Le scadenze del fisco: la TASI. Come, quando e chi la paga.

Ci riportiamo alla introduzione del nostro precedente articolo sulle “Scadenze del Fisco: l’Imu” e parliamo qui dell’altra Tassa che dovrà esser versata a breve, la Tasi.
La Tasi è la Tassa sui servizi indivisibili dei comuni, quali l’illuminazione e la viabilità. Entrano quest’anno in vigore le scadenze ufficiali, che sono uguali alle scadenze previste per l’Imu. E’ quindi previsto l’acconto da versarsi entro il 16 giugno 2015 ed il saldo, entro il 16 dicembre 2015. I termini per il versamento diventano quindi unici sia per l’Imu che per la Tasi, così che i termini non varieranno più in base alle delibere comunali. L’acconto della Tasi, come per l’Imu, si calcola sulla base delle regole dello scorso 2014 e pertanto se non ci sono state variazioni patrimoniali immobiliari (vendite, acquisti o successioni) sarà sufficiente versare il 50% di quanto si è versato lo scorso anno in totale. I Comuni hanno l’obbligo di inviare ai contribuenti il modulo precompilato con gli importi Tasi da versare, ma tale impegno, specie per i grandi Comuni, non sarà rispettato.
I Comuni dovranno deliberare le aliquote 2015 entro il 28 ottobre 2015 ed a quel punto verrà effettuato a dicembre il conguaglio ed il saldo, entro il 16.
Molti Comuni, fin dal 2014, hanno applicato la Tasi solo sulla abitazione principale e sulle pertinenze azzerandola per gli altri immobili, che sono soggetti all’ Imu, L’abitazione principale è quella ove il contribuente e la sua famiglia hanno fissato la residenza anagrafica e la dimora abituale. E’ bene specificare che i due requisiti devono coesistere, quindi, ad esempio, se due coniugi hanno la residenza anagrafica e la dimora abituale in immobili diversi ma nello stesso Comune, la tassa graverà su uno solo dei due immobili, mentre sull’altro graverà l’Imu in quanto sarà considerata seconda abitazione
In tal modo ogni singolo immobile pagherà o la Tasi (se casa di abitazione principale o pertinenza, sempre che non si tratti di immobili di maggior pregio accatastati nelle categorie A1(signorili) A/8 (ville) ed A/9 (castelli e palazzi di pregio) o l’Imu.
La Tasi, come l’Imu, deve essere versata anche da tutti coloro che abbiano un diritto reale di godimento su un immobile, quindi anche l’usufruttuario o chi abbia un diritto di abitazione (come il diritto che spetta al coniuge superstite all’interno della casa familiare se assoggettata alla Tasi) o chi abbia un diritto di uso, enfiteusi o di superficie. Ricordiamo che la Tasi deve esser versata anche dal coniuge a cui sia stata assegnata la casa familiare, anche se non proprietario e sempre che si tratti di immobile assoggettato a tale Tassa.

Le scadenze del Fisco: L’IMU. Come, quando e chi la paga.

