“Vedo nero”: la tristezza modifica la percezione dei colori.

La tristezza è uno stato d’animo che tutti conosciamo e che capita a tutti di provare. La tristezza è una condizione che influenza non solo il nostro stato d’animo ma anche il modo con il quale percepiamo l’esterno ed i colori.
La rivista scientifica Psychological Science ha pubblicato una recente ricerca effettuata da alcuni neuroscienziati della Università di Rochester. Sembra dimostrato che lo stato d’animo e l’umore influenzino la percezione dei colori. Coloro che si sentono tristi, effettivamente, hanno mostrato di percepire con minore intensità alcune sfumature di colori. La percezione diversa riguarderebbe però solo alcuni colori, quali quelli rientranti nell’asse dei blu-gialli. Questi sarebbero percepiti in modo alterato e con intensità diminuita dalle persone tristi. Al contrario la percezione dei colori appartenenti all’asse dei Rossi-Verdi rimarrebbe normale nelle persone tristi rispetto alle persone non tristi.

Alla base di tutto questo dovrebbe esservi un meccanismo neuronale particolare, che legherebbe appunto lo stato d’animo e la percezione dei colori, meccanismo oggetto di studio.
Una cosa è certa, non è un caso che si dica “vedo nero” per indicare un umore triste!

Canone TV in bolletta. Come non pagare se non si ha la televisione nel luogo in cui si paga una utenza della luce?

Come sapete la legge di stabilità ha stabilito che il canone TV si pagherà con la bolletta della luce, a partire dal prossimo anno.
Ma cosa deve fare chi nel luogo dove ha una utenza della luce non ha la televisione? Come non pagare nella bolletta della luce il canone della Tv?
Ebbene la soluzione è semplice, bisognerà inviare una dichiarazione (dichiarazione sostitutiva di atto notorio) nella quale appunto si dichiara di non avere un apparecchio tv. Nel fare la dichiarazione bisogna ricordare che ogni dichiarazione mendace e falsa è punibile penalmente.
La dichiarazione andrà poi inviata per raccomandata a/r, preferibilmente senza busta, a:

Agenzia delle Entrate S.A.T.
Sportello Abbonamenti TV
Ufficio Torino 1
Casella postale 22
10121 Torino
Alleghiamo per Vostra comodità un fac simile di dichiarazione:
Spett.le
Agenzia delle Entrate – Direzione Provinciale I di Torino
Ufficio territoriale di Torino 1 Sportello S.A.T.
Casella postale 22 – 10121 Torino (To)
RACCOMANDATA A.R.

Oggetto: canone di abbonamento n. . . . . . . . . . .
Dichiarazione sostitutiva di certificazione
(art. 46 D.P.R.28 dicembre 2000 n. 445 )

Il/La sottoscritto/a . . . . . . . . . .
nato/a a . . . . . . . . . . (Prov.: . . . . . . . . . .) il . . . . . / . . . . . / . . . . . . . . .
residente a . . . . . . . . . . C.A.P. . . . . . . . . . . Prov. . . . . . . . . . . in . . . . . . . . . . Tel. . . . . . . . . . . Fax . . . . . . . . . . E-mail . . . . . . . . . .Codice Fiscale . . . . . . . . . .
Identificato a mezzo di documento di identità del tipo . . . . . . . . . . rilasciato da . . . . . . . . . . in data . . . ./ . . . ./ . . . . . . . . numero . . . . . . . . . . che si allega in copia alla presente;
consapevole che chiunque rilascia dichiarazioni mendaci è punito ai sensi del codice penale e delle leggi speciali in materia, ai sensi e per gli effetti dell’art. 46 D.P.R. n. 445/2000;
COMUNICA
Di non essere in possesso di alcun apparecchio atto o adattabile alla ricezione delle radioaudizioni; pertanto la presunzione secondo cui in ogni abitazione di residenza o dimora si trovi un apparecchio ricevente, per il solo fatto che risulti intestata un’utenza per la fornitura di energia elettrica, risulta in questo caso errata. Ne consegue che non è dovuto dallo scrivente alcuna imposta sul possesso di apparecchi televisivi.
Chiede, contestualmente, che si provveda alla cancellazione del proprio nominativo dai Vostri archivi centrali.
Si rimane a Vostra disposizione per ulteriori richieste di chiarimento.
Distinti saluti
Data _______________
Luogo ______________
Firma ______________

Il contratto di comodato: caratteristiche e differenze con la locazione.

