PAS: Sindrome di Alienazione Parentale. Cosa è e quando determina l’affidamento esclusivo dei figli.

Quando due genitori si separano, se la conflittualità è molto alta, può capitare – e purtroppo spesso accade – che uno dei due metta in atto tutta una serie di comportamenti volti ad allontanare i figli dall’altro genitore. Ecco allora che, ad esempio, il genitore presso cui i figli sono collocati inventa scuse per impedire all’altro di vedere e stare con i figli nei periodi e tempi stabiliti dal giudice oppure parli ai figli dell’altro genitore in modo denigratorio, addebitandogli colpe e provocando nei figli un automatico allontanamento psicologico. La conseguenza di questo comportamento ostativo e denigratorio è il graduale allontanamento dei figli da uno dei genitori, spesso accompagnato dal rifiuto di frequentare l’altro genitore, che è stato volutamente messo in cattiva luce proprio dal genitore con cui i figli vivono.

Ebbene queste modalità vengono identificate con il termine di PAS ovvero Sindrome di Alienazione Parentale (Parental Alienation Syndorme).

Questo disturbo venne individuato dal Dottor R. A. Gardner , il quale fin dal 1985 diede una accurata descrizione della Pas. Gardner descriveva due  sintomi specifici della presenza della Pas ovvero l’indottrinamento del figlio da parte di uno dei genitori contro l’altro e l’allineamento del figlio con il genitore “alienante”. Per Gardner quindi è necessaria la presenza di entrambi gli elementi per parlare di Pas, tanto che non è possibile individuare un caso di Pas, ad esempio, se il figlio si allontani da un genitore senza che l’altro lo “indottrini”, cioè non operi una sorta di lavaggio del cervello al fine di creare nel figlio il rifiuto dell’altro genitore.

Il riconoscimento della Pas ha creato moltissime polemiche ed essa non è quasi mai entrata nelle aule dei nostri tribunali. Da un punto di vista medico psicologico la Pas non viene da molti riconosciuta come una vera e propria sindrome in quanto non è mai stata inserita nelle catalogazioni internazionali, per prima la catalogazione del DSM IV  ”Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders” . In realtà, come molti fanno notare, nel DSM V, seppure non si parla di Pas si parla di problema relazionale genitore-figlio, che  viene spiegato nei seguenti termini: Problemi cognitivi possono comprendere attribuzioni negative alle intenzioni altrui, ostilità verso gli altri o rendere gli altri capro espiatorio, e sentimenti non giustificati di alienazione. Molti altri sono inoltre i riferimenti chiari alla Pas contenuti nella catalogazione del DSMV.

Altrettante sono le resistenze presso i nostri Tribunali nel dare una veste concreta alla Pas ed attribuire alla stessa delle conseguenze di tipo giuridico, specie sull’affidamento dei figli.

Una recentissima sentenza della Corte di Cassazione (Cass. n. 6919 dell’8 aprile 2016) si è occupata proprio di tale argomento delicatissimo, evidenziando che in realtà non vi è bisogno di discutere se esista o meno la Pas e se essa sia o meno individuabile come sindrome patologica. Per la Cassazione è importante invece verificare se di fatto vi sia stato un allontanamento dei figli da uno dei genitori, provocato dal comportamento colpevole dell’altro genitore. Fatta tale verifica, secondo la Cassazione, è giusto che il genitore ostativo perda l’affidamento del figlio.

La Corte inoltre evidenzia che il Giudice possano servirsi anche di presunzioni per verificare se effettivamente uno dei genitori sia stato allontanato dal figlio a causa del comportamento ostativo e denigratorio dell’altro genitore. Quindi il Giudice, qualora uno dei genitori denunci un comportamento del genere posto in essere dall’altro genitore, dovrà verificare la veridicità di tali comportamenti e se questi siano provati dovrà garantire al figlio la continuità delle relazioni con il genitore allontanato e la bigenitorialità. In questi casi, pertanto,il genitore alienante potrà perdere l’affidamento dei figli.

