioni e delle aspirazioni del figlio. La residenza del minore deve essere scelta di comune accordo tra i genitori (art. 316 codice civile, Primo comma). La legge non distingue tra le differenti situazioni familiari: le regole dettate per l’esercizio della responsabilità genitoriale come disciplinato dall’articolo 316 primo comma del codice civile valgono sia per le coppie sposate, sia per le coppie conviventi, sia per le coppie separate o divorziate.
Quando viene posta in discussione la capacità dei genitori di far fronte ai doveri che la legge impone loro nei confronti dei figli oppure quando tra i genitori non vi è accordo su questioni importanti che li riguardano ecco che entra in gioco la disciplina dell’affidamento.
In genere i problemi sull’esercizio della responsabilità genitoriale sorgono quando il nucleo familiare entra in crisi e si disgrega. In questo caso sono frequenti i contrasti sulla gestione del figlio e spesso si deve ricorrere all’ausilio di un legale. La legge chiarisce che per le questioni di maggiore importanza in caso di contrasto i genitori possono chiedere al giudice di prendere i provvedimenti che ritiene più idonei.
Può anche accadere che uno o entrambi i genitori siano temporaneamente o definitivamente impossibilitati a far fronte alla cura materiale e morale dei figli e che quindi debba essere preso dal giudice un provvedimento di tutela dei figli, come vedremo meglio tra poco.
Per ricapitolare: solitamente l’affidamento dei figli è condiviso tra i genitori, siano essi separati, divorziati o conviventi. Ovviamente le modalità di gestione pratica dell’affidamento cambieranno a seconda della composizione e dello stile di vita della famiglia. I genitori che vivono insieme gestiranno i figli in modo diverso dai separati. In quest’ultimo caso è bene ricordare che le cosiddette condizioni di affidamento che si stabiliscono con l’aiuto dei legali sono un vestito fatto su misura per ciascuna famiglia e devono essere concordate e condivise tra legali e clienti quanto più possibile, tenendo conto delle modalità di vita della specifica famiglia di cui ci si sta occupando. L’affidamento condiviso è un contenitore che va riempito volta per volta con il materiale che viene fornito dai protagonisti della singola vicenda di separazione e non esistono formulari prestabiliti o formule magiche che valgano per tutti nello stesso modo. Per questo motivo è assolutamente fondamentale rivolgersi a legali esperti della materia.
Veniamo ora a fare un elenco sintetico delle varie modalità di affidamento dei figli.
Affidamento condiviso ai genitori: è l’ipotesi più ricorrente. In questo caso, come detto, i genitori dovranno assumere le decisioni più importanti di comune accordo (ad esempio la scelta della scuola, il trasferimento di residenza, la scelta dell’istruzione religiosa, di attività sportive agonistiche o particolarmente pericolose o impegnative, di viaggi all’estero) . Nel caso di mancanza di accordo i genitori dovranno rivolgersi al giudice che prenderà la decisione dopo aver sentito i genitori e, se opportuno, il figlio stesso. Per le decisioni di ordinaria amministrazione deciderà il genitore che di volta in volta si trova con il figlio.
Affidamento eslcusivo ad un genitore. Viene disposto dal giudice nelle ipotesi in cui uno dei genitori sia impossibilitato per ragioni di salute (malattia fisica grave o psichica), a prendersi cura del figlio, oppure nei casi di detenzione del genitore oppure, più raramente, nei casi di lontananza geografica, oppure nei casi di possibile pregiudizio dell’interesse del figlio, come avviene quando uno dei genitori costantemente denigra la figura dell’altro, allontanando il figlio o impedendo, anche in modo pretestuoso, la frequentazione tra l’altro genitore ed il figlio. In caso di affidamento esclusivo il genitore affidatario prenderà tutte le decisioni ordinarie senza obbligo di consultare l’altro ma comunque le decisioni di maggiore importanza dovranno essere assunte di comune accordo tra i genitori.
affidamento cosiddetto superesclusivo ad un genitore. Viene disposto dal giudice quando la condotta dell’altro genitore è stata tale da pregiudicare fortemente l’interesse del figlio. I casi pratici vanno dalla tossicodipendenza del genitore, all’abuso di alcool, al mancato persistente contributo al mantenimento del figlio. Nel caso di affidamento superesclusivo il genitore affidatario potrà assumere tutte le decisioni per il minore in modo autonomo e senza consenso dell’altro come invece normalmente previsto dalla legge.
Affidamento ai servizi sociali con collocazione presso un genitore: questa forma di affidamento prevede che le decisioni di maggiore importanza vengano prese con l’ausilio dei servizi sociali ai quali il Giudice affida il minore prevalentemente nel caso di gravissima conflittualità tra i genitori oppure nel caso di parziale inidoneità dei genitori (ad esempio disturbo psichico che non compromette la capacità di accudimento materiale e non mette in pericolo il minore). Il minore resta collocato presso uni dei genitori. E’ importante sapere che spesso la conflittualità esasperata della coppia genitoriale induce il giudice a stabilire questo affidamento quasi a scopo di ammonimento ai genitori: in tal modo a volte si ottiene lo spostamento dell’attenzione dei genitori dal loro conflitto personale, nel quale spesso il figlio è utilizzato come un oggetto di proprietà che viene rivendicato dall’uno o dall’altro, al vero interesse del figlio, cioè al suo benessere.
Entriamo ora nelle ipotesi in cui entrambi i genitori non possano esercitare la responsabilità genitoriale: i casi più frequenti sono quelli della gravissima malattia o della cronica intossicazione da stupefacenti o da alcool, della malattia mentale grave, dello stile di vita incompatibile con la vita del figlio (delinquenza grave, abusi sessuali nei confronti dei figli etc.). In queste ipotesi il Tribunale valuterà diverse possibilità, sempre con l’obiettivo di garantire accudimento e stabilità al minore cercando di sconvolgere il meno possibile la sua vita.
Affidamento endo o eterofamiliare: nel caso di impossibilità temporanea dei genitori all’esercizio della responsabilità genitoriale il Tribunale valuterà prioritariamente se vi siano familiari idonei a prendersi cura in via temporanea di minori. In caso affermativo disporrà l’affidamento del minore ai familiari, stabilendo disposizioni che garantiscano il mantenimento dei contatti del minore con i genitori, ove possibile e ove opportuno. Si sottolinea che questa modalità di affidamento è sempre temporanea, delimitata nel tempo e ha funzione di aiuto alla famiglia in difficoltà. Se le difficoltà sono permanenti e definitive dovrà essere dichiarato lo stato di abbandono e aperta la procedura di adottabilità.
Affidamento ai servizi sociali con collocazione presso una casa famiglia: nel caso in cui non vi siano familiari o terzi ai quali affidare il minore il figlio viene collocato presso una casa famiglia ove vive e viene accudito. Solitamente il Giudice dispone anche un calendario di incontri con genitori e parenti, ove la situazione lo consenta. In casa famiglia vi sono educatori, assistenti sociali e psicologi che seguono il minore. La soluzione del collocamento in casa famiglia è necessariamente temporanea e spesso prodromica all’affidamento eterofamiliare o alla adozione.

