Equitalia fa cassa: per la Cassazione sono validi i procedimenti per violazione di norme tributarie nonostante l’irregolarità delle notifiche.

Ancora Equitalia nelle nostre pillole di informazioni per i frequentatori del nostro sito. Gli argomenti sono sempre di attualità purtroppo per i contribuenti e spesso la giustizia cambia le carte in tavola. Questa volta lo ha fatto a ”favore” del nostro gabelliere. La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 19052 del 25 settembre 2015, ha deciso che il contribuente è tenuto a pagare le sanzioni fiscali notificate la prima volta con la cartella di pagamento anche se l’iscrizione a ruolo non è stata preceduta da alcun avviso, come invece solitamente accade. La Corte ha stabilito che la mancata comunicazione della richiesta di pagamento precedente alla notificazione della cartella di pagamento vera e propria è una mera irregolarità e non motivo di nullità della cartella di pagamento successivamente notificata.
La Corte ha spiegato che “per le sanzioni amministrative per violazioni di norme tributarie, l’omessa comunicazione dell’invito al pagamento prima dell’iscrizione a ruolo, con la riduzione e per gli effetti previsti dall’art. 2, coma 2, del d.lgs. n. 472 del 1997, non determina la nullità di tale iscrizione e degli atti successivi, ma una mera irregolarità, inidonea ad incidere sull’efficacia dell’atto, sia perché non si tratta di condizione di validità, stante la mancata espressa sanzione della nullità, avendo il previo invito al pagamento l’unica funzione di dare al contribuente la possibilità di attenuare le conseguenze sanzionatorie dell’omissione di versamento, sia perchè l’interessato può comunque pagare per estinguere la pretesa fiscale, con riduzione della sanzione, una volta ricevuta la notifica della cartella”.
Per la Suprema corte quindi il procedimento avviato dal fisco, nonostante abbia delle irregolarità, è comunque legittimo e valido e quindi obbliga il contribuente al pagamento delle imposte.

Assegno per il mantenimento del figlio: quando e come può essere revisionato?

Capita che il genitore che deve versare il mantenimento (di solito il padre) cerchi di ridurre l’importo dell’assegno adducendo difficoltà economiche sopravvenute (la crisi, la perdita del lavoro etc.).
La Corte di Cassazione con ordinanza 19107/15, pubblicata il 25 settembre dalla sesta sezione civile, si è pronunciata chiaramente stabilendo che la crisi i debiti del professionista non comportano la riduzione dell’assegno di mantenimento stabilito nell’importo di 500 euro al mese per mantenere la figlia nata da un’unione ormai finita.
La Corte precisa che, nonostante la documentazione della posizione debitoria da parte del genitore onerato dell’assegno, non è possibile evitare l’obbligo di versare il mantenimento per il figlio perché le «obbligazioni familiari» restano comunque «prioritarie rispetto alle altre». L’economia in rosso e l’esposizione debitoria non aiutano il veterinario a liberarsi del contributo da versare in favore della figlia minore quindicenne.

Nel caso deciso dalla Corte il professionista risultava socio di una società che aveva come oggetto la gestione di cliniche e ambulatori per animali. La Corte non ha ritenuto attendibili le dichiarazioni fiscali presentate dalle quali emergevano redditi a malapena sufficienti al mantenimento dello stesso contribuente. In ogni caso il padre professionista non avrebbe comunque potuto essere esonerato dal versamento del mantenimento dei figli che, ribadisce la Corte, vengono prima dei creditori.
Chiariamo comunque che ogni caso è a sé. La giurisprudenza della Cassazione è orientativa e non va interpretata in modo assoluto, proprio perché, come abbiamo sempre sostenuto, ogni situazione è singolare e presenta caratteristiche diverse che possono completamente stravolgere i punti di partenza e quindi anche quelli di arrivo. Se, infatti, a causa della crisi economica, un impiegato ultra cinquantenne senza particolari competenze e professionalità perdesse il lavoro con difficoltà evidenti a “riciclarsi” e non avesse altre fonti di reddito (per locazione di un immobile ad esempio), sicuramente otterrebbe una revisione dell’assegno per il mantenimento del figlio, che verrebbe adeguato alla nuova situazione economica. Il caso del libero professionista, invece, è quello più problematico, in quanto spesso questi “nasconde” i redditi effettivi. In tali ipotesi, quindi, i giudici si basano sulla valutazione del tenore di vita tenuto dal soggetto, il quale offre la valutazione più corretta di quelli che sono i suoi reali redditi.
Come più volte specificato ricordiamo che in ogni caso l’onerato, di fronte ad un cambiamento della propria situazione economica, non può assolutamente ridurre di propria iniziativa l’ammontare dell’assegno per il mantenimento dei figli. Egli dovrà necessariamente rivolgersi al giudice e chiedere una modifica delle condizioni di separazione o di divorzio.