Nella sentenza indicata la Corte di Cassazione espressamente sostiene:

“Non compete a questa Corte dare giudizi sulla validità o invalidità delle teorie scientifiche e, nella specie, della controversa PAS, ma è certo che i giudici di merito non hanno motivato sulle ragioni del rifiuto del padre da parte della figlia e sono venuti meno all’obbligo di verificare, in concreto, l’esistenza dei denunciati comportamenti volti all’allontanamento fisico e morale del figlio minore dall’altro genitore. Il giudice di merito, a tal fine, può utilizzare i comuni mezzi di prova tipici e specifici della materia (incluso l’ascolto del minore) e anche le presunzioni (desumendo eventualmente elementi anche dalla presenza, laddove esistente, di un legame simbiotico e patologico tra il figlio e uno dei genitori). Tali comportamenti, qualora accertati, pregiudicherebbero il diritto del figlio alla bigenitorialità e, soprattutto, alla sua crescita equilibrata e serena. L’importanza di tale diritto è testimoniata dalla sentenza della Cedu 9 gennaio 2013, n. 25704, L. c. Rep. Italiana, che ha affermato la violazione dell’art. 8 della convenzione da parte dello Stato italiano, in un caso in cui le autorità giudiziarie, a fronte degli ostacoli opposti dalla madre affidataria, ma anche dalla stessa figlia minorenne, a che il padre esercitasse effettivamente e con continuità il diritto di visita, non si erano impegnate a mettere in atto tutte le misure necessarie a mantenere il legame familiare tra padre e figlia minore, attraverso un concreto ed effettivo esercizio del diritto di visita nel contesto di una separazione legale tra i genitori…”

Prosegue la Cassazione: “ Si deve enunciare il seguente principio: in tema di affidamento di figli minori, qualora un genitore denunci comportamenti dell’altro genitore, affidatario o collocatario, di allontanamento morale e materiale del figlio da sé, indicati come significativi di una PAS (sindrome di alienazione parentale), ai fini della modifica delle modalità di affidamento, il giudice di merito è tenuto ad accertare la veridicità in fatto dei suddetti comportamenti, utilizzando i comuni mezzi di prova, tipici e specifici della materia, incluse le presunzioni, ed a motivare adeguatamente/a prescindere dal giudizio astratto sulla validità o invalidità scientifica della suddetta patologia, tenuto conto che tra i requisiti di idoneità genitoriale rileva anche la capacità di preservare la continuità delle relazioni parentali con l’altro genitore, a tutela del diritto del figlio alla bigenitorialità e alla crescita equilibrata e serena.”

19/4/2016

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Ipocondria: la psiche vuol dire la sua, ascoltiamola!

Si sente parlare spesso di ipocondria, ma cosa è veramente?

E’ un disagio psichico a tutti gli effetti, seppure esso sovente venga sottovalutato o addirittura deriso. Consiste nella preoccupazione abnorme e continua di avere una malattia grave o mortale. Chi ne soffre crede di avere i sintomi di malattie gravi ed a nulla servono gli accertamenti medici poichè la paura passa senza soluzione di continuità da un sintomo all’altro, oggi sarà la pura di un tumore, domani di un infarto.

L’ipocondriaco quindi vive nella costante e fortissima paura di rimanere distrutto dal suo corpo, che continuamente attenta alla sua tranquillità presentando sintomi persistenti di malattie gravi ed addirittura mortali.

Troppo frequentemente l’ipocondria viene trattata come una psicopatologia e come tale curata con psicofarmaci e con la psicanalisi. Bisogna però pensare che l’ipocondria è un messaggio che la psiche invia, che va interpretato ed ascoltato .

Nell’ipocondriaco vi è un costante bisogno di preoccuparsi per qualche cosa, anche il minimo dolore o semplice fastidio crea una paura ed una preoccupazione che non vengono superate nemmeno con le rassicurazioni dei medici. Il punto è che in questi casi il problema non è di natura fisica ed è per questo che le rassicurazione mediche non servono. Il problema è psicologico e viene dall’inconscio, quindi dal profondo dell’essere e non può esser risolto con un esame del sangue o con una tac.

In realtà il corpo sta richiamando l’attenzione della persona non sul fisico, ma sulla psiche, che evidentemente ha bisogno di essere ascoltata. Per questa ragione l’ipocondriaco potrà superare questo disagio spostando l’attenzione dal piano fisico a quello psicologico, cercando di capire cosa deve cambiare nella sua vita e nel suo modo di viverla.