Spesso un genitore decide di concedere a titolo gratuito al figlio l’utilizzo di una casa. Questo concretizza un tipo di contratto ben diverso da quello di locazione, denominato comodato, adottato soprattutto fra parenti.
Il comodato è disciplinato dagli articoli 1803 e seguenti del codice civile ed è il contratto con cui una parte, detta comodante, consegna all’altra, detta comodatario, un bene immobile (o mobile) affinchè il comodatario se ne serva per un tempo o per un uso determinato, con l’obbligo di restituirlo.
In genere il comodato è un contratto a titolo gratuito, anche se è prevista la tipologia del comodato a titolo oneroso, anche se il valore sarà sempre esiguo, per non denaturare l’istituito.
Il comodatario, cioè colui che riceve il bene, ha l’obbligo di custodirlo e conservarlo con la così detta diligenza del buon padre di famiglia, il che vuol dire che deve averne cura come se quel bene fosse suo, adottando tutte le misure per conservarlo e mantenerlo. Non potrà concedere in godimento il bene a terzi senza il consenso preventivo del comodante.
In caso di violazione degli obblighi, il proprietario comodante può richiedere la restituzione del bene ed il risarcimento dei danni.
Il comodatario inoltre è tenuto a sostenere le spese per l’utilizzo del bene ed avrà diritto al rimborso solamente delle spese straordinarie affrontate per la conservazione del bene, se urgenti.
Il comodante, invece, che è il proprietario del bene, sarà responsabile per gli eventuali vizi del bene e se questi dovessero causare danni al comodatario, il comodante dovrà risarcirlo.
Il comodato in genere è soggetto ad un termine, raggiunto il quale il comodatario dovrà restituire il bene. La restituzione dovrà invece essere immediata se sopraggiunga un urgente ed imprevisto bisogno del comodante.
Nei casi nei quali il comodato è stato pattuito senza termine di scadenza, il comodante può richiedere in qualsiasi momento la restituzione del bene ed il comodatario dovrà restituirlo. Lo stesso vale nel caso di morte del comodatario. In tal caso quindi il comodante potrà richiedere agli eredi del comodatario la restituzione immediata del bene, anche se il termine stabilito non sia ancora scaduto.
Il contratto di comodato non deve essere necessariamente registrato. Per dargli valore giurido, però, il contratto dovrà essere redatto per iscritto e registrato entro 20 giorni dalla data della stipula con assolvimento della imposta di registro fissa di euro 200.00 (con codice 109T), da versare attraverso il modello F23. Inoltre è dovuta l’imposta di bollo nella misura di euro 16.00 ogni 4 facciate di contratto od ogni 100 righe.
Non vi sono versamenti annuali da compiere, come per il contratto di locazione. Nel caso di rinnovo automatico del contratto, previsto contrattualmente, non sarà necessario versare nuovamente l’imposta di registro.
Le differenze con la locazione, pertanto, sono evidenti. La locazione è un contratto a titolo oneroso, che prevede un prezzo per il godimento del bene, mentre il comodato nasce come contratto a titolo gratuito, anche se, come detto, le parti possono stabilire una piccola forma di contributo, che però dovrà essere minima per non snaturare il contratto e per non celare dietro ad un comodato un vero e proprio contratto di locazione.
Molti sono i problemi che nascono quando il genitore concede in comodato d’uso gratuito al figlio un immobile perché vi si traferisca con la sua famiglia, In questi casi la casa, di proprietà del genitore del marito, ad esempio, diventa la casa familiare. Cosa ne sarà però nel caso di separazione legale dei coniugi?
E’ questa una questione delicatissima, oggetto di molte diverse pronunce della corte di Cassazione. La casa familiare verrà assegnata dal giudice alla moglie ed ai figli conviventi economicamente non autonomi. Ma, ci si chiede, i suoceri proprietari dovranno subire questa limitazione al loro diritto di proprietà fino a che durerà l’assegnazione della casa alla moglie o ex moglie del loro figlio? Potranno richiederne la restituzione? Ne tratteremo in altra sede poiché l’argomento è da sempre spinoso ed ancora poco chiaro.