Nei mesi di giugno e luglio il Fisco incasserà circa novanta miliardi: ritenute sugli stipendi dei lavoratori dipendenti, iva mensile, tasse locali e dichiarazioni dei redditi. Grandi le cifre provenienti dalle imposte comunali sugli immobili, Imu e Tasi, che da sole si aggirano attorno ai 12.4 miliardi di euro. Il giorno caldo dell’anno è il 16 giugno 2015, termine ultimo per versare l’acconto Imu e la Tasi che quest’anno coincide per entrambi. Sempre il 16 giugno scade il termine ultimo per pagare le imposte risultanti dal modello unico senza il beneficio della proroga di trenta giorni con la maggiorazione dello 0.40%.
L’Imu. L’acconto Imu deve essere versato entro il 16 giugno 2015. E’ stata confermata l’esenzione per le abitazioni principali e le pertinenze relative (che invece sono soggette alla Tasi), con l’eccezione degli immobili di maggior pregio accatastati nelle categorie A1(signorili) A/8 (ville) ed A/9 (castelli e palazzi di pregio). L’abitazione principale è quella ove il contribuente e la sua famiglia hanno fissato la residenza anagrafica e la dimora abituale. E’ bene specificare che i due requisiti devono coesistere, quindi, ad esempio, se due coniugi hanno la residenza anagrafica e la dimora abituale in immobili diversi ma nello stesso Comune, l’esenzione spetterà per uno solo dei due immobili. Se invece gli immobili sono situati in Comuni diversi, l’esonero è applicabile ad entrambi. L’esenzione si estende, come detto, anche alle pertinenze dell’abitazione principale e quindi, ad esempio sulla cantina, box auto o solaio. L’esenzione sulle pertinenze, però, è limitata ad una pertinenza per categoria catastale (quindi ad esempio per un solo box auto, una sola cantina etc), per le eccedenti si dovrà versare la tassa.
Escluse le esenzioni sopra citate, su tutti gli altri immobili e fabbricati grava l’Imu, quindi le seconde case, gli immobili locati o sfitti, i negozi, gli studi, gli uffici, i laboratori i fabbricati. L’Imu si applica anche sui terreni edificabili ed agricoli, inclusi gli orti. Sono esclusi i terreni agricoli dei Comuni classificati come totalmente montani e quelli posseduti e condotti dai coltivatori diretti e dagli imprenditori agricoli professionali ubicati in tali Comuni.
L’Imu deve essere versato anche da tutti coloro che abbiano un diritto reale di godimento su un immobile, quindi anche l’usufruttuario o chi abbia un diritto di abitazione (come il diritto che spetta al coniuge superstite all’interno della casa familiare se assoggettata ad Imu) o chi abbia un diritto di uso, enfiteusi o di superficie. Ricordiamo che l’Imu deve esser versata anche dal coniuge a cui sia stata assegnata la casa familiare, anche se non proprietario e sempre che si tratti di immobile assoggettato ad Imu.
L’acconto Imu che dove esser versato entro il 16 Giugno 2015 è pari al 50% e si paga con le aliquote del 2014. Il saldo sarà effettuato entro il 16 dicembre 2015. Se pertanto non vi sono stati mutamenti nel proprio patrimonio immobiliare, se non ci sono stati acquisti o vendite o successioni, basterà versare il 50% di quanto versato in totale l’anno scorso.

Assemblea condominiale: il verbale può essere corretto dopo lo scioglimento dell’assemblea?

La Corte di Cassazione, con sentenza n. 6552 del 31 marzo 2015, si è pronunciata in materia di verbale dell’assemblea condominiale: può essere redatto corretto e modificato dopo la sua chiusura essendo sufficiente che il verbale riporti la firma del Presidente e del segretario? Il quesito si è posto per l’ipotesi in cui, chiusa l’assemblea, è stato inserito nel verbale un condomino che risultava assente nel corso dell’assemblea appena sciolta. La Corte ha dovuto valutare se ciò costituisca o meno un errore materiale e legittimi la modifica dei quorum costituitivi e deliberativi.
La recente sentenza della Cassazione stabilisce che la correzione apportata nella copia del verbale dell’assemblea consegnata ai condomini non rende nulla la deliberazione per la quale, tenuto conto della effettiva partecipazione dei condomini presenti, era stato raggiunto il quorum necessario.
La Corte si è riportata ai principi già enunciati dalla giurisprudenza secondo i quali il verbale dell’assemblea deve descrivere quanto accaduto nell’assemblea senza dubbi né incertezze, senza che nulla possa esser lasciato a libera interpretazione e con la precisa indicazione dell’elenco degli intervenuti di persona o per delega e dell’indicazione dei condomini consenzienti e dissenzienti, con i valori millesimali. Eventuali correzioni meramente materiali apportati successivamente alla chiusura del verbale su disposizione del Presidente e con la esecuzione del segretario non comportano però la invalidità della delibera quando le modifiche non abbiano inciso sul computo della maggioranza richiesta per l’assunzione della delibera nel senso che non abbiano comportato il venir meno della delibera stessa.
Sarà invece sicuramente da considerarsi nulla la deliberazione assembleare che venga presa dopo lo scioglimento dell’assemblea e l’allontanamento di alcuni condomini con la riapertura del verbale. In questi casi infatti vi dovrà essere una nuova convocazione per non incorrere nella violazione delle disposizioni sulla convocazione dell’assemblea e del principio della collegialità.

Addebito della separazione e violazione dell’obbligo di lealtà.