Strisce pedonali. Il pedone ha sempre ragione.

Il pedone che si accinge ad attraversare la strada sulle strisce pedonali, anche se in condizioni climatiche avverse e col buio, non è tenuto a verificare se i conducenti dei mezzi in transito stiano o meno rallentando perché è obbligo dei conducenti rallentare in prossimità degli attraversamenti pedonali e fermarsi laddove qualcuno stia attraversando. Inoltre se un pedone viene investito, chi lo investe deve risarcire i danni prodotti a meno che provi di aver fatto di tutto per evitare il danno. A sancirlo è la sentenza 730/15 del tribunale di Firenze chiamato ad esprimersi dopo che il conducente di un motorino ha contestato il decreto ingiuntivo col quale gli veniva imposto il risarcimento danni in favore di un pedone che, dopo essere sceso dall’autobus, col buio e con la pioggia, ha attraversato la strada sulle strisce per poi essere investito. Ricorda il tribunale che è insegnamento pacifico in giurisprudenza che, «approssimandosi alla zona pedonale, i conducenti hanno il dovere di improntare la condotta di guida a maggiore attenzione diffusa e prudenza particolare». In casi come questo, quindi, le condizioni meteo avverse non possono essere un vantaggio per l’investitore, anzi, esse imponevano particolare attenzione. Se il conducente dello scooter avesse usato tutte la attenzioni necessarie, dettate dall’articolo 191 del codice della Strada, avrebbe sicuramente evitato l’incidente. Inoltre, visto che c’era l’autobus fermo alla fermata era presumibile che vi fosse sceso stesse per attraversare la strada.

Assegno di mantenimento per i figli: Si versa anche nel mese di Agosto.

E’ una domanda molto frequente soprattutto da parte dei padri separati: quando ad agosto  il figlio sta tutto il mese con me posso sospendere il pagamento dell’assegno di mantenimento?
La risposta è negativa. Il mantenimento del figlio va versato anche ad agosto. Il genitore non collocatario del minore è infatti tenuto a corrispondere l’assegno anche quando i figli stanno con lui nel periodo estivo perché il contributo costituito a suo carico è, almeno astrattamente, una somma calcolata unitariamente per tutto l’anno che viene frazionata unicamente per comodità del debitore.
In effetti il contributo costituito a carico del genitore non collocatario del minore non “nasce” mensile: il giudice della famiglia regola la contribuzione dell’onerato stabilendo una somma in moneta e ogni anno il genitore non convivente con il figlio risulta tenuto a versare all’altro la cifra stabilita. Soltanto il fatto che si tratta di un onere rilevante consente al giudice di stabilire di solito che il pagamento avvenga in misura rateale o frazionata, secondo quanto stabilito dal nostro codice civile per le obbligazioni pecuniarie in generale. In buona sostanza la rateizzazione del debito è una agevolazione per il debitore, che dunque non può evitare il pagamento della rata di agosto: costituisce infatti la quota di un somma globale somministrata per quella periodicità e determinata per tutte le necessità della prole.

Nel Far West di Equitalia, attenzione alla nullità delle multe arretrate.

