Il modo migliore per superare la fine di una relazione sentimentale? Vivere il dolore e fare.

La fine di un rapporto sentimentale provoca, in genere a carico di colui o colei che nella coppia ha subito la decisione dell’altro, un forte dolore. Spesso chi sopporta questo dolore non riesce a superarlo in tempi brevi e si vede costretto a subirne le conseguenze per molto tempo.
In realtà il dolore derivante dalla fine di un rapporto sentimentale non ha una lunga durata o per lo meno non dovrebbe averla. Se questo dolore si prolunga nel tempo, ciò dipende unicamente da come la persona che lo subisce si pone nei suoi confronti e da come lo affronta. In poche parole, quindi, i dolori di questo genere che durano troppo sono solo frutto della nostra mente e della nostra incapacità di lasciarci andare. Infatti il dolore derivante dalla fine di una storia ha una lunga durata se la persona non lo ha accettato e vissuto, non ha lasciato che questo dolore la travolgesse, come deve essere. Il più delle volte alla fine di una relazione la persona che ha subito la fine cercherà di cancellare tutti i ricordi negativi, mettendo in cima ai ricordi solo quelli belli, mitizzando la storia e l’ex partner.
Il dolore derivante dalla fine di una storia sentimentale è sicuramente positivo se provoca subito a carico della persona che ne viene travolta un senso di annientamento, di fine, di stanchezza. Esso, paradossalmente, è salvifico. Se la persona lascia che il dolori si sfoghi, se saprà viverlo per come è e se ne lascerà avviluppare, allora il dolore finirà presto, nei tempi brevi che lo caratterizzano.
Se al contrario la persona affronta il dolore cercando i motivi, i perché della fine, se non accetta quanto è accaduto, allora quel dolore potrà durare molto tempo, anche tutta la vita.
Ecco quindi che davanti ad una delusione d’amore la migliore “strategia” è proprio quella di lasciarsi andare al dolore, anche isolandosi per un po’ di tempo, lasciando che la mente arrivi a sentirsi vuota. Come dire che quando si tocca il fondo,poi non rimane che risalire! Inutile star lì a rimuginare su chi ha fatto gli errori, su cosa era sbagliato, inutile chiedersi perché.
Lasciare che il dolore faccia il suo lavoro aiuterà a farlo passare in tempi brevi. E durante questo periodo di vuoto, di solitudine e di dolore sarà utile fare. Ebbe si, fare qualunque cosa possa occupare la nostra mente dal lavoro, agli hobby,allo sport. Ricordiamo infatti che il cervello, occupato a fare, non avrà tempo per lasciare entrare i rimpianti o i rimorsi o le domande sulla storia appena finita.

Locazioni: gli inquilini che hanno denunciato i contratti in nero pagano un canone minimo, pari al triplo della rendita catastale.