La Corte di Cassazione, con la recentissima sentenza n. 7232/2015 del 9 Aprile 2015, ha  annullato la decisione della Corte di Appello di Firenze, confermando l’addebitabilità della separazione nel caso di comportamento da parte del marito contrario al dovere di lealtà reciproca.
Nel caso di specie la moglie aveva chiesto l’addebito della separazione al marito il quale le aveva nascosto di non poter procreare e poi aveva interrotto a sua insaputa il progetto di fecondazione assistita, dopo che la donna aveva affrontato molte terapie invasive. Inoltre la donna denunciava il fatto che il marito le aveva nascosto la dipendenza dall’alcol e la ricaduta nel vizio nonostante l’assistenza della moglie.
La Corte d’Appello aveva escluso il nesso di causalità fra la separazione e quindi la crisi coniugale ed il comportamento del marito. La cassazione, dando ragione alla donna, ha evidenziato che la Corte d’Appello ha sbagliato nel valutare separatamente le condotte del marito e nel non ritenerle quali cause della violazione del dovere di lealtà su cui si fonda il matrimonio.
La circostanza che il marito avesse celato la propria impotenza e poi il fatto di aver interrotto il percorso di procreazione assistita senza avvertire la moglie, dice la cassazione, deve esser considerato come condotta causale della crisi coniugale e quindi della intollerabilità della convivenza. Lo stesso discorso vale per al circostanza relativa all’alcolismo. Per la Corte, quindi, entrambe le condotte danno luogo ad una violazione costante dell’obbligo di lealtà nei confronti del coniuge e sono state la causa della crisi familiare.
Secondo la giurisprudenza costante, infatti, la pronuncia di addebito non può e non deve fondarsi solo sulla violazione dei doveri coniugali posti dall’art. 143 cc.( Cass. civ. n. 18074/2014). I doveri che nascono dal matrimonio includono il dovere di lealtà che impone di mantenere, anche nei momenti difficili, un comportamento corretto e coerente con i valori della famiglia.

Pertanto anche tradire la fiducia del coniuge, mentendo o tacendo certe verità, costituisce violazione di un dovere coniugale e può quindi essere causa dellac risi coniugale e motivo di addebito della separazione. (V. anche Trib. Milano n. 15400/2014)

Le nuove dipendenze: la cyber dipendenza o dipendenza da Internet.

Fra le new addiction (leggi anche: Le nuove dipendenze, la ludopatia ) vi è sicuramente la dipendenza da internet o anche cyber dipendenza o Internet Addiction Disorder (IAD). Si tratta di una dipendenza diffusa soprattutto fra gli adolescenti, frutto del progresso e della evoluzione tecnologica.
Questa dipendenza porta il soggetto a trascorrere moltissimo tempo sul web, tralasciando la quasi totalità degli aspetti di vita quotidiana come il lavoro, le relazioni sociali e quelle sentimentali. Il soggetto colpito da questa dipendenza non riesce a “staccarsi” dal collegamento ad internet, reso oggi ancora più facile attraverso la possibilità di connettersi anche fuori casa attraverso i tablet o gli smartphone. In genere, come detto, i soggetti maggiormente colpiti sono i ragazzi in età adolescenziale, ma il fenomeno colpisce anche l’adulto.
Già da qualche anno, infatti, il Telefono Azzurro ed Eurispes hanno presentato una Indagine conoscitiva sulla condizione della infanzia e dell’adolescenza in Italia da cui sono emersi dati inquietanti: circa il 23.6 % dei ragazzi fra i 12ed i 18 anni sono vittime del cyberbullismo, il 4.9 % degli adolescenti ha cercato su internet consigli in merito al suicidio, il 68.7 % non riesce a staccarsi dal collegamento ad internet quando richiesto ed una percentuale degli under 11 ha sperimentato il gioco d’azzardo on line. Sono questi dati molto forti che danno un panorama desolante degli effetti devastanti che può determinare internet.
In genere il soggetto che presenta questa dipendenza trova nel collegamento ad internet un rimedio, un sollievo a stati d’animo negativi, di tristezza o di stress. Il soggetto in genere ha problemi relazionali in famiglia o nel gruppo degli amici. In tal modo, collegandosi ad internet e divenendone dipendente, il soggetto perde le relazioni interpersonali, presenta modificazioni dell’umore (ansia, depressione, isolamento, impulsività). Egli inoltre sostituisce il mondo reale con quello virtuale.
La dipendenza da internet, a propria volta, presenta diverse variabili. Vi è la dipendenza dai social network (dipendenza cyber-relazionale), la dipendenza da cybersesso, la dipendenza da gioco d’azzardo on lice, la dipendenza da shopping on line.
Per quanto concerne gli adolescenti, sta soprattutto ai genitori capire se i loro figli trascorrano troppo tempo collegati e nel caso sta a loro aprire un dialogo con i ragazzi, senza imporre dei divieti, ma più che altro condividendo con loro la decisione di limitare i tempi di collegamento ad internet.
Per gli adulti che si dovessero trovare in questa situazione e rendersi conto di trascorrere molto tempo collegati, di vivere nel virtuale più che nel reale, di controllare continuamente la posta elettronica o i social network, di giocare on line o fare shopping compulsivamente on line, vi sono diversi centri specializzati nel recupero e cura di questa che, oggi, è riconosciuta come vera e propria dipendenza. A Roma il Policlinico Gemelli ha una sezione specializzata nella cura di questa dipendenza. In ogni caso il consiglio è quello di affidarsi ad uno psicologo e farsi aiutare a capire i motivi della dipendenza e curarla.

