Se il bambino è spesso collerico ed arrabbiato: il Disturbo Oppositivo Provocatorio.

Prendiamo spunto  dall’ultima animazione della Disney Pixar “Inside out”, che offre una simpatica ma valida immagine delle emozioni che albergano nell’uomo fin da bambino. Fra le emozioni, accanto a Gioia, Paura, Disgusto e Tristezza, vi è Rabbia. Ebbene la Rabbia in sè fa parte delle nostre emozioni e delle emozioni del bambino, ma essa può diventare un problema là dove si trasformi in qualche cosa di ingestibile e persistente.

Il Disturbo Oppositivo Provocatorio (anche detto DOP) riguarda, purtroppo, molti più bambini rispetto a quanto si possa pensare. Esso è ravvisabile in quei bambini che presentino livelli di rabbia persistente, forte irritabilità, comportamenti oppositivi e provocatori. Per potersi parlare di Disturbo Oppositivo Provocatorio i sintomi devono permanere in modo continuativo per almeno sei mesi e devono generare una modificazione nei rapporti personali e sociali del bambino. Spesso fenomeni di DOP sono ravvisabili in bambini ai quali venga diagnosticato un Disturbo della condotta. Il DOP si verifica intorno ai 6 anni (mentre il Disturbo della Condotta verso i 9 anni), ma molti bambini presentano un DOP anche in età preadolescenziale.
Per poter parlare di DOP devono distinguersi (minimo per 6 mesi) almeno 4 dei seguenti comportamenti nel bambino:
• spesso va in collera;
• è spesso arrabbiato e rancoroso;
• è spesso dispettoso e vendicativo.
• spesso litiga con gli adulti;
• spesso accusa gli altri per i propri errori o il proprio cattivo comportamento; spesso sfida attivamente o si rifiuta di rispettare le richieste o regole degli adulti;
• spesso irrita deliberatamente le persone;
• è spesso suscettibile o facilmente irritato dagli altri;
Questi i fattori di rischio che possono determinare il presentarsi di un DOP:
• Disciplina particolarmente severa o inconsistente.
• Instabilità familiare.
• La mancanza di supervisione
• Essere abusato o trascurato
• Genitori con una storia di ADHD, disturbo oppositivo provocatorio o problemi di comportamento.
• Cambiamenti stressanti che inficiano il senso di coerenza di un bambino aumentano il rischio di comportamento dirompente.
Se si ravvisano tutti questi fattori, sarebbe opportuno richiedere il parere di uno specialista per verificare se, effettivamente, il bambino sia affetto da un Disturbo Oppositivo Provocatorio e quindi per dare inizio ad una idonea terapia

Assegnazione della casa familiare in caso di separazione di una coppia di fatto. Ogni tutela per i figli.

La Corte di Cassazione allarga la tutela dei diritti delle coppie di fatto (Sentenza Corte di Cassazione n. 17971/2015).
Ha infatti deciso che la casa in cui vivono i figli minori rimane assegnata alla convivente, anche se non proprietaria, nell’interesse dei bambini che rimangono a vivere con la madre. Ha altresì statuito che l’appartamento non deve neppure essere rilasciato al terzo acquirente anche quando il terzo che lo ha acquistato abbia trascritto l’atto di compravendita prima della decisione del giudice che ha assegnato la casa. Con questa sentenza pubblicata  l’11 settembre 2015 (n. 17971) la Corte ha accolto il ricorso di una donna che viveva con i figli avuti dal compagno in un immobile che era stato venduto prima dell’assegnazione da parte del Tribunale dei minori.
In questo modo la Corte ha parificato le unioni di fatto a quelle legittime. Nelle convivenze di fatto, ha statuito la Corte, «in presenza di figli minori nati dai due conviventi, l’immobile adibito a casa familiare è assegnato al genitore collocatario dei predetti minori, anche se non proprietario dell’immobile o conduttore in virtù di rapporto di locazione o comunque autonomo titolare di una posizione giuridica qualificata rispetto all’immobile. Egli, peraltro in virtù dell’affectio che costituisce il nucleo costituzionalmente protetto (ex art. 2 Cost.) della relazione di convivenza è comunque detentore qualificato dell’immobile ed esercita il diritto di godimento su di esso in posizione del tutto assimilabile al comodatario, anche quando proprietario esclusivo sia l’altro convivente».
Per questa ragione l’assegnazione dell’immobile da parte del Tribunale dei minori è anche opponibile al terzo acquirente che, in sede di stipula dell’atto di compravendita, era sicuramente a conoscenza dello stato di fatto o di diritto in cui si trovava, ovvero che l’abitazione era occupata dalla donna e dai figli. La Corte ha anche riaffermato, come già deciso con la sentenza 7214 del 2013, che l’estromissione violenta o clandestina dall’unità abitativa compiuta dal convivente proprietario verso l’altro legittima la tutela possessoria.