La Commissione Bilancio della Camera dei Deputati ha approvato da pochi giorni un emendamento alla Legge di stabilità 2016 che dispone:
“4-bis. Per i conduttori che, per gli effetti della disciplina di cui all’articolo 3, commi 8 e 9, del decreto legislativo 14 marzo 2011, n. 23, prorogati dall’articolo 5, comma 1-ter, del decreto-legge, 28 marzo 2014, n. 47, convertito con modificazioni dall’articolo 1, comma 1, della legge 23 maggio 2014, n. 80, hanno versato, nel periodo intercorso dall’entrata in vigore del decreto legislativo 14 marzo 2011, n. 23 al giorno 16 luglio 2015, il canone annuo di locazione nella misura stabilita dalla disposizione di cui all’articolo 3, comma 8, del decreto legislativo 14 marzo 2011, n. 23, l’importo del canone di locazione dovuto ovvero dell’indennità di occupazione maturata, su base annua, è pari al triplo della rendita catastale dell’immobile, nel periodo considerato”.
In poche parole con questo emendamento si è inteso bloccare le alte richieste di denaro avanzate dai proprietari locatori nei confronti degli inquilini che avevano denunciato i contratti di locazione in nero.
Per comprendere meglio è necessario fare qualche passo nel passato. Infatti le disposizioni precedenti (D.lgs. n. 23/2011) prevedevano dei vantaggi in favore di coloro che provvedevano a regolarizzare gli affitti così detti “in nero”. Denunciando quindi l’affitto in nero vi era la possibilità di ottenere contratti di locazione di 8 anni (4+4) ad un canone vantaggiosissimo cioè pari al triplo della rendita catastale.
Nel 2014 sul D.lgs. n. 23/2011, che appunto prevedeva questa norma, cadeva la longa manus della Corte Costituzionale per eccesso di delega.
A quel punto interveniva il D.L. n. 47/2014, convertito con legge n. 80/2014, il quale prorogava fino al 31/12/2015 gli effetti ed i rapporti sorti in base ai contratti di locazione registrati ai sensi dell’art. 3 commi 8 e 9, del D.lgs. n. 23/2011. Ma anche questa sanatoria cadeva nel nulla nel luglio 2015: la Corte Costituzionale infatti dichiarava incostituzionale questa disposizione.
Pertanto gli inquilini che si erano fatti parte diligente denunciando i contratti di locazione in nero si sono trovati “puniti” invece che agevolati. Infatti, a seguito dell’intervento della Corte Costituzionale che ha posto nel nulla la previsione del D.lgs. 23/2011, moltissimi locatori (proprietari) si sono attivati per richiedere agli inquilini il pagamento di tutti i canoni arretrati o meglio il pagamento della differenza fra il canone agevolato previsto in origine dal D.lgs 23/2011e quello concordato in nero alla firma del contratto.
Ecco che l’emendamento da poco votato è intervenuto proprio per porre fine a questa situazione e tutelare gli inquilini. Infatti da adesso i proprietari potranno richiedere agli inquilini che abbiano provveduto a denunciare i contratti di locazione in nero secondo il D.lgs 23/2011 unicamente il canone di locazione o l’indennità di occupazione “pari al triplo della rendita catastale dell’immobile, nel periodo considerato”.

Adozione nazionale: come funziona.

Come funziona l’adozione di un bambino?
L’adozione nazionale è l’adozione di un bimbo figlio di italiani o di stranieri nell’ambito dello Stato Italiano e quindi nel contesto giuridico italiano.
Si tratta di bambini figli di una madre che non vuole essere riconosciuta come tale oppure bambini che sono stati tolti dalle famiglie di origine. I casi quindi sono quelli di abbandono o di decadenza dalla responsabilità genitoriale di entrambi i genitori con assenza di aprenti entro il quarto grado che siano disponibili all’affido.
In quest’ultimo caso i bambini vengono allontanati dalla famiglia di origine a qualunque età e poi vengono affidati a strutture come le case famiglia. Se poi il tribunale per i minorenni dovesse decretare che le difficoltà della famiglia di origine siano permanenti, allora dichiarerà lo stato di adottabilità di questi bambini.
I tempi dell’adozione nazionale sono in genere molto lunghi, fino a tre anni dal deposito della domanda.
Per richiedere l’adozione nazionale ci si deve rivolgere al Tribunale per i Minorenni competente in base al luogo di residenza. Nel caso di cittadini italiani residenti all’estero il Tribunale competente sarà quello dell’ultimo domicilio dei coniugi o in mancanza il Tribunale per i minorenni di Roma.
Ci si dovrà quindi rivolgere all’Ufficio di cancelleria civile e lì depositare la dichiarazione di disponibilità alla adozione, che altro non è che la domanda di adozione.
Chi fa domanda di adozione, è bene ricordarlo, non ha infatti un diritto ad ottenere un bimbo in adozione. Il diritto è in realtà in capo ai minori ed è il diritto ad avere una famiglia. I coniugi quindi manifestano solamente la loro disponibilità ad avere in adozione un bambino.
La domanda dovrà essere corredata da vari documenti, che ciascun tribunale richiede in modo specifico, fra i quali i certificati medici dei coniugi e la dichiarazione da parte dei genitori degli adottanti di assenso alla adozione.
Alcuni tribunali accettano domande in carta semplice, ma altri hanno predisposto dei moduli prestampati da compilare ove precisare anche eventuali richieste, come ad esempio quelle relative allo stato di salute dei bambini o la disponibilità ad accettare più fratelli.
Gli adottanti dovranno accettare il così detto rischio giuridico cioè il rischio che il bambino, già collocato provvisoriamente presso la famiglia, possa poi ritornare nella famiglia di origine o presso i parenti.
In Italia la donna può decidere di non riconoscere il bambino ed in tal caso viene dichiarato lo stato di abbandono ed il bambino viene affidato temporaneamente ad una famiglia. In questi casi il rischio giuridico dura circa due mesi, poi vi è il periodo di affido preadottivo di dodici mesi e poi l’adozione vera e propria.
In altri casi, invece, i bambini vengono tolti alle famiglie di origine in qualsiasi età, su segnalazione dei Servizi Sociali, e vengono affidati a strutture come le case famiglia).