Rivolgersi all’aiuto dello psicologo è sicuramente un modo per iniziare a passare da un piano all’altro e per comprendere che messaggio la psiche sta mandando. Oltre a questo aiuto, però, l’ipocondriaco potrà iniziare a cambiare alcuni comportamenti, ad esempio provando a rendere le paure delle malattie meno importanti di quello che si pensa, magari facendo esami diagnostici ma senza però coinvolgere amici e parenti. Allo stesso modo l’ipocondriaco potrà cercare di non credersi al centro del mondo, ma anzi sforzarsi di preoccuparsi di più degli altri invece che solamente di se stesso. Sicuramente l’ipocondriaco dovrà cercare di evitare di cercare in rete i sintomi, poiché tali ricerche non faranno altro che alimentare le sue paure.

L’ipocondriaco, inoltre, convoglia moltissima energia nelle sue preoccupazioni e per questo dovrebbe utilizzare questa stessa energia per fare altro, magari per sfogarla attraverso una attività piacevole, uno sport, una passione.

Insomma, dall’ipocondria si guarisce. Ricordate che essa è solo un modo con cui la psiche vuol farsi sentire per far comprendere che c’è bisogno di un cambiamento!

15/4/2016

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Spese per l’acquisto del condizionatore: è possibile detrarle dalle tasse.

Sta per arrivare il caldo e come ogni anno molti stanno pensando di acquistare o di sostituire il condizionatore. E’ bene sapere che è possibile detrarre dalle tasse le spese per l’acquisto o la sostituzione del condizionatore, sia che avvenga durante una ristrutturazione sia che avvenga per dotare la propria casa di un impianto di condizionamento.

Nel caso di ristrutturazione edile la detrazione per l’acquisto dei condizionatori è pari al 50% del loro costo, oltre ad una riduzione dell’Iva al 10%.  Questo tipo di detrazione è applicabile solo nei casi di unità immobiliari residenziali, nei condomini e parti comuni.

Nel caso invece di climatizzatori ad alta efficienza energetica che sostituiscano l’impianto di riscaldamento la detrazione è del 65% del costo e può essere usufruita per abitazioni, uffici e negozi.

La stessa detrazione del 65% del costo del condizionatore è possibile nell’ambito del bonus mobili (di cui abbiamo già parlato in altro precedente articolo), ma solo se viene effettuata una ristrutturazione edilizia straordinaria per singole abitazioni e condomini.

La detrazione sarà invece del 50% se non vi sia una ristrutturazione in costo.

In tutti i casi la detrazione viene “spalmata” su 10 anni.

Come sempre sarà necessario acquistare il climatizzatore mediante bonifico bancario o con carta di credito e non anche con assegno o cambiale, inoltre sarà necessario conservare la fattura di acquisto per tutti gli anni in cui la detrazione verrà applicata.

L’Agenzia delle Entrate  con la risoluzione 25E del 6/3/2015 ha precisato che i condizionatori sono beni significativi e pertanto su di essi si applica l’Iva al 10%. Tale aliquota però non si applica sul prezzo totale, ma solo sulla differenza tra il valore totale del servizio ed il costo materiale del condizionatore. Per l’acquisto si applica quindi un’aliquota più bassa non già sui condizionatori stessi bensì su un valore ottenuto, come specifica l’agenzia delle Entrate,  “sottraendo dall’importo complessivo della prestazione, rappresentato dall’intero corrispettivo dovuto dal committente, soltanto il valore dei beni significativi. Il valore delle materie prime e semilavorate, nonché degli altri beni necessari per l’esecuzione dei lavori, forniti nell’ambito della prestazione agevolata, non deve essere individuato autonomamente in quanto confluisce in quello della manodopera.

15/4/2016

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Ex conviventi, non è possibile chiedere all’altro il rimborso delle somme spese durante la convivenza.

Accade spesso che, dopo la fine di una convivenza, uno dei due ex conviventi chieda all’altro la restituzione di somme di denaro da lui stesso spese durante la convivenza.

In una recente sentenza il Tribunale di Milano (sent. n. 11850 del 22.10.2015) ha ribadito un principio già applicato comunemente alle coppie sposate e cioè che, salva la presenza di accordi specifici diversi fra i membri della coppia, non è ravvisabile alcun obbligo di rimborso.