Il senso della giustizia nel bambino. Quando e come si sviluppa.

Il mondo del bambino è un mondo fantastico e tutto a sé. Il bambino sviluppa con il tempo tanti concetti, che poi saranno fondamentali nella vita. Parliamo ad esempio del concetto di cosa sia o non sia giusto o equo. Quando si sviluppa nel bambino? E da cosa è maggiormente influenzato?
Ebbene, a tre anni il bambino non ha assolutamente l’idea di cosa sia giusto o equo, il piccolo è profondamente egoista e non divide ciò che è suo con nessuno, anche se si tratta di cose inutili. Questo atteggiamento è ancor più sviluppato nel bambino che sia figlio unico.
Ad otto anni, invece, il bambino inizia ad avere il concetto della equità, imparando quindi a dividere in modo equo quello che ha.
Gli studiosi si sono però chiesti come si sviluppi questo concetto e se esso si sviluppi in tutti i bambini in modo uguale oppure sia influenzato da fattori esterni, come quelli culturali.
E’ stato condotto un esperimento particolare, pubblicato sulla rivista scientifica Nature, che ha messo a confronto oltre 800 coppie di bambini tra i 4 ed i 15 anni di ben sette paesi diversi (Perù, Canada, Uganda, Messico, Stati Uniti, India e Senegal), quindi con realtà sociali e culturali diverse fra loro.
Le coppie di bambini si sono trovati davanti ad un distributore di caramelle che funzionava così; solamente uno dei due bambini, il decisore, poteva manovrare una leva verde od una rossa dovendo decidere quale abbassare per accettare o rifiutare una offerta di bon bon di cioccolato a diverse condizioni. A volte le offerte erano eque e davano quantità di dolci a tutti e due i bambini della coppia, a volte invece davano cioccolata maggiore al bambino decisore e meno all’altro.
Ebbene, i bambini, provenienti come abbiamo detto da paesi diversi e di diverse età, hanno fatto per lo più o comunque più spesso scelte eque, preferendo le scelte che potessero garantire ad entrambi i membri della coppia la stessa quantità di dolci o comunque rifiutando quelle evidentemente ingiuste.
Tutto ciò ha dimostrato che l’iniquità viene comunque vista dai bambini di tutte le età e di culture diverse come un qualche cosa di avverso, manifestando così un senso di giustizia alto, il quale evidentemente si manifesta fina dalla infanzia, già dai 4 anni in poi.
Lo studio ha poi dimostrato che i bambini dei tre paesi più sviluppati ed industrializzati (Canada, Usa) rifiutavano le scelte che davano un vantaggio all’altro membro della coppia già dai 4/6 anni, mentre i bambini dei paesi meno industrializzati le rifiutavano solo verso i 10 anni.
Inoltre è emerso che i bambini di Usa Canada ed Uganda hanno rifiutato in genere le offerte che davano un vantaggio a loro stessi, compiendo così un gesto di altruismo e profondamente giusto. Tale scelta è stata compiuta solo dai bambini più grandi di questi tre paesi, dimostrando quindi le influenze culturali nella formazione del senso di giustizia.
Questa ricerca ha aperto tante strade ed interpretazioni. Ad esempio ci si chiede se i bambini, nelle loro scelte e valutazioni, si facciano influenzare da cosa pensino di loro gli altri , unicamente per comparire buoni agli occhi degli altri. Insomma, i meccanismi che regolano la formazione del senso di giustizia nel bambino è ancora tutto da scoprire e da studiare, sicuramente fortemente influenzato dai fattori esterni, sociali, culturali.