Le nuove sanzioni per chi non versa l’IVA.

Venerdì 4 settembre 2015 sono stati approvati i decreti legislativi per il riordino del sistema fiscale. Fra di essi vi è quello che revisiona il sistema sanzionatorio penale ed amministrativo basato sul principio della proporzionalità. Si vuole infatti arrivare ad un sistema che tenga conto del fatto che certi comportamenti, per quanto illeciti, siano non fraudolenti, mentre si vuole punire più severamente quelli fraudolenti.
Il nuovo regime penale si applicherà subito dalla entrata in vigore del provvedimento, mentre il nuovo regime delle sanzioni amministrative entrerà in vigore dal 1 gennaio 2017.

Il decreto legislativo modifica anche i casi di omesso versamento dell’imposta sul valore aggiunto (IVA), l’art. 8 del decreto, infatti, sostituendo l’art. 10 ter del D.Lgs 74 del 2000 innalza la soglia di punibilità del reato di omesso versamento Iva da 50.000.00 a 250.000.00 euro per ogni periodo di imposta.
Pertanto, come detto, lo schema di decreto legislativo sul riordino del sistema sanzionatorio penale e amministrativo, introduce la soglia di punibilità pari a 250.000,00 euro per ciascun periodo di imposta, con la conseguenza che al di sotto di tale soglia si applicano le sanzioni amministrative.
Il Governo nella relazione illustrativa afferma che in rapporto ai fatti di omesso versamento dell’IVA al di sotto della soglia si sono ritenute sufficienti le sanzioni amministrative, già comminate dall’art. 13 del decreto legislativo 18 dicembre 1997, n. 471 (sanzione del 30% di ogni importo non versato).

Assegno di mantenimento, cosa accade se il coniuge ha redditi in “nero”?

In caso di separazione o divorzio, al fine di determinare l’assegno che un coniuge dovrà versare all’altro per il suo mantenimento o per il mantenimento dei figli, il Giudice tiene conto della situazione economica di entrambi i coniugi, dei loro redditi, sia da lavoro sia derivanti da altre fonti (una locazione o altre attività).

Ci si chiede però: se uno dei coniugi svolge attività in nero e quindi percepisce redditi “sommersi”, come farà il Giudice a prendere una decisione e come stabilirà l’ammontare dell’assegno da porre a suo carico? Spesso poi risultano del tutto inutili anche le indagini svolte attraverso l’anagrafe tributaria o la polizia tributaria, alle quali il Magistrato può far ricorso per verificare la situazione economica dei coniugi là dove abbia dei dubbi in merito a quanto dagli stessi dichiarato e prodotto. E allora? Quali sono i criteri ai quali il Giudice farà appello?
Recentemente la Suprema Corte di Cassazione si è pronunciata su tale questione (sentenza n. 17738/2015), ribadendo un principio già ampiamente attuato nelle aule dei nostri Tribunali. In breve la Cassazione precisa che le valutazioni del Giudice dovranno concentrarsi sull’esame del tenore di vita condotto dal coniuge anche e soprattutto nel caso in cui questi sia un libero professionista, i cui redditi da lavoro spesso, si sa, non sono soggetti a controllo e possono essere per la maggior parte “in nero”.
Ecco quindi che avranno rilevanza la proprietà di immobili, la formazione di una nuova famiglia, la proprietà di automobili specie se di grossa cilindrata, la proprietà di natanti, le vacanze o la frequentazione di club o centri sportivi, l’utilizzo in casa di una colf etc. Se venga provato quindi che il coniuge, con una dichiarazione dei redditi medio bassa, abbia un tenore di vita medio alto, allora il Giudice darà fondamento e valore alla presunzione che egli ha dei redditi non dichiarati che gli permettano di mantenere un tale tenore di vita.
La conseguenza è che poco risolve il coniuge che, in previsione ad esempio del divorzio, si organizzi per “celare” i redditi effettivi se poi conduca un tenore di vita alto. L’altro coniuge, in tal caso, potrà dimostrare il tenore di vita condotto dall’ex, ad esempio, dimostrando che egli è proprietario di una costosa auto, che fa diverse vacanze all’anno, che è iscritto presso un centro sportivo, che paga un canone di locazione alto o che si serve di una colf .

