Un caso particolare: l’ex marito che rimane nella casa familiare deve pagare alla ex moglie la metà del canone per la locazione di altra casa

Con una recentissima ordinanza (n. 430 del 14/1/2016) la Corte di Cassazione ha stabilito che, qualora uno degli ex coniugi occupi la ex casa familiare che sia in comproprietà con l’altro ex coniuge, dovrà versare a quest’ultimo la metà del canone pagato per la locazione di altro immobile.
Nel caso specifico il marito era rimasto ad occupare la ex casa familiare, immobile in comproprietà fra i due ex coniugi, mentre la moglie si era recata a vivere in altro appartamento in locazione. La Corte ha appunto riconosciuto alla donna il diritto di vedersi riconosciuti i frutti pro quota derivanti dal mancato godimento della sua metà della ex casa familiare occupata dall’ex coniuge mediante il rimborso della metà del canone di affitto pagato dalla stessa per abitare in un’altra casa.
Non solo ma nel caso specifico la Corte ha ritenuto del tutto irrilevante il fatto che la donna non avesse in corso di giudizio prodotto il contratto di locazione della casa ove era andata a vivere (ma solo le ricevute di pagamento) sulla base del principio per cui l’obbligo di produzione del contratto può essere opposto nelle cause fra le parti del contratto stesso ma non anche nei casi nei quali il rapporto contrattuale sia funzionale a qualche cosa di estraneo ad esso.
Ecco quindi che l’ex marito, rimasto a vivere nella ex casa coniugale di proprietà comune fra i coniugi, dovrà pagare alla ex moglie la metà del canone per la locazione di altro immobile proprio per il fatto che la stessa ha diritto alla metà dei frutti derivanti dal mancato godimento del 50% della ex casa familiare di sua proprietà.

29 Gennaio 2016

Le novità in materia di agevolazioni prima casa

L’Agenzia delle Entrate ha recentemente chiarito che l’estensione delle agevolazioni prima casa, prevista dalla Legge di Stabilità 2016, spetta al contribuente anche nell’ipotesi in cui proceda all’acquisto della nuova abitazione prima della vendita dell’immobile preposseduto. Rientrano nelle agevolazioni anche le ipotesi in cui il nuovo acquisto sia imponibile a IVA e i casi di nuovo acquisto a titolo gratuito.
La legge di Stabilità per il 2016 ha appunto previsto nuove ipotesi di agevolazione prima casa. Ecco quindi che a partire dal 1 gennaio 2016 il contribuente che voglia beneficiare di nuovo delle agevolazioni prima casa, ma che si trovi in una situazione di impedimento, non deve più vendere la proprietà già acquistata entro il momento di stipula del nuovo acquisto agevolato (come accadeva fino al 31 dicembre 2015), ma può procedere alla vendita dell’immobile precedente entro un anno dalla data del nuovo acquisto agevolato.
L’Agenzia delle Entrate ha precisato che nel momento dell’acquisto della nuova casa con agevolazioni prima casa il contribuente può fruire del credito per l’imposta dovuta in relazione al nuovo acquisto nel limite dell’imposta di registro o dell’imposta sul valore aggiunto corrisposte in occasione dell’acquisizione dell’immobile posseduto prima. Non solo, ma le agevolazioni prima casa si estendono anche ai al caso di nuovo acquisto imponibile a Iva e l’acquisto del nuovo immobile con le agevolazioni prima casa (sempre con l’impegno a rivendere la casa posseduta prima) spetta anche nella ipotesi di nuovo acquisto a titolo gratuito.
Infatti, evidenzia l’Agenzia, l’agevolazione prima casa si applica anche agli atti a titolo gratuito e quindi anche nei casi di case pervenute per successione o donazione, purchè nell’atto di donazione o nella dichiarazione di successione venga precisato l’impegno a vendere la casa posseduta prima entro un anno.
Per gli atti conclusi prima del 1 gennaio 2016 non può invece esser richiesto il rimborso delle eventuali maggiori imposte versate rispetto a quelle che sarebbero state dovute in base alle nuove disposizioni e non spetta quindi un credito di imposta.

29 Gennaio 2016

La madre perde l’affidamento dei figli minori se denigra ed esclude il padre.