Come cancellare i debiti con il Fisco e con i creditori.

La legge n. 3/2012, come modificata con il DL 179/2012, ha introdotto misure di liberazione dai debiti, rivolte ai consumatori ed ai soggetti esclusi dalle procedure fallimentari.
In poche parole lo scopo della legge è quello di ridurre o cancellare debiti contratti con il fisco e con i creditori, in favore di tutti i soggetti che si trovano in situazioni di sovraindebitamento. Per sovraidebitamento si intende “una situazione di perdurante squilibrio tra le obbligazioni assunte e il patrimonio prontamente liquidabile per farvi fronte, nonché la definitiva incapacità del debitore di adempiere regolarmente le proprie obbligazioni”.
Per ottenere la cd esdebitazione (liberazione dai debiti) sono previste varie strade e far fronte al sovraindebitamento, il consumatore ha tre procedure di composizione: il piano del consumatore, l’accordo di ristrutturazione e la liquidazione del patrimonio.
Il piano del consumatore può essere utilizzato da una persona fisica (esclusi dunque professionisti, associazioni, start up innovative, imprenditori agricoli e piccoli commercianti) che si trova in una “situazione di perdurante squilibrio tra le obbligazioni assunte e il patrimonio prontamente liquidabile”. Il debito non deve provenire da una attività professionale o imprenditoriale ed inoltre il soggetto deve essere ritenuto meritevole cioè non deve aver utilizzato un credito sproporzionato rispetto alle sue possibilità. Il Piano vene presentato in tribunale e viene vagliato da un apposito organismo di composizione della crisi. Se il piano viene accettato il privato pagherà parzialmente i debiti e non dovrà liquidare il suo patrimonio per intero. Se il piano approvato non venisse poi rispettato, esso si trasformerà automaticamente in liquidazione del patrimonio.
L’accordo di ristrutturazione dei debiti ha per oggetto la ristrutturazione dei debiti e la soddisfazione dei crediti sulla base di un piano che deve essere approvato dai creditori. Questo strumento può essere attivato sia da privati che da professionisti, associazioni, start up innovative, imprenditore cessato e suoi eredi, socio illimitatamente responsabile e suoi eredi, società professionale imprenditori agricoli e piccoli commercianti. Questa procedura prevede che la proposta sia sottoscritta dai creditori che rappresentino almeno il 60% dei crediti.
La liquidazione del patrimonio è una procedura a cui possono accedere , privati, professionisti e piccoli imprenditori . Essa prevede che il debitore liquidi tutti i suoi beni compresi quelli sopravvenuti ad eccezione dei crediti impignorabili, i crediti alimentari e di mantenimento e quanto necessario al sostentamento proprio e della famiglia, i frutti derivanti dall’usufrutto legale sui beni dei figli, i beni costituiti in fondo patrimoniale. Con la liquidazione vengono cancellati definitivamente tutti i debiti del cittadino.

No all’assegno di mantenimento (o divorzile) alla moglie casalinga che abbia capacità lavorativa.

Già da tempo la giurisprudenza sta iniziando a mutare quella che era una prassi consolidata e cioè quella di riconoscere, in caso di separazione o divorzio, in favore della moglie priva di lavoro un assegno di mantenimento (o assegno divorzile) per poterle consentire di conservare il tenore di vita goduto in costanza di matrimonio.
I tempi sono evidentemente cambiati ed oggi la giurisprudenza è oramai orientata nel senso opposto.