Pertanto gli esborsi patrimoniali effettuati da uno dei partner in favore dell’altro durante la convivenza non devono essere restituiti se entrambi i membri della coppia hanno contribuito in modo proporzionato ed adeguato alla convivenza, affrontando spese diverse ciascuno secondo le proprie capacità. Tale principio potrebbe esser superato solamente se la coppia stipula un contratto (un accordo) dal quale risulti che una determinata somma o determinati pagamenti debbano esser considerati come dei prestiti e quindi restituiti. Non è quindi ammissibile che il partner, dopo la fine della relazione e della convivenza, richieda all’altro la restituzione, ad esempio, dei canoni da lui pagati per l’affitto della casa ove si è svolta la convivenza. Stesso discorso però potrebbe valere nelle ipotesi di spese affrontate solo da uno dei conviventi per l’acquisto dei mobili o per una ristrutturazione o ancora nel caso in cui il partner abbia versato alla compagna disoccupata delle somme durante la convivenza.

Il principio, che poi è lo stesso che si applica nel caso di coppie sposate, è quello per cui tali erogazioni di denaro non si presumono conferite a titolo di prestito, ma quali contributi al nucleo familiare per la conduzione della vita in comune e per questo non rimborsabili.

Come detto, il principio trova un limite nella presenza di eventuali patti scritti contrari.

Nel caso di coppie di fatto, pertanto, tali erogazioni di denaro vengono considerate comunemente dalla giurisprudenza come adempimento di obbligazioni naturali (previste dall’art. 2034 c.c.) purchè vengano rispettati i principi della adeguatezza e proporzionalità.

Nel caso deciso dal Tribunale di Milano, infatti, l’uomo aveva pagato i canoni di affitto della casa e le spese per la ristrutturazione, mentre la donna aveva provveduto alle spese quotidiane di vita in comune.

15/4/2016

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Il Bonus Mobili per le giovani coppie: cosa prevede la legge di stabilità 2016.

Tra le tante previsioni, la legge di stabilità 2016 ha disciplinato il così detto bonus mobili per le giovani coppie. Esso consiste nella detrazione Irpef del 50% della spesa per l’acquisto di mobili da parte di giovani coppie, purchè uno dei due abbia meno di 35 anni e purchè siano sposate o convivano more uxorio da almeno tre anni.

Con la circolare n. 7/E del 31.3.16 l’agenzia delle entrate ha poi offerto delucidazioni in merito a questo bonus.

L’art. 1 co. 75  della legge di stabilità 2016 prevede appunto che le giovani coppie costitute da coniugi o da conviventi da almeno 3 anni, nelle quali almeno uno abbia meno di 35 anni, che abbiano acquistato un immobile da adibire ad abitazione principale, possono beneficiare di una detrazione dalla imposta lorda per le spese documentate sostenute per l’acquisto di mobilio di arredo della casa di abitazione.

Tale detrazione va ripartita fra i due in dieci quote annuali di pari importo ed è calcolata su un importo complessivo non superiore a 16.000 euro.

I requisiti richiesti dalla legge per poter usufruire della detrazione devono esser presenti nel corrente anno 2016 e sono:  essere una coppia coniugata o una coppia convivente more uxorio da almeno tre anni; non aver superato i 35 anni di età, almeno per uno dei membri della coppia (il requisito anagrafico è rispettato per i soggetti che compiano 35 anni nel 2016, a prescindere dal mese); aver acquistato nel 2016 o anche nel 2015 una unità immobiliare adibita ad abitazione principale (la casa può essere acquistata a titolo oneroso o gratuito da entrambi o anche da uno solo, purchè in questo ultimo caso il soggetto non abbia superato i 35 anni di età).

La detrazione riguarda le spese affrontate dal 1 gennaio al 31 dicembre 2016 per acquistare i mobili destinati ad arredare la casa e non ricomprendono gli acquisti dei grandi elettrodomestici.

I mobili devono essere nuovi e non vi sono ricompresi le porte, le pavimentazioni, le tende e tendaggi.

Non è rilevante chi dei due della coppia faccia l’acquisto, né che l’acquisto sia effettuato dal membro della coppia di età superiore ai 35 anni.

Il bonus mobili non è cumulabile con il vecchio bonus mobili e grandi elettrodomestici, che riguarda gli acquisti effettuati dal 6 giugno 2013 al 31 dicembre 2016.

Per usufruire del bonus l’acquisto dei mobili deve avvenire con bonifico o con carta di credito.