Il Decreto Pensioni (D.L. n. 65/2015). Al via la rivalutazione ed i rimborsi.

In vigore dal 21 Maggio 2015,  il D.L. n. 65/2015 (Decreto Pensioni) ha recepito la sentenza della Corte Costituzionale ( sentenza n. 70/2015) di Aprile  sulla mancata perequazione delle pensioni (leggi l’articolo).  Il Decreto prevede la riforma delle pensioni secondo i punti che di seguito analizziamo.

In primo luogo è prevista la così detta perequazione, cioè l’adeguamento della pensione al costo della vita attraverso al rivalutazione. Questa sarà automatica sarà riconosciuta secondo precise percentuali.
Il Decreto prevede per il biennio 2012 – 2013 la seguente rivalutazione:
– al 100% per le pensioni fino a tre volte il minimo (euro 1.443);
– al 40% per quelle superiori a tre volte e fino a quattro volte il minimo;
– al 20% per quelle superiori a quattro volte e fino a cinque volte il minimo;
– al 10% per quelle superiori a cinque volte e fino a sei volte il minimo;
– non spetterà alcuna rivalutazione per le pensioni complessivamente superiori a sei volte il minimo.
L’indicizzazione è riconosciuta fino al concorso di ciascun limite individuato.
Per il biennio 2014 – 2015 la rivalutazione passa al 20% per tutte le fasce menzionate (da 3 a 6 volte il minimo) e dal 1 gennaio 2016 la rivalutazione salirà al 50%. Dal 2017 la rivalutazione tornerà alle regole generali. Gli arretrati saranno corrisposti dal 1 agosto 2015 attraverso una Una Tantum.

Per quel che concerne i rimborsi, previsti a causa degli illegittimi tagli del passato, essi non interesseranno le pensioni inferiori a tre volte il minimo (euro 1.443), in quanto queste non erano state interessate dal blocco della indicizzazione.
Se la pensione è maggiore, invece, si avranno rimborsi secondo una scala decrescente al crescere della pensione:
– per le pensioni da tre a quattro volte il minimo, la rivalutazione bloccata a suo tempo viene riconosciuta solo per il 40%,
– per le pensioni tra quattro e cinque volte il minimo, la rivalutazione viene riconosciuta al 20%;
– per le pensioni di fascia superiore, la rivalutazione è al 10%;
– per le pensioni superiori a 2.886 euro, invece, non sarà previsto alcun rimborso.
Pertanto le pensioni interessate ai rimborsi saranno quelle comprese tra i 1.443 euro ed i 2.810 euro lordi al 31.12.2011 (con fascia di garanzia sino ai 2.886 euro)
Per ottenere i rimborsi non dovrà esser fatta nessuna domanda all’Inps poichè essa sarà automatica.
Novità anche in merito al giorno di accredito della pensione che passa al 1° giorno di ogni mese. Dal1° giugno 2015 tutti i trattamenti pensionistici, gli assegno, le pensioni, le indennità di accompagnamento per gli invalidi civili, le rendite vitalizie dell’inail saranno versati il primo giorno di ciascun mese o il giorno successivo se il primo del mese dovesse cadere in un giorno festivo o non bancabile. Dal 2017, poi, i pagamenti saranno effettuati il secondo giorno bancabile di ogni mese.