In caso di separazione legale dei coniugi o comunque nel caso in cui la coppia di fatto si divida i minori vengono oramai affidati in via condivisa ad entrambi i genitori, in genere conservando la residenza ed il collocamento con la mamma. I genitori dovranno quindi esercitare la responsabilità genitoriale congiuntamente. Dopo la riforma operata dalla legge n. 54/2006 questa è diventata la “regola”. Ricordiamo che prima di questa importante riforma i figli minori venivano di norma affidato in via esclusiva alla madre, escludendo così il padre da molte decisioni relative ai figli.
Vi sono però delle ipotesi nelle quali i nostri Tribunali sono costretti ad affidare i figli minori ad uno solo dei genitori in via esclusiva. Questo accade sicuramente quando uno dei genitori non risulti essere idoneo e privo delle capacità genitoriali oppure presenti patologie particolari che rendono pericoloso e dannoso affidargli la prole.
L’orientamento dei giudici, però, è oramai volto a punire pesantemente anche quelle madri che pongono in essere comportamenti ostativi, prevaricatori e volti a denigrare la figura paterna ed escluderla dalla vita dei figli. La forma di “punizione” è appunto la esclusione della madre dall’affidamento dei figli, che vengono quindi affidati esclusivamente al padre.
Così ha deciso di recente la Corte di Appello di Catanzaro con decreto del 18/12/2015.
La Corte, dopo le dovute verifiche ed indagini attraverso l’ascolto del minore e le relazioni dei servizi sociali, ha identificato un comportamento della madre del tutto contrario all’interesse dei figli poiché volto alla denigrazione ed esclusione della figura paterna e tale da giustificare l’affidamento esclusivo dei figli al padre ex art. 337 quater del c.c.. Non solo ma nel caso specifico alla madre è stato permesso di vedere i figli alla presenza degli assistenti sociali.
Questa esemplare decisione vuol essere di monito a tutti quei genitori (in gran parte mamme) che, a seguito dell’evento separazione, tendono a porre in essere comportamenti volti a “mettere in cattiva luce” agli occhi dei figli la figura del padre, riversando così la rabbia ed il conflitto con l’altro coniuge sui minori. La gestione di una separazione non è semplice, soprattutto per il coniuge che la subisce, ma la conflittualità, la voglia di rivalsa, il desiderio di vendetta, la rabbia non devono prendere il sopravvento e non devono ricadere sui figli, ai quali deve esser garantito il rapporto continuativo con entrambi i genitori.

Disturbi Specifici dell’Apprendimento o semplici Difficoltà di Apprendimento?

L’8 ottobre 2010 è stata approvata la legge n. 170 contenente le  “Nuove norme in materia di disturbi specifici di apprendimento in ambito scolastico”. Essa ha  riconosciuto la dislessia, la disortografia, la disgrafia e la discalculia quali disturbi specifici dell’apprendimento e garantisce ai bambini affetti da questi disturbi il diritto all’apprendimento.  Dal 2010 pertanto quei bambini che prima venivano visti semplicemente come bambini svogliati, possono essere segnalati come bambini con DSA, la cui diagnosi poi richiede ovviamente una accurata valutazione.
La scuola segnala gli studenti che presentano delle difficoltà nell’apprendimento e sarà poi a seguito della diagnosi che per alcuni di essi potrà essere identificato un disturbo neurobiologico (DSA) vero e proprio, che necessità di una didattica specifica e l’uso di strumenti particolari ed attività di potenziamento.
E’ bene però evidenziare che non tutti i bambini che presentano delle difficoltà sono affetti da un disturbo dell’apprendimento. Molti di loro infatti avranno semplicemente una difficoltà di apprendimento, che richiede solo un metodo di studio migliore, con aiuti pomeridiani ed una didattica mirata.
In Italia esistono delle linee guida alle quali si deve far riferimento nel processo di diagnosi di DSA, che prevedono una serie di criteri.
La diagnosi pertanto deve essere molto accurata, non solo per quel che riguarda la diagnosi vera e propria ma anche per quel che concerne la individuazione del tipo di DSA.
La diagnosi è di massima importanza proprio perché da essa dipenderà il tipo di aiuto che verrà dato al bambino. Essa deve essere specifica e non limitarsi ad individuare, ad esempio, una “DSA dislessica”, dovrà infatti specificare di quale tipo di dislessia si tratta, fonologica o lessicale. Più la diagnosi è specifica e maggiore sarà la precisione nella individuazione degli strumenti didattici da utilizzare per aiutare il bambino.
La diagnosi è quindi fondamentale soprattutto per evitare di identificare come DSA delle semplici Difficoltà di apprendimento e per offrire al bambino l’aiuto migliore nei processi di apprendimento e studio. Da qui anche l’importanza di unire allo svolgimento dei test anche confronti con la famiglia, per capire come vive il bambino ed i suoi rapporti con la famiglia.