Il cognome.

Quando nasce un bambino occorre dichiarare la avvenuta nascita all’Ufficio dello stato civile. La dichiarazione di nascita viene fatta da uno o da entrambi i genitori entro dieci giorni presso l’ufficio del comune dove è avvenuto il parto, ovvero entro tre giorni direttamente presso la direzione sanitaria dell’ospedale dove è avvenuta la nascita.
Viene così formato l’atto di nascita del nuovo cittadino che conterrà i dati del bambino e dei genitori nonché il nome scelto dai genitori per il nuovo nato. La legge italiana prevede che il neonato prenda i cognome del padre se i genitori sono sposati.
Per il figlio di genitori non sposati l’attuale articolo 262 del codice civile prevede che il bambino prenda il cognome del genitore che lo ha riconosciuto per primo. Se il riconoscimento viene effettuato da entrambi i genitori il bambino assume il cognome del padre.

E’ possibile cambiare il cognome?

Il cittadino italiano che abbia l’esigenza di cambiare il proprio cognome, oppure il nome o cognome perché ridicolo ovvero vergognoso o perché rivela l’origine naturale o per motivi diversi, può farne richiesta al Prefetto della provincia di residenza o del luogo nella cui circoscrizione è situato l’ufficio dello stato civile dove si trova registrato l’atto di nascita al quale la richiesta si riferisce.
Le richieste devono rivestire carattere eccezionale e sono ammesse esclusivamente in presenza di situazioni oggettivamente rilevanti, supportate da adeguata documentazione e da significative motivazioni.
In nessun caso può essere richiesta l’attribuzione di cognome di importanza storica o comunque tale da indurre in errore circa l’appartenenza del richiedente a famiglie illustri o particolarmente note nel luogo in cui si trova l’atto di nascita del richiedente, o nel luogo di sua residenza.

Come si fa a dare al figlio il cognome di entrambi i genitori?