Le spese dovranno essere documentate e quindi andrà conservata la ricevuta del pagamento e le fatture di acquisto.

11/4/2016

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Quando uno dei coniugi ha dei debiti: la casa in comunione può essere pignorata dai creditori?

I creditori di uno dei coniugi possono espropriare la casa che i coniugi hanno in comunione?

Ebbene la risposta è affermativa. Se uno dei coniugi ha contratto dei debiti che poi non sia stato in grado di pagare, i creditori potranno iscrivere ipoteca e quindi pignorare la casa che sia in comunione legale fra i coniugi, purchè la procedura esecutiva si svolga sul 50% della casa e purchè, dopo la vendita all’asta dell’immobile, la metà del ricavato venga consegnata all’altro coniuge.

Tale principio è stato di recente riconfermato dalla Cassazione con la sentenza n. 6230/2016.

Pertanto davanti al pignoramento immobiliare su un bene della comunione legale a causa dei debiti contratti da uno dei coniugi l’altro coniuge non potrà “bloccare” ed opporsi alla vendita forzata, dovendo egli sopportare le conseguenze della morosità del coniuge inadempiente.

Come la Cassazione ha precisato, infatti, questo principio trova il suo fondamento nel fatto che la comunione legale dei beni fra i coniugi è una comunione senza quote. In tal senso infatti i coniugi sono contitolari dei beni senza quote precise, ma nella interezza dei beni e ciò a differenza di altri tipi di comunione, come la comunione ereditaria, ove i comproprietari lo sono per quote ben precise.

Se è dunque vero che il coniuge non debitore non possa opporsi al pignoramento immobiliare della casa in comunione, è anche vero che, dopo la vendita all’asta, egli avrà diritto di ricevere la metà del ricavato dalla vendita, concretizzandosi così il suo diritto in una somma di denaro.

Il principio d’altra parte è quello contenuto nel codice di procedura civile.

La Cassazione nella sentenza indicata ha quindi evidenziato che l’espropriazione forzata dovrà avere ad oggetto l’immobile della comunione nella sua interezza, così che il pignoramento sarà sulla casa intera e verrà trascritto contro entrambi i comproprietari (i coniugi).Sarà quindi viziata la procedura se il creditore notifica e trascrive il pignoramento solo sulla metà dei beni.

Dopo la vendita all’asta della casa il giudice pronunzierà un decreto di trasferimento con diritto del coniuge non debitore a ricevere il controvalore lordo del50% di sua proprietà della casa.

Sicuramente il coniuge non debitore, pur non potendo opporsi alla procedura esecutiva, potrà partecipare egli stesso all’asta e fare una offerta di acquisto.

Non potendo, il coniuge comproprietario del bene in comunione, bloccare il pignoramento egli potrà, quantomeno, partecipare all’asta e proporre un’offerta di acquisto. Il fatto che sia sposato con il soggetto debitore non è infatti un ostacolo alla partecipazione alla procedura esecutiva.

Inoltre il coniuge non  debitore potrà, ove materialmente possibile, chiedere al giudice della esecuzione la separazione della quota in natura e cioè chiedere che il bene venga materialmente diviso in due parti, come nel caso di un villino che sia possibile dividere creando due porzioni immobiliari autonome.

11/4/2016

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Separazione: a che età i figli possono pernottare con il padre?

In caso di separazione ed in presenza di figli piccoli la domanda ricorrente è: da quale età il figlio può pernottare con il papà?

Sicuramente questo è un argomento attuale e di ampio interesse, in considerazione dell’elevato numero di separazioni in presenza di figli piccoli.

Le ansie delle mamme separate sono all’ordine del giorno e spesso prevale l’idea che il figlio piccolo non possa esser lasciato di notte con il padre. Le paure più frequenti? Il bambino potrebbe subire un trauma dal distacco notturno dalla mamma e dalla perdita di abitudini serali consolidate, potrebbe sentirsi abbandonato dalla mamma durante il momento delicato della notte, il padre potrebbe non essere in grado di far fronte alle necessità di un bimbo piccolo…

Bisogna tener presente che il nostro codice (art. 337 ter c.c.) prevede che il minore ha il diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con entrambi i genitori. A tal fine, in caso di separazione, il giudice dovrà prendere tutte le decisioni che riterrà necessarie nell’interesse esclusivo morale e materiale del minore, determinando i tempi e le modalità della frequentazione del bambino da parte di ciascun genitore.