Separazione dei coniugi: se la madre vuole trasferirsi all’estero con il figlio minore.

Il caso che prendiamo in esame è quello di una donna straniera, sposata con un italiano con una figlia minore e poi separata legalmente, la quale vuole trasferirsi con la figlia nel suo paese di origine in considerazione del totale disinteresse del padre della bambina. Nella fattispecie considerata la donna proponeva un ricorso ex art. 337 codice civile avanti al Giudice Tutelare di Genova.
La richiesta della donna, però, non riguardava il rilascio del passaporto per la minore,in quanto la bambina aveva già il documento, ma era volta ad ottenere l’autorizzazione a trasferirsi all’estero con la minore.
Il Giudice Tutelare adito, quindi, dichiarando la sua incompetenza con provvedimento del 15/11/15 ha evidenziato in modo chiaro quali siano le competenze del Giudice Tutelare in relazione a quelle del Tribunale.
Nel caso in esame, pertanto, il Giudice Tutelare pone l’accento sul fatto che in sede di separazione non era stato previsto nulla in merito a possibili viaggi della minore all’estero e che il regime di affidamento era quello condiviso. Per tale ragione, osserva il Giudice Tutelare, dovranno essere i genitori, nell’esercizio della responsabilità genitoriale condivisa, a concordare le decisioni relative alla minore, comprese le decisioni relative ai viaggi. Se i genitori sono in disaccordo dovrà esser richiesto l’intervento del Tribunale Ordinario, essendo questo l’unico organo predisposto per dirimere le controversie dei genitori in relazione all’esercizio della responsabilità genitoriale.
L’art. 337 codice civile – secondo il quale: “Il giudice tutelare deve vigilare sull’osservanza delle condizioni che il tribunale abbia stabilito per l’esercizio della responsabilità genitoriale e per l’amministrazione dei beni” (come modificato dal D.Lgs n. 154/2013) –  è pertanto una norma con valore residuale che dà al Giudice Tutelare un potere di mera vigilanza sulle condizioni per l’esercizio della responsabilità genitoriale decise dal Tribunale. Tale vigilanza non può comportare decisioni risolutive, ma unicamente una attività di mediazione fra i genitori per portarli ad un accordo. Qualsiasi decisione risolutiva dei contrasti fra i genitori nell’esercizio della responsabilità genitoriale spetta unicamente al Tribunale Ordinario. Così anche la decisione relativa al caso preso in esame.

Equitalia, quali i limiti del pignoramento?

Equitalia deve rispettare dei limiti imposti dalla legge prima di pignorare i beni del contribuente. Per quanto concerne le pensioni il DL 83/2015 ha modificato l’art. 545 del codice di procedura civile, così che non può mai essere pignorata una somma della pensione pari all’importo mensile dell’assegno sociale aumentato della metà. In base a tale disposizione pertanto vi è una parte della pensione che è impignorabile ed è pari ad euro 680.00. Lo scopo di tale norma è quello di garantire al debitore un minimo per la sussistenza. Equitalia pertanto potrà procedere al pignoramento della pensione solamente per le somme eccedenti gli euro 680.00, ma rispettando le regole che disciplinano il pignoramento dello stipendio. Quindi le somme eccedenti potranno essere pignorate solo nei limiti di 1/5.
Per quanto riguarda invece il pignoramento del conto corrente le modifiche apportate dal D.l. n. 83/2015 prevedono che se la pensione è stata accreditata in data anteriore al pignoramento, possono essere pignorate somme per l’importo eccedente il triplo dell’assegno sociale (1440 euro). Se la pensione è stata accreditata alla stessa data del pignoramento o in data successiva, il pignoramento non può essere superiore a 1/5.
Se Equitalia, ma anche qualsiasi creditore, effettua pignoramenti in violazione dei limiti imposti, il pignoramento si considera (parzialmente) inefficace.
Ricordiamo inoltre che non possono essere pignorati gli arredamenti, i letti, gli elettrodomestici, gli utensili da cucina e le polizze vita. Ogni creditore ed Equitalia può pignorare invece il fondo patrimoniale sempre che il debito tributario sia stato contratto per esigenze della famiglia. Prima della riforma il creditore doveva preventivamente dimostrare in giudizio che l’atto di costituzione del fondo aveva il solo intento di evitare di pagare il debito preesistente attraverso l’azione revocatoria. Con le modifiche apportate dal Dl n. 83/2015, il creditore non dovrà più agire con l’azione revocatoria sia nei casi di fondo patrimoniale che nei casi di donazioni o trust. Pertanto, quando il debitore costituisce il fondo patrimoniale successivamente alla nascita del credito, il creditore può procedere ad esecuzione forzata immediatamente e senza preventivamente esperire l’azione revocatoria. L’unica condizione richiesta è che il creditore trascriva il pignoramento entro 1 anno dalla data della costituzione del fondo.