Unioni omosessuali: il diritto del “genitore sociale” a frequentare i minori figli biologici dell’ex compagna.

Interessante e soprattutto innovativo è il provvedimento del Tribunale di Palermo del 6 Aprile 2015, con cui il Tribunale si è occupato della tutela delle relazioni familiari a seguito di una convivenza di fatto in una coppia omosessuale.
Il caso è quello di due donne unite sentimentalmente che ricorrono alla procreazione assistita eterologa per avere dei figli. La fecondazione ha esito positivo così che una delle due partorisce due gemelli che vengono cresciuti dalla coppia di donne. Queste tentano di richiedere al Tribunale per i minorenni il riconoscimento in capo alla donna che non aveva partorito i gemelli, ma il Tribunale (e poi anche la Corte d’Appello) rigetta al domanda.
La relazione fra le due donne, quando i due gemelli avevano sei anni, finisce e le due si separano. I gemelli, ovviamente, seguono la madre biologica. L’altra donna ricorre quindi al Tribunale Ordinario di Palermo e chiede la regolamentazione dei tempi e delle modalità di frequentazione fra lei ed i due gemelli in forza del forte legame esistente e della lunga convivenza con i bimbi.
Il Pubblico Ministero fa effettivamente la differenza nella decisione, facendo proprie le conclusioni della donna che aveva depositato il ricorso nell’interesse primario dei minori. Questo è bastato a rendere ammissibile la domanda.
La consulenza tecnica psicologica evidenzia l’esistenza di una profonda affettività tra i minori e la donna, la quale viene riconosciuta come parte del sistema familiare, una sorta di seconda mamma. Da ciò la Consulenza arriva a concludere che sarebbe stato pericoloso per i bimbi interrompere il legame con la donna, con conseguenze gravi sul loro sviluppo psicologico.
Il Tribunale quindi richiama la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, la Carta di Nizza, in materia di Diritti del Bambino, il cui art. 2 stabilisce: “… in tutti gli atti relativi ai bambini, siano essi compiuti da autorità pubbliche o da istituzioni private, l’interesse superiore del bambino deve essere considerato preminente” e “ogni bambino ha diritto di intrattenere regolarmente relazioni personali e contatti diretti con i due genitori, salvo che ciò sia contrario al suo interesse”.
Anche la CEDU (Corte Europea dei Diritti dell’Uomo) garantisce a tutti gli individui il “rispetto della propria vita familiare e personale” estendendo la nozione di vita familiare anche alla famiglia di fatto, non essendo determinante l’esistenza di un rapporto giuridico di parentela.
Il Tribunale, pertanto, alla luce di tali orientamenti e normative giunge quindi alla decisione stabilendo che sia possibile interpretare l’art. 337 ter del codice civile estendendo: “l’ambito applicativo della stessa norma per includervi un concetto allargato di bigenitorialità e di famiglia, ricomprendendo per tale via anche la figura del genitore sociale, ossia di quel soggetto che ha instaurato con il minore un legame familiare de facto significativo e duraturo”, sempre per il bene superiore dei minori.
La discendenza genetica, ci dice il Tribunale, non deve essere più considerata come determinante per determinare il diritto del minore a mantenere relazioni stabili con chi abbia per molto tempo svolto un ruolo pari a quello genitoriale, seppure non legato da rapporti di tipo biologico o di adozione con il minore.
Il Tribunale pertanto autorizza la donna a vedere i figli minori della ex convivente e madre biologica stabilendo un calendario di incontri con una visita infrasettimanale e due fine settimana al mese, oltre ad un periodo durante le vacanze estive, Natale e Pasqua.
Si tratta sicuramente di un provvedimento sintomatico del mutamento dei tempi, che farà da “apri pista” a tanti casi simili.

COPPIA DI FATTO SEPARATA: I FIGLI CONVIVENTI CON L’ALTRO GENITORE VANNO MANTENUTI.