A quel punto il Tribunale per i Minorenni valuterà se le difficoltà della famiglia di origine sono temporanee o permanenti. Se il Tribunale, trascorso un certo tempo, che varia da situazione a situazione, decide di emettere un decreto di adottabilità cominciano i colloqui con le famiglie che hanno chiesto l’adozione.
Il bambino è collocato provvisoriamente in una di queste famiglie a seguito di un «decreto di collocamento familiare».
Nel corso del periodo di rischio giuridico, il Tribunale nomina un tutore. In tal caso il bambino ha la residenza presso il Tutore, non può recarsi all’estero, le vaccinazioni di legge devono essere comunicate al Tutore per le iscrizioni presso la competente A.S.L.
Una volta che il Tribunale ha ricevuto la domanda di adozione, dispone lo svolgimento di varie indagini sulla famiglia che richiede l’adozione (art. 22 L. 184/1983) facendo ricorso ai servizi socio-assistenziali degli enti locali o alle competenti professionalità delle aziende sanitarie locali e ospedaliere.

Le indagini saranno volte a verificare la capacità di educare il minore, la situazione personale ed economica, la salute, l’ambiente familiare degli adottanti, i motivi per i quali l’adottante desidera adottare un minore.
In questa valutazione un ruolo importante è svolto dagli Enti Locali. La ASL della zona di residenza della famiglia darà inizio, attraverso i propri psicologi e assistenti sociali, a colloqui preliminari per giungere alla redazione di una relazione psico-sociale riguardante i coniugi.
Interverranno in questa fase di indagine anche gli organi di Pubblica Sicurezza, Polizia e/o Carabinieri, competenti nella zona di residenza dei coniugi per accertare la presenza di eventuali precedenti penali. Entrambi le relazioni, della ASL e della Pubblica Sicurezza, verranno poi trasmesse al Tribunale per i Minorenni.
Si arriva quindi alla Procedura di Abbinamento. E’ quella fase che si ha fra la decisione dell’abbinamento tra la coppia ed il minore e la emissione della sentenza definitiva di adozione.
Il Tribunale infatti dovrà scegliere la coppia, fra quelle che hanno presentato domanda di adozione, che corrisponda alle esigenze del minore.
Il tribunale valuterà poi se sia necessario iniziare la conoscenza coppia – minore con dei preventivi incontri oppure se si possa procedere subito con un collocamento provvisorio del minore nella famiglia adottante o ancora se si possa subito dichiarare lo stato di affidamento preadottivo.

Sconti su Imu e Tasi per gli immobili dati in comodato dai genitori ai figli. Le principali novità della Legge di stabilità 2016 sugli immobili.