Finalmente il diritto alla bigenitorialità arriva nelle scuole. Pari diritti per i genitori separati. La circolare n. 5336 attua la legge n. 54/2006.

La legge n. 54/2006 ha riconosciuto il diritto alla bigenitorialità, cioè il diritto di entrambi i genitori di essere e poter fare i genitori, anche nei casi di separazione o di divorzio e così ovviamente essa ha voluto garantire ai minori il diritto, sacrosanto, di avere due genitori, i quali devono condividere tutte le scelte relative ai figli, le responsabilità, i diritti ed i doveri. La legge n. 54 ha così apportato una grande novità nel sistema, dando il via a tutta una serie di importanti riforme nel diritto di famiglia, che hanno voluto centralizzare e tutelare i minori in quanto figli ed i genitori in quanto tali. Non si parla più di potestà genitoriale, ma di responsabilità genitoriale proprio per sottolineare l’importante funzione dei genitori. I figli minori, prima affidati prevalentemente alla madre, vengono affidati in via condivisa ad entrambi i genitori, a garanzia del diritto alla bigenitorialità. I figli, quindi, hanno il diritto a mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con tutti e due i genitori, anche in caso di separazione. Tutte le decisioni relative ai minori devono quindi essere concordate dai genitori separati o divorziati e nessuno dei due ha più potere rispetto all’altro perché entrambi devono conservare la loro importante funzione genitoriale.
In realtà nelle scuole italiane la legge n. 54 ed il concetto della bigenitorialità non è stato mai effettivamente recepito e garantito fattivamente. Ora, dopo ben nove anni, finalmente è stato firmato, con la circolare n. 5336 del 2 settembre 2015, il decreto attuativo sull’affido condiviso nella scuola italiana. Si è giunti a questo importantissimo passo a seguito delle numerose segnalazioni da parte del Miur in merito alla mancata ottemperanza alla legge n. 54 in ambito scolastico. Il Miur, infatti, precisa che la legge n. 54/2006: “non ha mai trovato una totale e concreta applicazione anche nella quotidiana ordinarietà della vita scolastica dei minori”.
Ecco quindi che, seppure con un enorme ed inaccettabile ritardo, è arrivato il provvedimento di attuazione, così che dal 2 settembre 2015 cambieranno molte cose all’interno delle nostre scuole e tutte a tutela, finalmente, del genitore non collocatario, il quale, pur avendo l’affidamento condiviso, si trovava spesso escluso dalla vita scolastica del figlio, con grave violazione del diritto alla bigenitorialità.
Da ora in poi, pertanto, entrambi i genitori, anche se separati, dovranno essere sempre coinvolti ed informati dalla scuola in relazione alle attività didattiche, disciplinari o di ogni natura del loro figlio minorenne. In particolare la scuola dovrà garantire:
1) l’inoltro, da parte degli uffici di segreteria delle istituzioni scolastiche di ogni ordine e grado, di tutte le comunicazioni – didattiche, disciplinari e di qualunque altra natura- anche al genitore separato/divorziato/ non convivente, sebbene non collocatario dello studente interessato;
2) l’individuazione di modalità alternative al colloquio faccia a faccia, con il docente o dirigente scolastico e/o coordinatore di classe, quando il genitore interessato risieda in altra città o sia impossibilitato a presenziare personalmente;
3) l’attribuzione della password, ove la scuola si sia dotata di strumenti informatici di comunicazione scuola/famiglia, per l’accesso al registro elettronico, ed utilizzo di altre forme di informazione veloce ed immediata (sms o email);
4) la richiesta della firma di ambedue i genitori in calce ai principali documenti (in particolare la pagella), qualora non siano in uso tecnologie elettroniche ma ancora moduli cartacei.
Quando non sia possibile acquisire il consenso scritto di entrambi i genitori per qualche grave motivo, la scuola dovrà inserire nella modulistica la frase: “Il sottoscritto, consapevole delle conseguenze amministrative e penali per chi rilasci dichiarazioni non corrispondenti a verità, ai sensi del DPR 245/2000, dichiara di aver effettuato la scelta/richiesta in osservanza delle disposizioni sulla responsabilità genitoriale di cui agli artt. 316, 337 ter e 337 quater del codice civile, che richiedono il consenso di entrambi i genitori”.
Un grande passo in avanti a tutela dei genitori e dei figli minori. Come dire, meglio tardi che mai.