Gli stessi principi sono dettati Convenzione internazionale sui diritti del fanciullo del 20 novembre 1989 che tutela il diritto del fanciullo “di mantenere relazioni personali e contatti diretti in modo regolare con entrambi i genitori, salvo quando ciò sia contrario all’interesse superiore del fanciullo”.

Insomma, la nostra legge non ci indica in modo dettagliato l’età a partire dalla quale il figlio piccolo possa pernottare con il padre non collocatario, ma detta, come sopra precisato, dei principi generali, basati sulla tutela dei diritti del bambino.

Sono pertanto i Giudici che, di volta in volta, valutano i casi specifici, basandosi anche sulla letteratura in ambito psicologico. Questa sicuramente offre delle linee guida che non vanno sottovalutate al fine di garantire al bambino una crescita serena ed equilibrata, anche in caso di separazione dei genitori.

In genere, i Giudici ritengono che il bambino possa pernottare con il padre non collocatario a partire dai tre anni, possibilmente iniziando ad abituarlo al pernottamento con il papà in modo graduale, al fine di evitare traumi.

Il pernottamento con il padre, infatti, è ritenuto dai nostri giudici ed ancor prima dagli psicologi un elemento importantissimo per la crescita del bambino e per assicurargli un rapporto continuativo e consolidato con la figura paterna, che è purtroppo assente dalla casa familiare a causa della separazione. Inoltre il pernottamento con il figlio piccolo consentirà al padre di sviluppare le sue capacità di accudimento del figlio, responsabilizzandolo e rendendolo partecipe della vita intima del figliolo nonostante la separazione. In tal modo si eviterà che il rapporto padre-figlio diventi sterile, distaccato e che la relazione con la figura paterna perda nel tempo forza ed importanza. In tal modo sarà garantito il rispetto del principio della bigenitorialità.

La Corte di Cassazione (con la sentenza. n. 19594/11) ha ritenuto che, fino al compimento dei 4 anni di età, è preferibile che il bambino pernotti con il padre per una sola notte a settimana e questo per consentire al bambino di adeguarsi alla nuova situazione ed al padre di conquistare le capacità di prendersi cura da solo del figliolo.

Gli orientamenti dei nostri giudici sono però basati sulla valutazione dei casi concreti, tanto che il Tribunale di Milano, con il decreto del 14.01.2015, si è pronunciato ampliando i limiti di età del bambino ai fini del pernottamento con il padre. Nel caso specifico si trattava di una bambina di soli 2 anni. I giudici di Milano, precisando che la genitorialità si impara solo facendo i genitori, hanno disposto la permanenza della piccola con il padre almeno un giorno infrasettimanale ed il pernottamento  con il genitore a fine settimana alternati, oltre che nei periodi di festa.

La conclusione è che debba essere sicuramente garantita al bambino (prima di tutto!) ed al padre la possibilità di conservare, attraverso il pernottamento, quella familiarità ed intimità che, purtroppo, la separazione mette in pericolo di “estinzione”. Il pernottamento comporta una serie di rituali che, in modo innegabile, rinforzano e conservano vivo l’attaccamento genitore-figlio ed il legame affettivo con il genitore meno presnete in casa dopo la separazione. E’  importante che il papà separato possa tenere vivi questi rituali e quindi cenare con il figlio piccolo, fargli il bagno, mettergli il pigiamino, raccontargli la fiaba per farlo addormentare.

E’ necessario per questo superare l’idea che i padri non siano in grado di prendersi cura dei bambini piccoli, lasciando loro l’opportunità di imparare a fare i papà a tutto tondo. Comprensibili sono le ansie ed i timori delle neo mamme, specie là dove vi sia nella coppia una forte conflittualità, la quale, spesso, fa entrare nel giudizio circa la capacità del papà di accudire il bimbo valutazioni di altro tipo, legate al risentimento ed alla rabbia derivanti dalla separazione.

6/4/2016

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Addebito della separazione: cosa comporta? Il tradimento, come provarlo?

Il tradimento di uno dei coniugi, il quale intrattenga una relazione extra coniugale, può essere motivo di richiesta di addebito della separazione.E’ necessario però che il tradimento non solo sia dimostrato , ma anche che esso sia la causa della crisi familiare e non anche la conseguenza di una crisi familiare già in corso.