La nuova legge di stabilità per il 2016 ha modificato nuovamente il regime IMU relativo agli immobili concessi in comodato dai genitori ai figli. Infatti la Commissione Bilancio della Camera ha deciso per uno sconto del 50% sull’Imu e sulla Tasi anzi che per una esenzione totale. Lo sconto viene esteso a chi, oltre all’immobile concesso in comodato, abbia nello stesso comune un’altra casa adibita a casa principale. Per ottenere lo sconto sull’Imu e sulla Tasi è necessario che il comodante ed il comodatario abbiano la residenza nello stesso Comune. Se al contrario il genitore comodante ed il figlio comodatario dovessero avere la residenza in due comuni diversi, allora non si avrà la possibilità di usufruire dello sconto.
La legge di stabilità per il nuovo anno ha stabilito altre misure in favore della casa, al fine soprattutto di stimolare la crescita del mercato immobiliare.
Ad esempio è prevista la proroga dei bonus del 50% e del 65% sulle ristrutturazioni edilizie e sul risparmio energetico.
Sulla abitazione principale, poi, non graverà più la Tasi.
Inoltre chi volesse acquistare una casa da adibire ad abitazione principale potrà far ricorso al contratto di leasing immobiliare, che consentirà la detrazione Irpef dei canoni di leasing fino ad 8.000 euro per chi abbia meno di 35 anni.
Allo stesso modo sono previsti crediti di imposta per chi installi in casa sistemi di allarme o videosorveglianza digitale. Ed ancora chi nel locare la casa dovesse optare per la cedolare secca potrà beneficiare di una riduzione del 25% su Imu e Tasi per quell’immobile.

Se l’ex coniuge non paga l’assegno di mantenimento interviene il Fondo di Solidarietà. Presupposti e modalità di erogazione.

Il Ddl di stabilità per il 2016 ha previsto moltissimi sgravi contributivi ed interventi economici di vario genere, introducendo diverse novità. Tra le novità più particolari vi è quella relativa all’assegno di mantenimento in favore dell’ex coniuge. E’stata quindi predisposta una tutela per l’ex coniuge titolare dell’assegno di mantenimento nei casi nei quali l’altro coniuge obbligato a versare l’assegno non vi provveda perché non voglia o non possa. E’ stato infatti creato un Fondo di solidarietà volto a tutelare tutti quei soggetti che, separati o divorziati, si vengano a trovare in condizioni economiche precarie perché l’altro coniuge non versa loro l’assegno di mantenimento o divorzile. Nel Fondo affluiranno 250 mila euro per l’anno 2016 ed altri 500 mila per l’anno 2017.
Ma come funzionerà l’accesso al Fondo? Ebbene, il coniuge che si trovasse in stato di bisogno e quindi non fosse in grado di provvedere ai propri bisogni ed a quelli dei figli minorenni (compresi i figli maggiorenni portatori di handicap) perché l’altro coniuge obbligato a versare l’assegno di mantenimento o divorzile non vi provveda, potrà proporre istanza al Tribunale di residenza. La richiesta dovrà essere ovviamente limitata alla somma prevista per l’assegno di mantenimento. Il Tribunale verificata la presenza dei presupposti, accoglierà la domanda. Di seguito sarà il Ministero della Giustizia ad erogare le somme. Sarà poi lo stesso Ministero a rifarsi sul coniuge inadempiente e cioè sull’altro coniuge che non paga l’assegno. Se al contrario il Tribunale dovesse ritenere non sussistenti i presupposti per l’accesso al Fondo, rigetterà la domanda con un decreto non impugnabile.
Il coniuge inadempiente, sul quale il Ministero agirà per recuperare le somme, sarà soggetto a ripercussioni penali, in quanto la mancata corresponsione dell’assegno di mantenimento integra un vero e proprio reato.
Il Fondo di Solidarietà dovrà poi essere disciplinato da un decreto attuativo del Ministero della Giustizia, che dovrà essere emanato entro 30 giorni dalla entrata in vigore della legge. Il Decreto attuativo dovrà individuare i Tribunali pressi i quali si potrà presentare l’istanza in via sperimentale.

Le nuove generazioni: dai Nativi Digitali alla Coding Generation.