Posso lasciare mio figlio minorenne da solo in casa? Cosa dicono la legge e gli esperti.

Una domanda che ci viene posta con frequenza è: posso lasciare da solo mio figlio a casa? A che età, dunque, è possibile lasciare i bambini soli in casa?
La domanda è pertinente e chiederselo è fondamentale per non incorrere in rischi non solo concreti ed in relazione alla incolumità dei bambini ma anche da un punto di vista più strettamente legale. Infatti, lasciare da solo in casa un minore di anni 14 potrebbe facilmente delineare un reato vero e proprio, il reato di abbandono di minore.
Spesso i genitori hanno la necessità di dover lasciare in casa da soli i bambini per qualche ora, perché non trovano la baby sitter o perché non possono permettersela. Il problema è sentito ancor di più nel caso di genitori separati o divorziati, che dovendo gestire da soli i figli piccoli, a volte, si trovano nella necessità di doverli lasciare qualche ora in casa da soli, con il rischio non solo che i bambini si procurino dei danni ma anche che l’altro genitore possa denunciarli o possa ricorrere al giudice per chiedere la revoca dell’affidamento.
Il codice penale all’art. 591 prevede la reclusione da 6 mesi a 5 anni per chiunque abbandoni un minore di anni quattordici; una persona incapace (per malattia fisica o mentale o per vecchiaia) di provvedere a se stessa e della quale abbia l’obbligo di cura e custodia; chi abbandoni all’estero un minore di anni diciotto affidatogli per ragioni di lavoro.
La normativa prevede poi delle aggravanti nei casi nei quali all’abbandono conseguano lesioni personali o la morte del minore o dell’incapace; se il reato venga commesso dal genitore, anche adottante, il figlio anche adottato, il tutore o il coniuge.
Ci chiediamo ora cosa si intenda effettivamente per abbandono, quale è la condotta che può portare a ravvisare il reato. L’abbandono si concretizza in qualunque condotta, attiva o passiva, che sia in contrasto con gli obblighi di custodia e cura e può pertanto concretizzarsi anche nell’ambito domestico, che in teoria dovrebbe essere ritenuto sicuro.
Si potrà avere abbandono, ad esempio, lasciando il minore (o l’incapace) in balia di se stesso o anche in compagnia di terzi che non sia però in grado di prendersi cura di loro (è il caso di chi lasci un bimbo neonato alle cure di una persona molto giovane o molto anziana che non sappia accudirlo). Altra ipotesi è quella che si concretizza in una omissione, quando ad esempio si omette di intervenire per tutelare il minore o l’incapace (è il caso del genitore che non presti al bambino le cure immediate al figlio che abbia subito un incidente domestico o che presti egli stesso cure inidonee senza chiamare un medico).
L’abbandono di minore quindi rientra nella categoria dei reati di pericolo nel senso che l’abbandono è ravvisabile anche nel caso in cui non si sia verificato l’evento dannoso, viene punita la condotta che in sé è considerata pericolosa potenzialmente. Da questo deriva che il genitore il quale lasci in casa un minore dei 14 anni per qualche ora, poiché tale condotta potrebbe essere potenzialmente dannosa per il bambino. Lo stesso però è ravvisabile nel caso in cui il genitore sia in casa ma, ad esempio, stia dormendo, così da lasciare abbandonato a se stesso il minore che sarà pertanto soggetto a procurarsi dei danni.
Solo per completezza precisiamo che per i minori di anni 14 il reato scatta automaticamente per il fatto di esser stati abbandonati, mentre per gli altri soggetti incapaci bisognerà dimostrare nel concreto la loro incapacità.
Questo reato si applica, come abbiamo specificato, a tutte le persone alle quali i minori siano affidati per ragioni di cura e custodia. Pertanto esso riguarda non solo i genitori, ma anche le baby sitter, gli insegnanti, un infermiere etc.