Bambini ed adolescenti imbrigliati nella rete: una nuova dipendenza dell’era moderna.

Abbiamo già parlato della generazione dei giovani di oggi, definita dei “Nativi digitali” o per gli ultimi nati della “Coding Generation”. Si tratta delle generazioni che nascono con il “computer in mano” per così dire, ragazzi e ragazze che fin da piccoli sono abituati a stare collegati in rete per ore ed ore, sviluppando in molti casi una vera e propria dipendenza dal web. L’Accademia Americana di pediatria ha rilevato che i giovanissimi oggi trascorrono circa 7 ore al giorno davanti a computer, cellulari, tablet.
Le conseguenze negative sono molteplici, come per tutte le forme di dipendenza.
Fino ad oggi si tendeva a trascurare gli effetti negativi derivanti dalla dipendenza dal web, ma essi sono sempre più evidenti nelle nuove generazioni. Stare molte ore collegati alla rete provoca sicuramente danni allo sviluppo cognitivo, alla salute psichica, ma anche problematiche alla vista ed alla postura.
Proprio a Roma, presso il Policlinico Gemelli, è stato creato un Centro Pediatrico Interdipartimentale per la Pscicopatologia dedicato ai bambini ed adolescenti dipendenti dal web.

Nel Centro interagiscono la Psichiatria, la Pediatria e la Neuropsichiatria Infantile ed è in assoluto il primo centro in Itali ad integrare discipline diverse per affrontare diverse sindromi. La dipendenza dal web infatti determina disturbi vari, dai disturbi dei processi di costruzione della identità a quelli dissociativi fino ad arrivare alla vera e propria dipendenza psicologica. Il contatto continuativo e prolungato con la rete a volte può creare un vero e proprio fenomeno di isolamento, che può ricordare il fenomeno giapponese detto “Hikikomori”.
Secondo gli studiosi di questo centro è necessario intervenire nei piccoli soggetti web addicted proprio quando sono piccoli.
La creazione in Italia di un centro di questo genere ci dà la misura di quanto anche nel nostro paese sia oramai diffusa una nuova problematica ed una nuova patologia legata alla abitudine dei giovani e giovanissimi di stare ore ed ore davanti agli schermi di Smartphone, Computer, Tablet. I genitori lasciano che i figli trascorrano moltissimo tempo collegati in rete, senza rendersi conto dei danni che questo provoca nella psiche dei loro figli, nel processo evolutivo ed anche nel fisico. La rete offre la possibilità ai giovani di viaggiare in altri mondi, in una realtà virtuale che, a breve, diventa la loro unica realtà, isolandoli dal mondo reale, rendendoli asociali, portandoli a rifiutare il contatto umano e le emozioni reali preferendo quelle virtuali.
Ecco allora che un Centro come quello oggi creato all’interno del Gemelli può essere utile per reperire informazioni, per capire se i propri figli siano dipendenti dalla rete e come intervenire.

Notifica della cartella Equitalia nulla perchè eseguita a mani del portiere senza successivo invio della seconda raccomandata.