Nuove terminologie, nuove classificazioni per le nuove generazioni. I nativi digitali sono stati definiti,ormai da qualche tempo, tutti i giovani nati dopo il 1985, cresciuti in seno alle nuove tecnologie e per questo “digitali”, insomma nati e cresciuti nel mondo digitale.
Sono ragazzi con capacità e problematiche diverse rispetto agli appartenenti alle generazioni precedenti, quelle così dette di Gutenberg, quelle dei genitori dei nativi digitali, che preferiscono leggere i libri di carta, il giornale di carta.
I nativi digitali sono fruitori delle nuove tecnologie, ma un nuovo panorama si sta delineando nelle generazioni ultime. I giovanissimi, non solo fruiscono della tecnologia come i nativi digitali, ma ne diventano protagonisti fin dai primi anni di vita. Queste nuove generazioni vengono stimolate a vivere il digitale attraverso dei corsi appositi volti a trasformare i giovanissimi in coloro che un domani daranno un contributo concreto allo sviluppo tecnologico, divenendo iper tecnologici. Questi sono programmi formativi di “coding” cioè di programmazione e robotica, articolati appositamente per bambini e ragazzi.
Ecco quindi che assistiamo alla nascita della “Coding Generation”, la nuova generazione dei ragazzi super tecnologici, che non solo fruiranno della tecnologia ma se ne renderanno protagonisti, partecipando alla creazione della nuova tecnologia. Si creeranno così nuove competenze fin dalla fanciullezza, nuove logiche ed un nuovo modo di pensare computazionale.
La Coding Generation verrà creata attraverso il gioco e la realizzazione di robot o di videogiochi. Stanno nascendo  le nuove scuole del digitale e dell’innovazione. per la creazione della Coding Generation.
Come per la generazione dei nativi digitali non dimentichiamo che queste nuove generazioni presentano e presenteranno molte problematiche, il rovescio della medaglia è infatti inevitabile.
Già la generazione dei nativi si è manifestata come una generazione piena di insicurezze e di problematiche relazionali che hanno determinato l’insorgenza di fenomeni gravi, autolesionismo, difficoltà nella socializzazione, perdita dei punti di riferimento e del contatto con il reale, comportamenti vilenti ed aggressivi. Ci chiediamo quali saranno le drammatiche conseguenze che si verificheranno in seno alle ultimissime generazioni di geni tecnologici.

Attacchi di Panico: un disagio ma anche una salvezza. Il segreto per uscirne.

L’attacco di panico è un disturbo molto diffuso, manifestazione di energie ed emozioni bloccate o represse o ignorate, che, non trovando altro sfogo, determinano la sensazione di panico, la paura di morire mentre si sta guidando o si è in metropolitana o si sta facendo la spesa.
Si sente un vero e proprio terrore paralizzante accompagnato dalla sensazione quasi reale che esista un pericolo mortale, i battiti cardiaci aumentano, la sudorazione aumenta, la vista sembra annebbiarsi ed il corpo tende ad assecondare la sensazione mortale che si sente.
Nella mitologia greca il panico viene spiegato con un racconto fantasioso, ma utile per capire la funzione del panico stesso. Lo sappiamo spesso gli antichi greci ricorrevano ai miti per spiegare la realtà. Per il panico la spiegazione è stata inserita nell’ambito del mito di Amore e Psiche. Psiche voleva uccidersi annegando, ma Pan interviene ed impedisce il suicidio di Psiche.
E’ chiaro quindi che il panico, in realtà, è una salvezza, sta ad indicarci che bisogna reagire, che c’è qualche cosa da cambiare, che bisogna tirar fuori le emozioni, gli istinti, le energie e catalizzarle altrove. Proprio dal mito di Amore e Psiche e dall’intervento di Pan lo psicanalista James Hillman, allievo di Jung, è partito per mostrare che il panico ha una doppia faccia, da una parte è un disturbo, ma dall’altra è anche una salvezza.
Ecco quindi che gli attacchi di panico vanno combattuti proprio lasciando correre le emozioni e gli istinti, che evidentemente sono tenuti troppo sotto controllo. Essi, troppo compressi, creano una forte pressione ed è necessario farli uscire, aprire il vaso e dare spazio a tutto quello che è stato represso per tanto tempo. Via libera pertanto alle emozioni, ai desiderata, alle energie, senza paure e senza preoccuparsi di ciò che penseranno gli altri. Regalarsi tempo per andare in palestra, per andare ad una lezione di ballo o di canto, per andare a correre, per passare una serata con gli amici lasciando a casa figli, compagni, problemi.
Insomma, troppo autocontrollo fa scattare il panico, che altro non è che un campanello d’allarme che ci dice di lasciarci andare.