Il genitore presso cui di fatto è collocato il figlio per scelta condivisa con l’ex convivente ha diritto all’assegno di mantenimento per il figlio al fine di poter far fronte a compiti di accudimento quotidiano.
Lo haconfermato il Tribunale di Bari che, con la sentenza n. 415/2013, ha accolto il ricorso di una mamma che chiedeva, in favore della figlia di dieci anni, un assegno a carico del padre ex convivente pur in mancanza di regolamentazione degli altri aspetti dell’esercizio della responsabilità genitoriale..
Per calcolare l’ammontare dell’assegno il Tribunale di Bari ha preso in considerazione una serie di parametri: i compiti di diretto accudimento della minore assunti dalla madre di fatto affidataria; la capacità lavorativa generica rinvenibile in capo all’altro genitore, quale risultante dalla documentazione reddituale esibita in giudizio che, pur se riferita a periodi di imposta anteriori, consente di ritenere comprovata un’attitudine allo svolgimento di attività idonea a generare guadagno ; l’età anagrafica del padre, nel caso del Tribunale di Bari poco più che trentenne ed in salute, pienamente compatibile con la ricerca di una proficua e stabile occupazione; le risorse economiche a disposizione del medesimo, da valutare, in mancanza di ulteriori e precisi elementi di quantificazione, tenendo conto delle spese affrontate per soddisfare l’esigenza di un alloggio in locazione per il nuovo nucleo familiare, nonché per mantenere la prole minore generata con altro partner e con sé convivente.
L’art.. 261 c.c. prevede che il riconoscimento di un figlio nato fuori dal matrimonio comporta l’assunzione, da parte del genitore che lo abbia effettuato, degli stessi diritti e doveri stabiliti nei confronti dei figli nati dal matrimonio, incluso quello di mantenimento in misura proporzionale alle proprie risorse e capacità di lavoro professionale o casalingo. Questo dovere discende dalla legge ed è ricollegabile allo status genitoriale, sussistendo per il solo fatto della procreazione; esso prescinde dalle vicende relative all’unione tra i genitori e permane a carico di entrambi anche in caso di crisi della coppia e comunque indipendentemente dalla circostanza della convivenza.
La regola che si applica nel caso di convivenza dei genitori è pertanto quella della contribuzione diretta ai bisogni attuali del minore, i genitori cioè provvederanno direttamente a tutti i bisogni dei figli minori con loro conviventi in base alle loro possibilità e risorse.

Nel caso in cui la coppia di fatto si sciolga, sorge l’obbligo di corresponsione di un assegno periodico a carico del genitore con il quale il figlio non conviva stabilmente. La determinazione della misura del contributo periodico dovuto da un genitore all’altro a titolo di concorso nell’onere di mantenimento gravante su entrambi i genitori, dovrà tener conto non solo delle esigenze attuali del figlio e del tenore di vita precedentemente goduto in costanza di convivenza con i genitori, ma anche delle risorse economiche dei genitori, della valenza economica dei compiti domestici e di cura assunti da ciascuno di loro, nonché dei tempi di permanenza presso ciascuno di loro.

Assegno di mantenimento del figlio maggiorenne: che succede se il figlio si sposa?

Il figlio che si sposa perde per sempre il diritto all’assegno di mantenimento a carico dei genitori. Questo è quanto stabilito in una recente sentenza della Corte di Appello di Napoli.
Poiché il matrimonio, infatti, genera una nuova famiglia del tutto autonoma rispetto a  quella di origine, cessa con il matrimonio del figlio ogni dovere di mantenimento da parte dei genitori.
Il matrimonio, infatti, dà vita ad un nuovo organismo familiare distinto ed autonomo, in cui i coniugi divengono titolari della amministrazione e gestione della nuova famiglia ed hanno l’obbligo reciproco di assistenza morale e materiale in cui si sostanzia l’impegno di vita assieme che si assume quando ci si sposa.

Questo principio è dettato direttamente dall’art. 143, comma 3, del Codice civile che prevede espressamente il dovere di entrambi i coniugi di contribuire ai bisogni della famiglia.
Poiché quindi con il matrimonio il figlio diventa componente di un nucleo familiare diverso da quello originario cadono automaticamente tutti i doveri di mantenimento a carico dei genitori.

Tributi: La Legge di Stabilità del 2015 ed il nuovo ravvedimento operoso.Vantaggi e limiti.