È nulla la notifica eseguita da Equitalia direttamente al portiere senza l’invio della seconda raccomandata informativa, così ha stabilito la Commissione Tributaria Regionale del Lazio con la sentenza n. 4405/2015.
Sulla base della norma introdotta nel d.p.r. 600/1973 dal d.l. 223 del 2006, dunque, il Collegio ha accolto il ricorso di un cittadino al quale Equitalia aveva notificato un atto consegnandolo nelle mani del portiere dello stabile, senza fare altre ricerche.
La difesa aveva impugnato la cartella dinanzi alla Commissione Tributaria Provinciale lamentando il mancato invio della seconda raccomandata. Il ricorso era stato respinto e il cittadino aveva allora fatto appello alla Commissione Tributaria Regionale del Lazio che ha ribaltato il verdetto.
Secondo i giudici dell’appello poichè la notifica della cartella avvenne a mani del portiere dello stabile, il procedimento della notifica avrebbe dovuto perfezionarsi con l’invio della seconda raccomandata informativa, come previsto dal quarto comma dell’art. 139 cpc e come previsto, in sede propria, dall’art. 60 dpr 600/73 nella formulazione valevole introdotta dal D.L. n. 223 del 4/7/06 (c.d. Decreto Milleproroghe, convertito dalla L.248/06 in vigore dal 4/7/06), il quale, con l’ inserimento della lettera b bis nel citato art.60, ha stabilito appunto la necessità di tale adempimento.
Poichè Equitalia Sud non ha fornito alcuna prova di avere inviato al contribuente la seconda raccomandata contenente l’avviso della avvenuta notifica, si deve ritenere che l’adempimento sia stato omesso, con conseguente nullità del procedimento notificatorio della cartella di pagamento impugnata e, quindi, con decadenza dell’ente impositore dal diritto ad ottenerne il pagamento per intervenuto decorso dei termini di legge.

Separazione dei coniugi: quando i figli non vogliono frequentare il padre e la sua nuova famiglia.

Spesso accade che, dopo la separazione dei genitori, i figli non vogliano frequentare il padre e questo porta nel lungo termine ad un allontanamento fra il figlio ed il padre, con la conseguente rottura dei rapporti con la figura paterna.
Proprio per garantire ai figli la continuazione e lo sviluppo del rapporto con il padre dopo l’evento separazione i Giudici stanno adottando recentemente degli strumenti volti ad evitare la crisi del rapporto padri-figli ed anzi a recuperarlo ricostruendo la fiducia dei figli verso il genitore che è andato a vivere fuori casa con una nuova famiglia.
Con la sentenza n. 18719/2015 il Tribunale di Roma ha appunto disposto l’intervento del servizio sociale territorialmente competente in un caso in cui i figli si rifiutavano di frequentare il padre e la sua nuova famiglia.
Il ricorso all’ausilio dei servizi sociali è considerato dai giudici della capitale come l’unico strumento necessario a garantire la continuità dei rapporti fra il genitori che si allontana da casa ed i figli e quindi l’unico strumento utile al superamento dei conflitti familiari. Tale ricorso viene considerato necessario anche nel caso in cui la madre sia collaborativa e non ponga in essere modalità di relazione con il figlio volte a denigrare la figura paterna.

Da Gennaio 2016 si riduce la misura degli interessi legali

Per effetto del DM dell’11.12.2015, pubblicato sulla G.U. 15.12.2015 n. 291, a partire dal 1 gennaio 2016 diminuisce la misura degli interessi legali, che passano dallo 0.5% allo 0.2% annuo.
Le conseguenze di questa riduzione si potranno vedere soprattutto da un punto di vista fiscale ed in particolare nei casi di ravvedimento operoso finalizzato a regolarizzare gli omessi o tardivi o insufficienti versamenti delle imposte e tasse. Nelle ipotesi di ravvedimento infatti sarà necessario versare oltre alla sanzione ridotta anche gli interessi moratori calcolati al tasso legale, che matureranno ogni giorno a partire dal giorno successivo a quello entro il quale doveva essere adempiuto il pagamento e fino a quando esso non avverrà.
Il tasso da applicare è quello in vigore nei singoli periodi e quindi se dal gennaio 2015 al dicembre 2015 è dello 0.5%, dal gennaio 2016 sarà pari allo 0.2%.
Non solo, ma dal corrente mese di gennaio 2016 si ha anche la riduzione alla metà della sanzione del 30% per i versamenti effettuati con ritardo non superiore a 90 giorni, così che la sanzione da ora in poi sarà del 15%.