Casa familiare in affitto: cosa accade in caso di separazione o se uno dei coniugi muore?

Nel caso in cui la casa familiare sia condotta in locazione (quindi nel caso in cui la famiglia viva in una casa in affitto) cosa accade se i coniugi si separano o se uno di loro decede?
Già diverse volte la Corte di Cassazione (ad esempio con la sentenza n. 19691/2008) ha affrontato questa problematica ed è arrivata alla conclusione che “ in tema di separazione personale il provvedimento di assegnazione della casa familiare determina una cessione ex lege del relativo contratto di locazione a favore del coniuge assegnatario e l’estinzione del rapporto in capo al coniuge che ne fosse originariamente conduttore; tale estinzione si verifica anche nell’ipotesi in cui entrambi i coniugi abbiano sottoscritto il contratto di locazione, succedente in tal caso l’assegnatario nella quota ideale dell’altro coniuge”. Tradotto in parole semplici, questo vuol dire che se la famiglia viveva in una casa condotta in locazione con contratto sottoscritto, ad esempio, dal marito, in caso di assegnazione della casa familiare alla moglie in sede di separazione, questa subentrerà automaticamente nel contratto. Si determina in questo caso una cessione del contratto dal marito alla moglie in virtù appunto del provvedimento di assegnazione della casa alla moglie.
Lo stesso si verifica, ci dice la Cassazione, anche nel caso in cui il contratto di locazione sia stato sottoscritto da entrambi i coniugi.
Ebbene, la medesima sorte spetta al coniuge che rimanga vedovo/a. Lo ha recentemente confermato il Tribunale di Milano con la sentenza del 28/5/2015 n.6782. Infatti nel caso in cui si verifichi il decesso del coniuge che ha firmato il contratto di locazione della casa familiare, nel contratto stesso subentrerà automaticamente l’altro coniuge secondo l’art. 6 della L. 392/1978. In questo caso pertanto il coniuge superstite avrà l’obbligo di pagare i canoni di locazione. Tale obbligo, per altro, sussiste anche se il coniuge superstite non sia entrato nel possesso materiale della casa, occupata illegittimamente da un terzo.

Ansia: cosa è e come affrontarla?

L’Ansia, chi non l’ha provata. Tutti nella vita abbiamo avuto modo di confrontarci con uno stato ansioso, magari solo per un periodo limitato, durante il quale si è costretti ad affrontare decisioni difficili o eventi drammatici o una malattia.
Normalmente l’ansia può essere gestita in modo corretto e quindi superata naturalmente. Ma se essa si presenta in un soggetto già ansioso, potrebbe portare ad un forte stress che renderà difficile al soggetto affrontare i problemi. Bisogna pertanto imparare ad affrontare l’ansia, conviverci e convincersi che essa è legata ad un momento passeggero. In genere vi sono delle situazioni che possono, più di altre, determinare l’arrivo dell’ansia, come ad esempio l’insorgere di una malattia, la preoccupazione economica o la paura di essere licenziati, eventi familiari come una separazione o divorzio, lo stress da lavoro o anche la pressione di eventi sociali come il terrorismo.
L’ansia porta con sé un senso di frustrazione, palpitazioni, debolezza, cefalee, insonnia, pensieri ossessivi, logorrea o ipercinesi.
E allora cosa fare?
Può essere utile parlare con qualcuno di cui ci si fida, questa persona potrà darci una visuale diversa ed un modo di vedere le cose migliore. Sarà di aiuto individuare i punti di forza che si hanno e sfruttarli per combattere la debolezza determinata dall’ansia. Questa andrà affrontata e non negata. Se non sarà possibile superare il momento, allora si potrà far ricorso all’aiuto di uno psicologo, per imparare a gestire l’ansia. Sicuramente il soggetto che soffre di stati ansiosi farà bene a fare attività fisica, per canalizzare lì i motivi di ansia e sviluppare passioni come il disegno, la fotografia, la scrittura.

Pignoramento dello stipendio e della pensione. Limiti e modalità.