La normativa italiana riflette un modo di pensare arcaico e stabilisce che in caso di genitori coniugati il figlio porta il cognome del padre. Nel caso di genitori non sposati il figlio porta il cognome di chi per primo lo ha riconosciuto e se il riconoscimento avviene contemporaneamente da parte di entrambi i genitori (come di solito accade) prende ugualmente il nome del padre.
Recentemente si è incominciato a porre anche nel nostro paese il problema della attribuzione del cognome materno insieme a quello paterno. Il cognome, oltre ad identificare la persona insieme al nome, rappresenta il nostro legame con le origini, sia paterne che materne. Molte persone sentono l’esigenza di fare in modo che il loro figlio abbia il nome di entrambe le famiglie dei genitori, come accade ad esempio nei paesi latinoamericani. In mancanza di una modifica normativa che preveda sempre l’attribuzione al neonato di entrambi i cognomi dei genitori, oppure la facoltà per i genitori di scegliere di comune accordo quale cognome dare al figlio, è possibile utilizzare l’istanza al Prefetto del luogo di residenza per chiedere l’aggiunta del cognome materno al cognome paterno. Si ricordi che è sempre necessario motivare la richiesta. La motivazione può essere sia di tipo educativo (ad esempio vogliamo che anche nel nome nostro figlio rifletta la nostra scelta di rivestire ruoli genitoriali paritari e l’importanza che diamo alle nostre origini) ovvero di altro tipo (ad esempio vogliamo che il cognome della famiglia materna non si estingua). In ogni caso è necessario il consenso di entrambi i genitori per procedere alla richiesta dell’aggiunta del cognome materno.

LA SEPARAZIONE DEI CONIUGI.