La donna che non abbia il lavoro, ma che sia in grado di lavorare in considerazione della età, non avrà più diritto ad essere mantenuta dal marito.
La recente sentenza n. 11870 del 9/6/2015 si è appunto pronunciata in tal senso, aprendo così la strada a nuovi orizzonti.

Nel caso in esame il tribunale, nel pronunciare la cessazione degli effetti civili del matrimonio (divorzio), aveva rigettato la domanda di mantenimento avanzata dalla moglie, decisione condivisa anche dalla Corte di Appello. La moglie sia in primo che in secondo grado aveva evidenziato di esser priva di lavoro e di non poter conservare lo stesso tenore di vita goduto durante il matrimonio, tenore che era medio poiché la famiglia viveva grazie ai proventi del lavoro del marito.
La Corte di Cassazione, alla quale la signora ha fatto ricorso, ha condiviso le valutazioni compiute dai giudici del Tribunale e della Corte di Appello, in particolare con riferimento alla circostanza che la signora era dotata di capacità lavorativa. La Corte di Cassazione ha precisato che “per poter valutare la misura in cui il venir meno dell’unità familiare ha inciso sulla posizione del richiedente è necessario porre a confronto le rispettive potenzialità economiche, intese non solo come disponibilità attuali di beni ed introiti, ma anche come attitudini a procurarsene in grado ulteriore”.

Quando il genitore tende a responsabilizzare troppo i figli piccoli.

Spesso i genitori tendono, anche inconsapevolmente, a responsabilizzare eccessivamente i figli minorenni, ad esempio affidando loro mansioni quali la cura del fratellino minore o lo svolgimento di attività domestiche o ancora pretendendo da loro un supporto emotivo. In particolare la tendenza ad adultizzare i bambini si verifica negli ambienti familiari disgregati, quando cioè i genitori si sono separati o hanno divorziato. In questi casi, infatti, accade spesso che il genitore, trovandosi da solo, tenda a responsabilizzare troppo i figli, soprattutto richiedendo loro un forte supporto emotivo per compensare la mancanza dell’altro coniuge o addirittura di dover compiere scelte rivolte verso l’uno o l’altro genitore. Adultizzare in tal modo i bambini, dicono gli psicologi, comporterà a loro carico conseguenze nella loro evoluzione.
Da una ricerca condotta presso il Dipartimento di Psicologia dello Sviluppo e Psicologia della Famiglia della Università del Michigan (in via di pubblicazione sul Journal of family Psychology) è emerso che questo tipo di bambini, eccessivamente responsabilizzati da piccoli, tenderanno da grandi ad essere a loro volta dei genitori poco presenti con i loro figli, dei quali si prenderanno scarsa cura o comunque una cura non adeguata.
Da quanto emerso da tale studio, quindi, parrebbe proprio che la eccessiva responsabilizzazione dei bambini comporterà, invece che una maggiore capacità genitoriale in età adulta, esattamente l’effetto contrario e quindi l’incapacità di prendersi cura dei loro figli una volta grandi.
I genitori devono pertanto evitare di affidare ai loro bambini funzioni da adulti o richiedere loro supporti morali ed emotivi per compensare la mancanza di affettività da parte dell’altro coniuge. Bisogna lasciare che i bambini vivano la loro realtà di bambini e non essere trattati da piccoli adulti.

Se l’alunno si fa male a scuola, chi ne risponde?