Esaminiamo le regole che disciplinano il pignoramento presso terzi. In primo luogo chiariamo cosa voglia dire Pignoramento presso terzi (PPT). Il PPT altro non è che una procedura esecutiva alla quale il creditore, che non sia riuscito ad ottenere il pagamento di quanto dovuto direttamente dal debitore, può far ricorso per tutelare il suo credito ed ottenerne il pagamento. PPT vuol dire che il creditore potrà richiedere il pagamento delle somme ad un terzo che a propria volta sia debitore nei confronti del debitore principale. Quindi il creditore potrà chiedere, ad esempio, ad una banca presso cui il debitore ha un conto di pagare quanto a lui dovuto dal correntista oppure potrà richiedere il pagamento al datore di lavoro del debitore.
Se il creditore si rivolgerà all’azienda presso cui il debitore lavora, questa dovrà trattenere un quinto dello stipendio del debitore e dovrà versarlo poi al creditore . Chiariamo che tutto questo si verifica a seguito di una procedura complessa, che parte con la notifica di un precetto e poi dell’atto di pignoramento.
Se lo stipendio sia stato già accreditato in banca, sarà la banca a dover versare le somme al creditore, ma in tal caso si possono verificare due ipotesi, regolamentate in modo diverso. Se le somme accreditate a titolo di stipendio si trovano già sul conto al momento della notifica del pignoramento, esse potranno essere pignorate solo nella parte eccedente il triplo dell’assegno sociale (cioè euro 448.52) e quindi le somme a partire da euro 1.345.56. Quindi in tal caso il conto corrente non potrà mai esser lasciato in rosso, ma come minimo dovrà rimanere un saldo di euro 1.345.56.
Se invece lo stipendio venga accreditato sul conto corrente dopo la notifica del pignoramento e fino alla udienza davanti al giudice, esso verrà trattenuto dalla Banca nella misura di un quinto e poi versato al creditore.
In questi casi quindi lo stipendio può essere pignorato senza limiti (se non quelli relativi al conto corrente di cui sopra) nella misura del quinto. Il quinto si calcolerà sul 100% dello stipendio, a prescindere dalla entità dello stesso. Anche gli stipendi bassi verranno pertanto decurtati del quinto.
Una normativa diversa è invece prevista per il pignoramento delle pensioni. In tali casi la legge vuole garantire al pensionato un minimo per la sua sopravvivenza. Il creditore potrà procedere con un PPT presso l’ente erogatore della pensione (ad esempio Inps), il quale tratterrà il quinto della pensione del debitore per versarlo poi al creditore. Però, al contrario del PPT di stipendio, vi è un minimo della pensione che non è pignorabile. Questo minimo è pari alla misura dell’assegno sociale aumentata della metà. Quindi se l’assegno sociale è di euro 448.52, la metà è di euro 224.26 e la parte non pignorabile sarà di euro 672.78.
In alternativa il creditore potrà pignorare la pensione una volta che venga accreditata sul conto corrente del debitore (Pignoramento presso la Banca). In questo caso, come sopra, se la pensione era già sul conto al momento del pignoramento, essa sarà pignorabile solo nella parte che eccede il triplo dell’assegno sociale. Il conto non può rimanere in rosso e deve rimanervi comunque un fondo di almeno 1.345.56.
Se invece la pensione viene accredita sul conto dopo il pignoramento, la banca dovrà trattenere un quinto della mensilità della pensione per versarlo poi al creditore.
E’ risultato quindi un differente trattamento fra i vari casi. Se per le pensioni è previsto un minimo intangibile, lo stesso non è previsto per lo stipendio, che anche se minimo può essere pignorato sempre e comunque nella misura del quinto.
Ebbene la Corte Costituzionale si è occupata della questione e con la Corte Costituzionale, sentenza n. 248 del 21 ottobre – 3 dicembre 2015 ha confermanto quanto stabilito dalla legge. Così che, inderogabilmente, gli stipendi sono pignorabili nella misura di un quinto, anche se siano di bassa entità. La Corte evidenzia che bisogna contemperare le esigenze del debitore con quelle del creditore.