Ancora su Equitalia, attenzione alle nullità! Sono nulle e quindi prive di di effetto le intimazioni di pagamento recapitate da Equitalia all’automobilista per le multe arretrate. Se Equitalia non produce in giudizio le cartelle originali ed il trasgressore oppone la irregolarità eccependo la mancanza di notifica e contestando il contenuto della raccomandata, allora è Equitalia (ovvero il mittente) a dover provare sia l’avvenuto invio e ricevimento, sia il contenuto della raccomandata.
Non è sufficiente per l’agente della riscossione depositare in giudizio l’estratto di ruolo aggiornato alla data dell’esibizione perché l’estratto non rappresenta una fotografia delle somme richieste nella cartella esattoriale al momento della notifica. È quanto emerge dalla sentenza 3021/15, pubblicata dalla sezione civile del giudice di pace di Salerno che ha affermato testualmente che “Il mittente deve provare il contenuto della busta quando il destinatario contesta la raccomandata” e “Spetta a Equitalia dimostrare che nella raccomandata c’è la cartella di pagamento”.
Si rammenta che in base all’articolo 26 del Dpr 602/73 l’agente della riscossione deve conservare per cinque anni la matrice o la copia della cartella perché è tenuto a esibirle su richiesta del contribuente o dell’amministrazione.
Se invece, come accaduto e come accade di frequente, Equitalia produce soltanto le copie degli avvisi di ricevimento delle cartelle e l’estratto di ruolo relativo, ciò non basta a dimostrare il credito azionato riportato nelle intimazioni.
L’estratto di ruolo non può assolvere alla funzione di provare il contenuto della cartella esattoriale perché rappresenta soltanto momento evolutivo del debito del contribuente verso l’ente impositore per il tramite dell’agente della riscossione e non costituisce una raffigurazione statica delle somme pretese dalla cartella esattoriale al momento della notifica dell’atto impositivo.

Imposte e tasse non dovute: 48 mesi per richiedere la restituzione.

Se si versa una imposta non dovuta, si può chiedere il rimborso all’Agenzia delle Entrate ed entro quanto tempo? Si applica il termine di prescrizione decennale ordinario?
Ebbene, chi abbia effettuato un pagamento alla Agenzia delle Entrate non dovuto potrà richiederne il rimborso entro il termine di 48 mesi.

Con la sentenza n. 16617 del 7.8.2015 la Corte di Cassazione ha evidenziato che il termine di 48 mesi è espressamente previsto dalla legge in materia di imposte dirette (Art. 38 DPR n. 602/1973) e per tale ragione esso prevale sul termine generale di dieci anni stabilito dal codice civile ed applicabile ai casi di indebito oggettivo.
La legge sulle imposte dirette sopra citata prevede appunto a carico del contribuente l’onere di presentare una istanza di rimborso entro 48 mesi dal versamento non dovuto (perché ad esempio si è pagata una tassa due volte o una tassa che non si doveva pagare o inesistente). Sono quindi tutte le ipotesi di errore materiale, duplicazione ed inesistenza totale o parziale dell’obbligo.
In poche parole siamo davanti ad ipotesi identiche a quelle che il codice civile definisce e disciplina come casi di indebito oggettivo (art. 2033 c.c.). Si tratta dei casi nei quali si effettua un pagamento non dovuto maturando così il diritto al rimborso. Tale diritto ha un termine di decadenza di dieci anni, che, come detto, si riduce a due anni nei casi di imposte e tasse.
La conseguenza della mancata richiesta di rimborso nel termine di 48 mesi comporterà l’impossibilità per il contribuente di ottenere la restituzione di quanto pagato indebitamente all’erario.

Affidamento condiviso e tempi di permanenza dei figli minori con il genitore non collocatario. Quali i diritti del padre?