E’ recentissima la sentenza della Corte di Cassazione (n. 23202 del 15/11/2015) con la quale la Suprema Corte ha precisato che, in caso di danni all’alunno durante le ore di scuola, l’insegnante sotto la cui custodia era lasciato l’alunno, dovrà dimostrare di aver adottato in via preventiva tutte le misure disciplinari od organizzative idonee ad evitare il sorgere di situazioni di pericolo, oltre che dimostrare la repentinità ed imprevedibilità dell’evento.
Nel caso preso in esame dalla Corte di Cassazione il bambino aveva riportato danni per essere caduto dalla sedia, sottrattagli dai compagni mentre i bambini erano sotto la vigilanza del bidello. Sia il tribunale che la Corte di appello avevano respinto la richiesta risarcitoria per responsabilità dell’insegnante.
Secondo al Cassazione il presupposto della responsabilità dell’insegnante per il danno subito dall’allievo è la circostanza che il bambino gli sia stato affidato. Pertanto chi agisce per avere il risarcimento dovrà dimostrare che l’evento dannoso si sia verificato nel tempo in cui l’alunno si trovava sotto la sorveglianza dell’insegnante. Al contrario l’insegnante dovrà dimostrare l’esercizio della vigilanza nella misura dovuta, cioè adottando le più elementari misure di sicurezza per garantire la disciplina degli allievi, oltre che la assoluta imprevedibilità e repentinità del fatto dannoso. La imprevedibilità dell’evento dannoso, pertanto, avrà efficacia liberatoria solo nel caso in cui non sia stato possibile evitare il danno nonostante la messa in atto di una opportuna vigilanza. La Cassazione, nel caso preso in esame, evidenzia che sarebbe stato necessario indagare sulle condizioni di affidamento degli alunni, che si trovavano in un contesto extracurricolare ed affidati temporaneamente ad un ausiliario. La Corte quindi, contrariamente a quanto deciso in primo e secondo grado, riconosce la responsabilità dell’insegnante e quindi della scuola, proprio perché l’insegnante avrebbe dovuto adottare, prima di allontanarsi, tutte le preventive cautele idonee a scongiurare il verificarsi di danni ed affidare i bambini a persone qualificate.

Le novità per il 2016 della Legge di stabilità: non paga la Tasi il separato o divorziato, le novità sul canone Rai, locazioni, Caf, money transfer.

Riassumiamo le più importanti correzioni alla legge di stabilità per il 2016, interessanti per quanto riguarda la Tasi nei casi di spearazione o divorzio, il canone Rai, il canone di locazione pagato in parte in nero, i nuovi limiti al money transfer.

Tasi in caso di separazione o divorzio:
Sarà esente dalla Tasi la casa coniugale assegnata all’altro ex coniuge in caso di separazione, divorzio o annullamento del matrimonio. In questi casi pertanto l’ex marito non dovrà pagare la Tasi sulla casa familiare assegnata all’altro ex coniuge.
Le novità sul Canone Rai ed esenzione per gli over 75:
Il canone Rai si pagherà in 10 rate che saranno ricomprese nelle bollette della luce. A causa però dei tempi necessari all’adeguamento alle novità introdotte, il primo versamento del canone avverrà «cumulativamente» dal primo luglio 2016. Inoltre la soglia del reddito per la esenzione del canone Rai a favore degli ultra settantacinquenni sale ad 8.000 euro (dai 6.700 attuali).
Locazioni e Restituzione extra-quote:
Spesso i proprietari fanno pagare i conduttori (cioè gli inquilini ai quali abbiano locato la casa) una quota di affitto superiore a quella risultante dal contratto registrato. Da ora in poi pertanto ogni accordo fra le parti in questi termini sarà nullo ed il conduttore potrà entro sei mesi dalla riconsegna della casa attivarsi per richiedere la restituzione delle somme pagate in eccedenza.
Tagli più contenuti ai centri di assistenza fiscale (caf) :
E’ prevista per il 2016 una riduzione da 100 a 40 milioni del taglio ai centri di assistenza fiscale (Caf). Le riduzioni scenderanno ulteriormente a 30 milioni nel 2017 e nel 2018. Inoltre per il 2016 si ridimensiona lo stanziamento per i patronati, che viene diminuito di 20 milioni, passando da 48 a 28 milioni.
Riduzione a mille euro per il money transfer :
Il tetto all’uso del contante per i money transfer torna a 1.000 euro (da 3mila). La previsione dipende dal fatto che il money transfer, legato alla presenza di un elevato numero di lavoratori immigrati che inviano parte dei loro guadagni alle famiglie nei paesi d’origine, presenta «elevati rischi di riciclaggio e finanziamento del terrorismo».