In genere, quando si inizia a pensare alla separazione dal proprio coniuge, sono moltissime le domande che sorgono spontanee: Come devo fare? Quali sono i tempi per ottenere la separazione? Dobbiamo avere ciascuno il proprio avvocato? Dobbiamo per forza rivolgerci ad un avvocato?
Ecco un breve vademecum per aiutarvi ad avere le idee più chiare.
Il momento della separazione legale fra i coniugi è un momento sempre molto delicato, che non va mai sottovalutato perché, se gestito in modo superficiale, potrebbe poi avere conseguenze negative e costringere i coniugi a rivolgersi nuovamente al Tribunale.
Prima di tutto precisiamo che per Separazione Legale dei coniugi si intende quella omologata o pronunciata dal Tribunale Ordinario del luogo in cui si trova la casa coniugale o dove ha la residenza l’altro coniuge nel caso di separazione giudiziale. La separazione che i coniugi pongono i essere perché di fatto si dividono ed iniziano a vivere separati è la così detta separazione di fatto, che appunto non è omologata o pronunciata dal Tribunale, ma è di fatto messa in opera dai coniugi. Questa non ha alcun valore legale, né produce alcun effetto legale ai fini del decorso dei termini per richiedere poi il divorzio. A tal proposito diciamo subito che, ancora oggi qui in Italia, è possibile chiedere ed ottenere il divorzio solo trascorsi tre anni dalla prima udienza di separazione.
La prima considerazione è pertanto la seguente: la separazione legale costituisce solo una “parentesi” nella vita coniugale di una coppia, un primo passo necessario poi per poter richiedere ed ottenere il divorzio. Solamente con il divorzio i coniugi cesseranno di esser tali ed il divorzio lo si può richiedere solamente dopo che siano trascorsi tre anni dalla separazione legale (e non di fatto). Tutto questo vuol dire che due coniugi separati legalmente sono pur sempre coniugi. Essi sono autorizzati a vivere separatamente e quindi ciascuno potrà vivere la sua vita in modo autonomo (seppur sempre nel rispetto dell’altro coniuge), ma legalmente essi rimangono coniugi, tanto ciò è vero che la moglie conserva ancora il cognome del marito ed anche dopo la separazione, tecnicamente, è errato parlare di “ex coniuge”. La conseguenza più importante di tale importante passaggio è che, fino a che non verrà pronunciato il divorzio, poiché i coniugi conservano il loro status giuridico di coniugi, essi conservano anche i diritti ereditari previsti dalla legge l’uno nei confronti dell’altro. Quindi, per capirci, se due coniugi si separano legalmente e durante la separazione uno dei due dovesse morire,l’altro coniuge erediterà secondo le quote di legittima previste dalla legge (variabili a seconda che vi siano o meno i figli). Solo con il divorzio cessa lo status di coniugati e solo allora i coniugi torneranno ad essere, per la legge, due “estranei”.
La separazione legale è di due tipi: consensuale o giudiziale.
Se i coniugi raggiungono un accordo su tutte le condizioni di separazione, la separazione è consensuale ed in tal caso i coniugi hanno varie possibilità. Possono rivolgersi entrambi ad uno stesso avvocato, possono avere ciascuno il proprio avvocato oppure possono depositare di persona la separazione presso il Tribunale di competenza, quindi senza l’assistenza di un avvocato. Altra è la possibilità, introdotta dalla recente legge n. 162 del 2014, di ricorrere alla negoziazione assistita per la separazione consensuale, cioè di rivolgersi agli avvocati ma di non ricorrere al Tribunale, bensì di depositare la separazione direttamente presso gli Ufficiali dello Stato civile del luogo e quindi senza dover attendere i lunghi tempi del Tribunale per la fissazione dell’udienza presidenziale. Tale ipotesi è però oggi ancora poco attuata ed ancora in via di sperimentazione. La separazione consensuale depositata regolarmente presso il Tribunale Ordinario del luogo ove si trova la casa coniugale comporta la fissazione di una unica udienza (detta Udienza Presidenziale perché appunto presenziata dal Presidente del Tribunale), che in genere viene fissata a distanza di qualche mese dal deposito della separazione (i tempi dipendono dalla mole di domande che ciascun Tribunale si trova a dover evadere). Nel corso di tale udienza il Presidente, dopo aver verificato che i coniugi desiderano effettivamente volersi separare e che non vi è spazio per ripensamenti, dà lettura delle condizioni di separazione che i coniugi hanno stabilito concordemente, valutando che siano rispettati i diritti di eventuali figli minorenni. A questo punto i coniugi firmeranno davanti al Presidente la separazione, che il Tribunale provvederà ad omologare (nel caso di figli minori dopo il nulla osta del P.M.). A partire da quel giorno decorreranno i tre anni dopo i quali sarà possibile chiedere il divorzio.
Se, al contrario, non sia possibile giungere ad un accordo e quindi se i coniugi “litigano” e non trovano un punto di incontro, si deve far ricorso alla separazione giudiziale. In poche parole, il coniuge maggiormente interessato si rivolgerà ad un avvocato il quale, dopo aver invitato l’altro coniuge al raggiungimento di un accordo, provvederà a depositare presso il Tribunale Ordinario del luogo ove l’altro coniuge risiede il ricorso per separazione giudiziale. Il Tribunale fisserà quindi una prima udienza (sempre definita Presidenziale per i motivi sopra spiegati). Il ricorso ed il decreto di fissazione dell’udienza verranno quindi notificati (tramite un ufficiale giudiziario) all’altro coniuge il quale dovrà nominare un avvocato e quindi difendersi per far valere le proprie pretese. In alternativa l’altro coniuge potrà decidere di non presentarsi, rimanendo così “contumace” (cioè assente dal giudizio), in tal caso la causa si svolgerà in sua assenza e la separazione verrà pronunciata comunque. Già alla prima udienza presidenziale il Tribunale autorizzerà i coniugi a vivere separati e prenderà i primi provvedimenti urgenti e provvisori, che rimarranno efficaci fra i coniugi fino a che il Tribunale non pronuncerà la sentenza definitiva di separazione. Impossibile dire quanto durerà il giudizio di separazione, questo varia da Tribunale a Tribunale, ma certamente esso avrà una durata minima di una anno o due. In Tribunali come quello di Roma, i giudizi di tal genere possono anche protrarsi per oltre quattro anni.

Locazione: la cedolare secca.

In caso di locazione (affitto) di un immobile si può optare per il regime della “cedolare secca”. Questa è un regime facoltativo che consiste nel pagamento di un’imposta sostitutiva dell’Irpef e delle addizionali (per la parte derivante dal reddito dell’immobile). Inoltre, nel caso in cui si opti per la cedolare secca, non andranno pagate l’imposta di registro e l’imposta di bollo, ordinariamente dovute per registrazioni, risoluzioni e proroghe dei contratti di locazione. La cedolare secca non sostituisce l’imposta di registro per la cessione del contratto di locazione.
Scegliendo la cedolare secca si rinuncia alla facoltà di chiedere l’aggiornamento del canone di locazione, anche se questo è previsto nel contratto (inclusa la variazione accertata dall’Istat dell’indice nazionale dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati dell’anno precedente).
Si può scegliere il regime della cedolare secca sia alla registrazione del contratto sia (per gli affitti pluriennali) negli anni successivi. Se il regime della C.S. non viene scelto all’inizio, la registrazione segue le regole ordinarie, ma le imposte di registro e di bollo sono dovute e non sono più rimborsabili.