In considerazione di tutto ciò arriviamo alle seguenti conclusioni. E’ sempre preferibile non lasciare un minore di anni14 solo in casa e, nel caso di emergenza o assoluta necessità, sarà opportuno valutare il grado di maturità del bambino, che dovrà essere in grado di percepire eventuali pericoli e di chiedere aiuto ad un vicino o al portiere. Si dovrà valutare anche l’ambiente domestico, ad esempio una casa con un impianto elettrico a norma sarà più sicura oppure il fatto che la casa sia in un condominio provvisto di portiere o con dei vicini presenti in casa ai quali il bambino potrà rivolgersi nell’immediato. Sicuramente sarà un ambiente meno adatto una villa isolata. Altresì dovrà valutarsi la presenza in casa di altre persone quali dei fratelli più grandi, anche se minorenni.
Sicuramente un fattore importante è la capacità del bambino di saper stare da solo e per questo il bambino dovrà aver ricevuto la necessaria preparazione. Non è consigliabile lasciare un minore di anni 14 da solo in casa se il bambino non abbia mai provato tale esperienza e nona bbia ricevuto la necessaria preparazione.
Gli esperti consigliano infatti di iniziare a rendere responsabili i bambini dopo i 10 anni, magari lasciandoli da soli per brevissimi lassi di tempo (mezz’ora), magari assicurando loro la presenza nella casa accanto del vicino o del portiere, facendo telefonate al bambino per rassicurarlo e comunque limitando i tempi di assenza. In questo modo il bambino acquisirà pian piano sicurezza e non sentirà il senso dell’abbandono, inoltre si responsabilizzerà ed imparerà a capire cosa non si deve fare ed a chi rivolgersi in caso di pericolo o di paura. In ogni caso, consigliano sempre gli esperti, bisognerà informare il bambino su dove si sta andando e sul tempo di assenza, lasciargli tutto l’occorrente come la merenda o da bere e raccomandando il non uso dei fornelli (provvedendo ovviamente a chiudere il gas), lasciare dei numeri di telefono oltre al proprio (quello del vicino o del portiere) e sicuramente ordinare al bambino di non aprire a nessuno.

Videosorveglianza nei negozi, legittima o no?

La Corte di Cassazione, con la sentenza n. 17440, depositata il 2 settembre 2015, ha chiarito se l’immagine della persona, anche se non registrata ma solo ripresa, debba essere considerato “dato personale” coperto dalla tutela della privacy. Il caso prende spunto dal Garante della Privacy che aveva sanzionato il titolare di una torrefazione che aveva installato una telecamera collegata ad un monitor così da poter controllare chi uscisse ed entrasse nel suo negozio. Il tribunale successivamente aveva annullato la sanzione comminata dal Garante.
La Suprema Corte di Cassazione, con la sentenza indicata, ritiene non lecito riprendere dei soggetti senza che vi sia una adeguata informazione. La videosorveglianza con telecamere, infatti, determina la raccolta ed il trattamento di dati personali e questo anche qualora non vi sia registrazione. Per gli ermellini quindi l’immagine è un dato personale in grado di identificare la persona.
Il proprietario della torrefazione poteva ben installare l’impianto di video sorveglianza, ma doveva avvertire opportunamente la clientela, che aveva il diritto di essere informata.
Inoltre la Corte precisa che nei casi in cui non sia possibile informare oralmente ogni cliente, è sicuramente sufficiente assicurare una informativa “minima” quale quella offerta da un cartello. Questo però deve essere ben visibile, sia per grandezza sia per posizione e deve essere di immediata comprensione. A tal fine possono essere utilizzati simboli stilizzati. L’informativa dovrà per altro informare in modo preciso se vi sia una semplice videoripresa oppure una registrazione.