Cosa devono fare gli eredi se fra i beni lasciati dal defunto vi sia un conto corrente?

Che cosa accade se fra i beni lasciati in successione vi sia un conto corrente? Cosa dovranno fare gli eredi per dividersi il contenuto del conto corrente?
Questa è la domanda che spesso ci viene posta e determinata dal fatto che, molto sovente, l’istituto di credito (la Banca) non consegna subito le somme contenute nel conto del defunto agli eredi.
E’ bene sapere che gli eredi dovranno in primo luogo presentare alla banca il certificato di morte dell’intestatario del conto corrente caduto in successione. Insieme al certificato di morte sarà poi necessario consegnare alla Banca un atto notorio (o dichiarazione sostituiva di atto notorio) nella quale gli eredi dichiarano appunto l’avvenuto decesso del loro parente nonché l’elenco degli eredi legittimi o testamentari. L’atto notorio è una dichiarazione che si rende presso il comune (o la circoscrizione di appartenenza).
Dal momento in cui questi documenti vengono consegnati alla Banca questa bloccherà il conto corrente così che più alcuna attività potrà essere compiuta da alcuno su quel conto.
E’ quindi importante provvedere in tempi stretti a questa operazione, soprattutto se vi siano terzi non eredi che possano operare sul conto.
Una volta consegnati i documenti alla Banca, sarà necessario richiedere a quest’ultima una certificazione la quale attesti i rapporti in essere con l’istituto di credito, intestati al defunto. Tale certificazione è essenziale al fine di compilare in modo corretto la dichiarazione di successione e verrà allegato alla dichiarazione di successione al momento della registrazione presso l’Agenzia delle Entrate.
Ricordiamo che la dichiarazione di successione, che deve essere presentata entro un anno dalla apertura della successione (cioè dalla morte), è una dichiarazione che comporta la ricerca dei beni mobili ed immobili di proprietà del defunto, la predisposizione di un prospetto di autoliquidazione delle imposte ed il pagamento delle tasse. La dichiarazione viene registrata presso l’Ufficio dell’Agenzia delle Entrate competente per zona e di seguito verrà predisposta una voltura catastale presso l’Ufficio del Catasto con riferimento agli immobili entrati in successione.
Tornando al nostro conto corrente caduto in successione, è bene ricordare che se vi è un testamento sarà necessario procedere alla pubblicazione dello stesso prima di recarsi in Banca. E quindi, nel caso di testamento pubblico o segreto depositato presso un notaio, sarà necessario recarsi dal notaio stesso per richiedere la pubblicazione del testamento. Nel caso di testamento olografo (cioè il testamento redatto di pugno dal defunto) sarà necessario portarlo da un notaio con la certificazione di morte per richiedere la pubblicazione.
A quel punto il testamento pubblicato unitamente ai documenti sopra descritti dovranno essere consegnati alla Banca.
Cosa accade però se gli eredi sono più di uno? La Banca in tal caso non pagherà a ciascuno la sua parte. Infatti la somma presente nel conto corrente del defunto è un credito del defunto nei confronti della banca e per questo non può essere diviso automaticamente dalla banca fra gli eredi, ma entrerà a far parte della comunione ereditaria.
Pertanto, in caso di più eredi, la banca richiede necessariamente la presenza di Tutti gli eredi simultaneamente, poiché la divisione delle somme rappresenta un contratto vero e proprio che quindi si conclude solo con il consenso di tutti gli aventi diritto. Quindi, per concludere, sarà necessario che tutti gli eredi si presentino allo sportello della banca per richiedere il pagamento delle somme presenti nel conto corrente del defunto.