L’addebito della separazione (pronunciato con sentenza del tribunale) a causa del tradimento posto in essere da uno dei coniugi ha due importanti conseguenze giuridiche: il coniuge a cui sia addebitata la separazione non ha diritto all’assegno di mantenimento nemmeno se si trovi nelle condizioni per poterlo ottenere; egli inoltre perde già con la separazione i diritti ereditari e pertanto, nel caso di decesso dell’altro coniuge durante il periodo della separazione, il coniuge al quale sia stata addebitata la separazione non avrà diritto alla proprio quota di eredità (ricordiamo a tal proposito che solo con il divorzio i coniugi perdono definitivamente la qualifica di coniugi e quindi con essa anche i reciproci diritti ereditari).

Ci si chiede a questo punto come può essere validamente dimostrato un tradimento. Esso deve essere comprovato attraverso gli strumenti di prova prefissati e regolamentati dal processo civile.

Il primo tipo di prova è sicuramente quella documentale. Sono prove documentali  la scrittura privata e l’atto pubblico, così che, nel caso che stiamo esaminando, potrebbe costituire valida prova del tradimento una lettera (sottoscritta) nella quale il coniuge ammette il tradimento.

Cosa ne è invece delle e-mail, chat, sms, fotografie, fotocopie? Ebbene questi strumenti sono considerati “riproduzioni meccaniche”, le quali hanno valore di prova solamente se non contestate dalla parte contro la quale sono prodotte. E’ necessario poi che la contestazione non sia solamente generica, ma deve essere motivata. Quindi ad esempio se un coniuge produrrà una chat o una foto dalla quale si evinca il tradimento, l’altro dovrà contestare questi strumenti di prova motivando la contestazione, cioè ad esempio dimostrando che si tratta di foto risalenti ad un periodo successivo alla separazione o che si tratta di un gioco o scherzo.

Per quel che riguarda la fotografia, ad esempio, il Tribunale di Milano con la sentenza del 1 luglio 2015, ha precisato che essa, se non contestata, fa piena prova del tradimento, senza necessità di ulteriori prove, come d’altra parte stabilisce l’art. 115 del cpc. S legge in sentenza che: “il documento (la foto) che sia prodotto in modo completo deve essere contestato specificamente oppure assume il valore di prova”.

Pertanto valgono a tal fine anche le fotografie effettuate da chiunque e non necessariamente riprese da un investigatore autorizzato. E’ infatti lecito fotografare terzi se le fotografie siano necessarie a far valere in giudizio un diritto.

Insomma le riproduzioni meccaniche sono prova solo se non contestate in modo motivato e specifico.

Ovviamente questi strumenti, seppure non valgano come prove a tutti gli effetti perché contestati in modo specifico, verranno presi in considerazione durante il giudizio se accompagnati da altri elementi, come nel caso di prova testimoniale.

Per quanto riguarda invece gli sms e le email, queste sono sempre riproduzioni meccaniche, come anche le chat. Anche per esse quindi vale quanto detto per le foto e cioè varranno come prove se non contestate in modo preciso.  Per tali strumenti si pone però il problema della violazione della privacy. In genere infatti si tratta di mail o sms o chat acquisite accedendo al cellulare o account dell’altro coniuge. Ebbene, per parte della giurisprudenza queste non possono essere utilizzate come prove perché acquisite in modo illegale. Per altra parte della giurisprudenza invece l’utilizzo è possibile, salve le conseguenze penali che l’altra parte dovrà far valere in altra sede.

Altra questione è il valore di prova del rapporto dell’investigatore privato. Le foto da questi prodotte saranno prova solo se non contestate dalla controparte in modo preciso. Le dichiarazioni contenute nella relazione invece costituiscono prova solamente se l’investigatore le confermerà per via testimoniale.

Ovviamente altra prova è data dai testimoni, purchè questi possano riferire di fatti avvenuti alla loro presenza e non per “sentito dire”. In questo caso sarà il giudice a valutare l’attendibilità di quanto riferito.

5/4/2016

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Diritto di visita dei figli minorenni: impedire all’ex coniuge di vedere i figli è reato.