Autismo. La nuova legge n. 134/2015.

Dal prossimo 12 settembre entrerà in vigore la legge sull’autismo. La legge dovrebbe assicurare alle persone affette da tale disturbo ed alle loro famiglie una più ampia tutela ed assistenza, anche in ambito scolastico, nonché una incentivazione alla ricerca scientifica. Molto ci sarà ancora da fare, ma questo può essere considerato un inizio per una maggiore tutela e garanzia in favore delle persone autistiche, il cui numero è aumentato, anche grazie alla più ampia informazione degli operatori scolastici, delle famiglie e dei medici, che oggi sanno riconoscere con maggiore rapidità i sintomi del disturbo rispetto al passato.
Pubblichiamo qui di seguito il testo definitivo della legge .

LEGGE 18 agosto 2015, n. 134 Disposizioni in materia di diagnosi, cura e abilitazione delle persone con disturbi dello spettro autistico e di assistenza alle famiglie. (15G00139) (GU n.199 del 28-8-2015) Vigente al: 12-9-2015 La Camera dei deputati ed il Senato della Repubblica hanno approvato; IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA Promulga la seguente legge: Art. 1 Finalita’ 1. La presente legge, in conformita’ a quanto previsto dalla risoluzione dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite n. A/RES/67/82 del 12 dicembre 2012 sui bisogni delle persone con autismo, prevede interventi finalizzati a garantire la tutela della salute, il miglioramento delle condizioni di vita e l’inserimento nella vita sociale delle persone con disturbi dello spettro autistico. Art. 2 Linee guida 1. L’Istituto superiore di sanita’ aggiorna le Linee guida sul trattamento dei disturbi dello spettro autistico in tutte le eta’ della vita sulla base dell’evoluzione delle conoscenze fisiopatologiche e terapeutiche derivanti dalla letteratura scientifica e dalle buone pratiche nazionali ed internazionali. Art. 3 Politiche regionali in materia di disturbi dello spettro autistico 1. Nel rispetto degli equilibri programmati di finanza pubblica e tenuto conto del nuovo Patto per la salute 2014-2016, con la procedura di cui all’articolo 5, comma 1, del decreto-legge 13 settembre 2012, n. 158, convertito, con modificazioni, dalla legge 8 novembre 2012, n. 189, si provvede all’aggiornamento dei livelli essenziali di assistenza, con l’inserimento, per quanto attiene ai disturbi dello spettro autistico, delle prestazioni della diagnosi precoce, della cura e del trattamento individualizzato, mediante l’impiego di metodi e strumenti basati sulle piu’ avanzate evidenze scientifiche disponibili. 2. Ai fini di cui al comma 1, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano garantiscono il funzionamento dei servizi di assistenza sanitaria alle persone con disturbi dello spettro autistico, possono individuare centri di riferimento con compiti di coordinamento dei servizi stessi nell’ambito della rete sanitaria regionale e delle province autonome, stabiliscono percorsi diagnostici, terapeutici e assistenziali per la presa in carico di minori, adolescenti e adulti con disturbi dello spettro autistico, verificandone l’evoluzione, e adottano misure idonee al conseguimento dei seguenti obiettivi: a) la qualificazione dei servizi di cui al presente comma costituiti da unita’ funzionali multidisciplinari per la cura e l’abilitazione delle persone con disturbi dello spettro autistico; b) la formazione degli operatori sanitari di neuropsichiatria infantile, di abilitazione funzionale e di psichiatria sugli strumenti di valutazione e sui percorsi diagnostici, terapeutici e assistenziali basati sulle migliori evidenze scientifiche disponibili; c) la definizione di equipe territoriali dedicate, nell’ambito dei servizi di neuropsichiatria dell’eta’ evolutiva e dei servizi per l’eta’ adulta, che partecipino alla definizione del piano di assistenza, ne valutino l’andamento e svolgano attivita’ di consulenza anche in sinergia con le altre attivita’ dei servizi stessi; d) la promozione dell’informazione e l’introduzione di un coordinatore degli interventi multidisciplinari; e) la promozione del coordinamento degli interventi e dei servizi di cui al presente comma per assicurare la continuita’ dei percorsi diagnostici, terapeutici e assistenziali nel corso della vita della persona; f) l’incentivazione di progetti dedicati alla formazione e al sostegno delle famiglie che hanno in carico persone con disturbi dello spettro autistico; g) la disponibilita’ sul territorio di strutture semiresidenziali e residenziali accreditate, pubbliche e private, con competenze specifiche sui disturbi dello spettro autistico in grado di effettuare la presa in carico di soggetti minori, adolescenti e adulti; h) la promozione di progetti finalizzati all’inserimento lavorativo di soggetti adulti con disturbi dello spettro autistico, che ne valorizzino le capacita’. Art. 4 Aggiornamento delle linee di indirizzo del Ministero della salute 1. Entro centoventi giorni dall’aggiornamento dei livelli essenziali di assistenza previsto dall’articolo 3, comma 1, il Ministero della salute, previa intesa in sede di Conferenza unificata di cui all’articolo 8 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281, e successive modificazioni, provvede, in applicazione dei livelli essenziali di assistenza medesimi, all’aggiornamento delle linee di indirizzo per la promozione ed il miglioramento della qualita’ e dell’appropriatezza degli interventi assistenziali nei disturbi pervasivi dello sviluppo (DPS), con particolare riferimento ai disturbi dello spettro autistico, di cui all’accordo sancito in sede di Conferenza unificata il 22 novembre 2012. Le linee di indirizzo sono aggiornate con cadenza almeno triennale. 2. L’attuazione delle linee di indirizzo aggiornate ai sensi del comma 1 costituisce adempimento ai fini della verifica del Comitato permanente per la verifica dell’erogazione dei livelli essenziali di assistenza. Art. 5 Attivita’ di ricerca 1. Il Ministero della salute promuove lo sviluppo di progetti di ricerca riguardanti la conoscenza del disturbo dello spettro autistico e le buone pratiche terapeutiche ed educative. Art. 6 Clausola di invarianza finanziaria 1. Dall’attuazione della presente legge non devono derivare nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica. Le amministrazioni interessate alla relativa attuazione vi provvedono con le risorse umane, finanziarie e strumentali disponibili a legislazione vigente. La presente legge, munita del sigillo dello Stato, sara’ inserita nella Raccolta ufficiale degli atti normativi della Repubblica italiana. E’ fatto obbligo a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato. Data a Palermo, addi’ 18 agosto 2015 MATTARELLA Renzi, Presidente del Consiglio dei ministri Visto, il Guardasigilli: Orlando

Il nuovo Codice della Strada.

Sono operative le modifiche al codice della strada apportate dalla legge 115/15, pubblicata sulla Gazzetta Ufficiale 178/15, con cui l’Italia adempie ai suoi obblighi di Stato membro dell’Unione europea. Tra le principali novità c’è la possibilità per il minore tra i sedici e i diciotto anni di trasportare con la sua patente un passeggero sul motociclo o sul ciclomotore: dal documento di circolazione del mezzo deve tuttavia risultare l’omologazione per il trasporto di un’altra persona.
Per quanto riguarda le persone disabili e il trasporto di rimorchi, diventa senza limiti il peso trasportabile se si sarà in possesso della nuova patente speciale. Fino al 27 agosto scorso il limite era fissato a 750 chilogrammi.
Modificata anche la legge sugli esami per la patente B: l’esaminatore dovrà essere in possesso di una patente analoga da almeno tre anni.
Per le altre, l’esaminatore dovrà prima prendere parte a un percorso formativo. Infine, i gradi del campo visivo verso l’alto necessari per conseguire la patente passano da 25 a 30.