La Corte di Cassazione si è pronunciata di nuovo sul significato di affidamento condiviso dei figli minori e sui tempi di permanenza dei figli con ciascuno dei genitori. E’ l’Ordinanza 16297 del 3 agosto 2015 che ne parla.
Nel caso di specie il padre aveva proposto ricorso per Cassazione contro la sentenza pronunziata dalla Corte di Appello la quale, confermando la sentenza del Tribunale, aveva affidato la figlia minore alla mamma stabilendo modi e tempi di permanenza della bambina presso il padre. Questi, appunto, riteneva del tutto inadeguati ed insufficienti i tempi nei quali avrebbe potuto stare con sua figlia. Egli in poche parole evidenziava che era riconoscibile in capo alla mamma una sorta di affidamento esclusivo visti i ristretti tempi concessi al padre, con una evidente violazione del diritto alla bigenitorialità (diritto, come più volte detto, tutelato e garantito dalle leggi n. 54/2006 e successivamente dalla legge n. 219/2012 e dal d.lvo 154/2013 .
La Corte, con l’ordinanza in oggetto, di fatto respinge il ricorso del papà, confermando quanto deciso in primo grado dal tribunale e dalla Corte d’Appello. La Corte infatti evidenzia che l’affido condiviso non presuppone necessariamente dei tempi uguali di permanenza dei figli minori con entrambi i genitori e per questo va da sé che, essendo i figli per lo più collocati presso la mamma, il padre, pur avendo l’affidamento in via condivisa, avrà dei tempi di permanenza con i figli più ristretti se paragonati a quelli della mamma.
Per quanto contestabile, pertanto, dobbiamo non dimenticare che l’affidamento condiviso NON vuol dire che padre e madre avranno stessi tempi di permanenza con i figli minori, pur avendo stessi diritti e stessi doveri verso i figli. I minori, quindi, verranno collocati prevalentemente con uno dei genitori, in genere la mamma nella ex casa familiare che appunto viene assegnata per tale motivo alla moglie. Essi avranno poi dei periodi di tempo prestabiliti da trascorrere con l’altro genitore ed in genere, salvo che non esistano particolari motivi ostativi, viene garantito al genitore non collocatario il pernottamento con i minori, anche infrasettimanale, oltre che nei fine settimana alternati. Il pernottamento, infatti, è considerato dagli psicologi un collante importante ed un modo per favori il permanere della confidenzialità e del legame con il genitore che si deve allontanare dalla casa familiare. Chiaramente, per ovvi motivi, tale pernottamento viene garantito a partire dai 3 anni del minore, poiché prima il bambino è considerato troppo piccolo per poter essere allontanato dalla mamma per una notte intera.

No all’assegno di mantenimento (o divorzile) se l’ex coniuge conviva stabilmente con un nuovo compagno.

La Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 17811 dell’8.09.2014 ha stabilito che l’assegno di mantenimento o quello divorzile non devono più esser corrisposti se l’altro coniuge instauri una convivenza more uxorio con un terzo.
La Cassazione, a ragione, vuol tutelare quello dei coniugi (o ex coniuge) onerato dall’obbligo di dover versare all’altro, in caso di separazione o di divorzio, un assegno di mantenimento (o assegno divorzile). Se pertanto l’altro coniuge (o ex coniuge in caso di divorzio) inizi a convivere in modo stabile e duraturo con un nuovo compagno, l’obbligo alla corresponsione dell’assegno cessa.
Chiaramente sarà necessario per l’obbligato richiedere una formale modifica delle condizioni di separazione o di divorzio, non essendo possibile cessare di versare l’assegno di propria volontà e senza un apposito provvedimento del giudice che pronunci la revoca dell’assegno.
La convivenza dovrà presentare i connotati della stabilità, continuità e regolarità, dando luogo ad una vera e propria “famiglia di fatto”. Tale circostanza, evidenzia la Cassazione, interrompe ogni legame o connessione con il tenore di vita tenuto in corso di matrimonio, così che, se il nuovo compagno dell’ex coniuge sia di livello economico inferiore e non possa garantire lo stesso tenore di vita che il soggetto aveva durante il matrimonio, questi non potrà chiedere all’ex coniuge un assegno integrativo per poter conservare quel tenore.