 

In caso di separazione o divorzio ed in presenza di figli minorenni, questi in genere vengono collocati presso uno dei genitori (in prevalenza presso la mamma), mentre l’altro genitore potrà vederli e star con loro secondo modalità e tempi espressamente indicati nel verbale o nella sentenza di separazione o di divorzio. Lo stesso vale nei casi di coppie di fatto che, decidendo di separarsi, ricorrano al Tribunale per la regolamentazione dell’affidamento dei figli minorenni.

Per quanto possa risultare “triste” racchiudere la genitorialità  in qualche giorno o qualche notte con i propri figli, questa è ancora oggi l’unica soluzione nei casi nei quali i genitori decidano di porre fine alla unione familiare.

Purtroppo capita spesso che la conflittualità della coppia sfoci in un comportamento ostativo da parte del genitore collocatario dei figli minorenni, il quale, per ripicca od a seguito di un litigio con l’ex partner, di fatto impedisce all’altro genitore di vedere o stare con i bambini secondo le modalità prescritte nel provvedimento di separazione o divorzio.

Ebbene tali atteggiamenti ostativi, volti a limitare od ostacolare l’altro genitore (quello non collocatario dei figli, per intenderci), vengono puniti in quando posti in essere in violazione del dovere di entrambi i genitori di contribuire alla crescita equilibrata della personalità dei minori.

Lo ha ribadito la Corte di Cassazione con la recentissima sentenza n. 12391/2016.

 

La Suprema Corte infatti ha individuato il reato di elusione del provvedimento adottato dal giudice nel rifiuto del genitore presso cui il figlio minore era collocato di far vedere il figlio all’altro genitore, come era stato giudizialmente stabilito. Nel caso specifico, pertanto, è stata confermata la multa al pagamento di euro 500.00 posta a carico della madre che aveva impedito di fatto la frequentazione e le visite del figlio da parte dell’altro genitore.

5/4/2016

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Detrazione della spesa per la mensa scolastica alla luce della Finanziaria 2016.

La finanziaria 2016 ha introdotto la detraibilità della spesa per la mensa scolastica dei figli, sia per il servizio scolastico primario che secondario, senza distinzioni fra scuola pubblica e privata.

Ma quali sono i costi della mensa detraibili nel 730? Sono variabili in relazione al costo sostenuto ed alla suddivisione dei figli a carico tra un coniuge e l’altro. Le spese detraibili non possono comunque superare i 400.00 euro annui per alunno, per un totale che non potrà esser superiore al 19% del costo.

L’Agenza delle Entrate con la circolare n. 3/E del 2 marzo 2016 ha precisato che i costi detraibili per la istruzione sono: quelli per la frequenza di corsi di istruzione universitaria in misura uguale alle tasse ed ai contributi delle università statali; i contributi volontari cioè le erogazioni effettuate per la innovazione tecnologica, l’edilizia scolastica e l’ampliamento dell’offerta formativa per un massimo del 19%; le spese per la frequenza delle scuole della infanzia del primo ciclo di istruzione e della scuola secondaria di secondo grado per una detrazione del 19% al massimo per 400 euro a studente, questi costi comprendono la mensa.

Le spese per la mensa scolastica dei figli deve essere inserita nel modello 730 con il codice 12 nei righi da E8 ad E12 del nuovo modello 2016. Tali detrazioni non possono essere cumulate con quelle per le erogazioni liberali.

Le spese per la mensa vanno dimostrate e per tale ragione andranno conservate le copie delle ricevute di pagamento, che dovrebbe essere tracciato nel conto corrente e quindi non essere avvenuto (preferibilmente) in contanti. Pertanto andranno conservate anche le ricevute dei bonifici o i bollettini postali. Si dovrà poi richiedere il rilascio da parte della scuola di una attestazione di pagamento delle rette. Ricordate che tale certificazione dovrà essere bollata con una marca da 2 euro se l’importo supera 77.46 euro e poiché il costo compete al debitore, sarà utile premunirsi della marca quando si va richiedere la certificazione.

Ricordiamo che in caso di separazione o divorzio le spese della mensa scolastica sono a carico del genitore presso il quale i figli sono collocati e rientrano nell’assegno di mantenimento mensile versato dall’altro genitore, non sono quindi spese straordinarie da dividersi al 50%. Come tali esse verranno detratte dal genitore che le affronta.

2/4/2016

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