Il regime della cedolare secca può essere scelto per immobili appartenenti alle categorie catastali da A1 a A11 (esclusa l’A10 – uffici o studi privati) locati (affittati) a uso abitativo e per le relative pertinenze, locate congiuntamente all’abitazione, oppure con contratto separato e successivo rispetto a quello relativo all’immobile abitativo, purchè il rapporto di locazione intercorra tra le medesime parti contrattuali, nel contratto di locazione della pertinenza si faccia riferimento al quello di locazione dell’immobile abitativo e sia evidenziata la sussistenza del vincolo pertinenziale con l’unità abitativa già locata.
In caso di contitolarità dell’immobile la scelta del regime della cedolare secca deve essere effettuata distintamente da ciascun locatore.
I locatori (proprietari dell’immobile) contitolari che non scelgano il regime della cedolare sono tenuti al versamento dell’imposta di registro calcolata sulla parte del canone di locazione loro imputabile in base alle quote di proprietà. Deve essere comunque versata l’imposta di bollo sul contratto di locazione.
L’imposta di registro deve essere versata per l’intero importo stabilito nei casi in cui la norma fissa l’ammontare minimo dell’imposta dovuta.
Chi può scegliere la cedolare secca
Possono scegliere il regime della cedolare secca le persone fisiche titolari del diritto di proprietà o del diritto reale di godimento (per esempio, usufrutto), che non locano (affittano) l’immobile nell’esercizio di attività di impresa o di arti e professioni.
Non si può scegliere il regime della cedolare se il contratto di locazione viene concluso con chi esercita una attività di impresa o un lavoro autonomo, indipendentemente dal successivo utilizzo dell’immobile per finalità abitative di collaboratori e dipendenti.
La cedolare può essere scelta anche per gli immobili di cooperative edilizie o enti senza scopo di lucro, purché sublocate a studenti universitari e date a disposizione dei comuni con rinuncia all’aggiornamento del canone di locazione o assegnazione (Dl 47/2014).
La durata della cedolare secca
La scelta della cedolare secca dura per l’intero periodo di durata del contratto (o della proroga) o, nei casi in cui la scelta del regime della cedolare avvenga nelle annualità successive alla prima, per il residuo periodo di durata del contratto.
Il locatore proprietario dell’immobile può sempre revocare la scelta del regime della cedolare secca in ciascuna annualità contrattuale successiva a quella in cui l’opzione della cedolare è stata esercitata. Allo stesso modo è sempre possibile esercitare nuovamente l’opzione nelle annualità successive alla revoca, rientrando nel regime della cedolare secca.
La revoca deve essere effettuata entro 30 giorni dalla scadenza dell’annualità precedente e comporta il versamento dell’imposta di registro eventualmente dovuta.
Quanto si paga
L’imposta sostitutiva si calcola nella misura del 21% sul canone di locazione annuo stabilito dalle parti.
E’, inoltre, prevista un’aliquota in percentuale ridotta per i contratti di locazione a canone concordato relativi ad abitazioni ubicate:
• nei comuni con carenze di disponibilità abitative (articolo 1, lettera a) e b) del dl 551/1988). Si tratta dei comuni di Bari, Bologna, Catania, Firenze, Genova, Milano, Napoli, Palermo, Roma, Torino e Venezia e dei comuni confinanti con gli stessi nonché gli altri comuni capoluogo di provincia
• nei comuni ad alta tensione abitativa (individuati dal Cipe).
Dal 2013 l’aliquota per questi contratti è pari al 15% (Dl 102/2013), ridotta al 10% per il quadriennio 2014-2017. Il Dl 47/2014 ha disposto, infine, che la stessa aliquota sia applicabile anche ai contratti di locazione stipulati nei comuni per i quali è stato deliberato, nei 5 anni precedenti la data di entrata in vigore della legge di conversione del decreto (28 maggio 2014), lo stato di emergenza a seguito del verificarsi di eventi calamitosi.
Effetti della cedolare sul reddito
Il reddito assoggettato a cedolare è escluso dal reddito complessivo; sul reddito assoggettato a cedolare e sulla cedolare stessa non possono essere fatti valere rispettivamente oneri deducibili e detrazioni; il reddito assoggettato a cedolare deve essere compreso nel reddito ai fini del riconoscimento della spettanza o della determinazione di deduzioni, detrazioni o benefici di qualsiasi titolo collegati al possesso di requisiti reddituali (determinazione dell’Isee, gratuito patrocinio, determinazione del reddito per essere considerato a carico).
A cura di Debora Mancini, agente immobiliare in Roma, titolare della DEMA Immobiliare