Contratto di locazione non scritto, che succede?

La legge impone alcune regole nella conclusione del contratto di locazione, ma la corte di cassazione (a sezioni unite) ci ha sorpreso con un nuovo orientamento in tema di violazione della norma che prevede il contratto scritto.
Ha infatti stabilito che il contratto di locazione non scritto è nullo solo se è stato il locatore a imporlo al conduttore abusando della sua posizione dominante di proprietario dell’immobile da dare in affitto.
In questo caso il canone dovuto verrà ricalcolato dall’inizio della locazione prendendo a base gli accordi locali fra associazioni di categoria. Di conseguenza in caso di contratto non scritto imposto dal locatore con abuso della sua posizione di proprietario dell’immobile l’inquilino ha diritto alla restituzione di quanto versato in eccedenza.
La previsione della forma scritta nel contratto di locazione assicura certezza al rapporto di locazione e stabilizza il canone (che viene liberamente concordato tra le parti ma che rimane fissato per tutta la durata del rapporto) e contrasta l’evasione fiscale grazie al regime di pubblicità (registrazione del contratto).
Con questa nuova sentenza la Corte di Cassazione ha praticamente dichiarato che la nullità del contratto non concluso in forma scritta si configura soltanto quando è il locatore che ha imposto la forma soltanto verbale al contratto nell’ambito di un rapporto che è «giocoforza asimmetrico». E ciò perché la forma scritta che nasce per dare certezza a diritti e obblighi, specie per il locatario, assume la funzione di fare uscire dal sommerso i contratti in nero e dunque l’evasione fiscale collegata.
La nullità si configura soltanto se il locatore ha posto in essere una sorta di violenza morale sul conduttore per indurlo a non registrare il contratto. Quando invece il “nero” è stabilito d’accordo tra proprietario e inquilino, il locatore potrà agire in giudizio per il rilascio dell’immobile occupato senza alcun titolo ed il conduttore potrà ottenere la (parziale) restituzione delle somme versate a titolo di canone nella misura eccedente quella del canone «concordato»: la restituzione dell’intero canone percepito dal locatore costituirebbe un ingiustificato arricchimento dell’occupante.

Separazione e Divorzio, le spese per la scuola privata sono spese straordinarie.

Ancora sulle spese straordinarie si è pronunciata la corte di appello di Roma stabilendo che l’iscrizione dei figli a una scuola privata, pur se vede in disaccordo uno dei due coniugi divorziati, è da considerarsi spesa straordinaria se il pagamento della retta da parte di uno solo dei due genitori viola i principi di proporzionalità e di adeguatezza del mantenimento.
La corte ha poi affermato che «il genitore non è titolare di un potere indiscriminato di veto, avuto riguardo alla facoltà, in caso di disaccordo, di ricorrere al giudice per la modifica e/o l’integrazione dei provvedimenti riguardanti la prole».
Così si è espressa la sentenza 1831/15 della seconda sezione civile della Corte d’Appello di Roma, ricalcando, d’altra parte un orientamento orami consilidato nei nostri Tribunali. Infatti, come la Corte ha precisato, le spese straordinarie sono quelle che per la loro rilevanza, imprevedibilità, imponderabilità, esulano dall’ordinario regime di vita dei figli, così che la loro inclusione in via forfetaria nell’ammontare dell’assegno posto a carico di uno dei due genitori può rivelarsi in contrasto con il principio di proporzionalità sancito dall’articolo 155 Cc e con quello dell’adeguatezza del mantenimento.

Chiaramente, riportandoci a quanto già evidenziato in altri articoli, il genitore che non concordi con l’altro in merito alla iscrizione del figlio ad una costosa scuola privata può ed anzi deve opporsi per iscritto, potendo poi, eventualmente, rivolgersi al giudice per manifestare le motivazioni della propria opposizione ed insistere per l’iscrizione del figlio ad altra scuola od ad una scuola pubblica.