La Legge di Stabilità 2015 ha dato una veste nuova al così detto ravvedimento operoso. Oggi infatti è possibile per i contribuenti ravvedersi relativamente agli errori relativi ai tributi amministrati dall’Agenzia delle Entrate senza alcun limite temporale fino a quando non arrivi un formale atto di accertamento o liquidazione e quindi anche quando sia iniziata l’attività di verifica da parte degli organi preposti. In tal modo i contribuenti potranno ottenere la riduzione delle sanzioni in misura da 1/10 a 1/6 del loro ammontare, sino ad arrivare ad 1/5 se sia già iniziata l’attività di verifica degli organi.
Con la Legge di Stabilità e le sue novità il legislatore ha indubbiamente tentato di rendere più “generoso” il ravvedimento operoso, prospettando maggiori possibilità per il contribuente e maggiore collaborazione con il fisco. Dal 1 gennaio 2015 pertanto si può far ricorso al ravvedimento operoso anche nelle ipotesi in cui la violazione sia stata già contestata dagli organi competenti o nei casi nei quali il contribuenti sia venuto a conoscenza della violazione con ispezioni o verifiche o accessi. I casi esclusi sono le ipotesi nelle quali siano stati notificati atti di accertamento o di liquidazione, comprese le comunicazioni recanti somme dovute ai sensi della liquidazione delle imposte e controllo formale delle dichiarazioni.
La sanzione applicata in caso di ravvedimento operoso è ridotta:
– a 1/10 nei casi di mancato pagamento del tributo o di un acconto, se esso viene eseguito nel termine di 30 giorni dalla data della sua commissione;
– a 1/9 del minimo se la regolarizzazione degli errori e delle omissioni, anche se incidenti sulla determinazione o sul pagamento del tributo, avviene entro il 90° giorno successivo al termine per la presentazione della dichiarazione, oppure, quando non è prevista dichiarazione periodica, entro 90 giorni dall’omissione o dall’errore;
– a 1/8 del minimo, se la regolarizzazione degli errori e delle omissioni, anche se incidenti sulla determinazione o sul pagamento del tributo, avviene entro il termine per la presentazione della dichiarazione relativa all’anno nel corso del quale è stata commessa la violazione, oppure, quando non è prevista dichiarazione periodica, entro un anno dall’omissione o dall’errore;
– a 1/7 del minimo, se la regolarizzazione degli errori e delle omissioni, anche se incidenti sulla determinazione o sul pagamento del tributo, avviene entro il termine per la presentazione della dichiarazione relativa all’anno successivo a quello nel corso del quale è stata commessa la violazione oppure, quando non è prevista dichiarazione periodica, entro due anni dall’omissione o dall’errore;
– a 1/6 del minimo, se la regolarizzazione degli errori e delle omissioni, anche incidenti sulla determinazione o sul pagamento del tributo, avviene oltre il termine per la presentazione della dichiarazione relativa all’anno successivo a quello nel corso del quale è stata commessa la violazione, oppure, quando non è prevista dichiarazione periodica, oltre due anni dall’omissione o dall’errore.
– a 1/5 del minimo se la regolarizzazione degli errori e delle omissioni, anche se incidenti sulla determinazione o sul pagamento del tributo, avviene dopo la constatazione della violazione (ai sensi dell’art. 24, legge n. 4/1929 – PVC), salvo nei casi di mancata emissione di ricevute fiscali, scontrini fiscali o documenti di trasporto o di omessa installazione degli apparecchi per l’emissione dello scontrino fiscale).
Non va dimenticato che le riduzioni delle sanzioni nelle misure di 1/7 e di 1/6 si applicano unicamente ai tributi amministrati dall’Agenzia delle Entrate (imposte dirette ed indirette, con esclusione dei tributi doganali e dei tributi locali).
Il pagamento e la regolarizzazione ovviamente precludono la prosecuzione di accessi, ispezioni, verifiche o altre attività di controllo.
Nonostante le apparenze è stato rilevato che in realtà le nuove norme non sono poi così vantaggiose poiché il ravvedimento non comporta la depenalizzazione delle violazioni, così che difficilmente il contribuente procede con il ravvedimento operoso se vi è la prospettiva di un avviso di accertamento penale a seguito del suo adempimento volontario.
Forse, si è detto, sarebbe stato più incentivante concedere la possibilità della rateizzazione delle somme dovute. Oltre a tutto ciò non va dimenticato che il ravvedimento operoso non consente comunque al contribuente di sanare la violazione relativa alla mancata presentazione della dichiarazione dei redditi, altro elemento disincentivante.
Va evidenziato anche che non è possibile usufruire del cumulo di cui all’art. 12, D.Lgs. n. 472/1997.