Non più potestà genitoriale, ma responsabilità genitoriale: cosa è e come si perde.

Molti ancora la chiamano “patria potestà” o  “potestà genitoriale”. In realtà ora si parla di “responsabilità genitoriale”. Il Decreto legislativo 28 dicembre 2013 n. 154,  in vigore dal 7 febbraio 2014, ha dato applicazione alla delega contenuta nella legge n. 219/2012 ed ha dato una nuova veste e definizione della potestà genitoriale. Non più quindi “potestà”, perchè non di potere si tratta, ma “Resposabilità genitoriale”, perchè in capo ai genitori vi è una vera e propria responsabilità sui figli.

La Responsabilità genitoriale è esercitata dai genitori sui figli minorenni ed  è non solo un diritto ma soprattutto un dovere dei genitori verso i figli minori. I genitori quindi saranno responsabili della crescita, educazione, istruzione e mantenitmento dei figli, dovendo tutelare i loro interessi ed il loro sviluppo psico fisico. Per tale ragione, quando i genitori o uno solo di essi violi queste responsabilità e questi doveri, potrà perdere la responsabilità genitoriale sui figli minori, che quindi verrà dichiarata decaduta dal Tribunale.

La decadenza dalla Responsabilità genitoriale è motivata da ragioni gravi, come ad esempio quando il figlio venga abbandonato o trascurato, quando il genitore non adempia agli obblighi di mantenimento istruzione ed educazione, quando il genitore non tenga conto delle capacità ed  inclinazioni dei figli nelle scelte relative al mantenimento istruzione ed educazione, quando il genitore abusi dei poteri inerenti alla sua posizione di genitore, quindi abusi dei poteri di correzione con umiliazioni, punizioni, vessazioni, con nocumento grave alla integrità fisica e psicologica del figlio, quando il genitore maltratti o violenti il figlio.

Nei casi più gravi, come ad esempio di maltrattamenti o abbandono, il giudice, oltre ala decadenza dalla responsabilità genitoriale, può ordinare anche l’allontanamento del genitore.

Il compito del giudice è molto delicato, poiché dovrà valutare se effettivamente quel genitore non sia in grado di esercitare la responsabilità genitoriale e non possa prendersi cura dei figli. La decadenza è pertanto non una sanzione ma piuttosto una tutela per i figli, che il magistrato deve proteggere.

Chiaramente il provvedimento di decadenza dalla responsabilità genitoriale non è definitivo e potrà essere revocato dallo stesso giudice in qualsiasi momento, sempre che venga accertato che il genitore sia frattanto idonea a svolgere la funzione genitoriale ed adempierne correttamente gli obblighi.

E’ bene ricordare che la decadenza non comporta anche la decadenza degli obblighi di mantenimento dei figli. Pertanto il genitore che venga dichiarato decaduto dovrà contribuire al mantenimento del figlio in base alle proprie sostanze e capacità.

Purtroppo spesso si abusa di questo strumento e si ricorre al Tribunale per i minorenni chiedendo la decadenza anche nei casi nei quali non vi siano effettivi motivi gravi per far decadere un genitore dalla responsabilità genitoriale. In genere questo accade nei casi nei quali uno dei genitori voglia agire in via punitiva contro l’altro genitore, per rabbia, per ripicca, per dispetto. Attenzione perché questo potrebbe ritorcersi contro il genitore che agisce contro l’altro chiedendone, senza reale motivo, la decadenza. Lo ripetiamo la decadenza è un provvedimento estremo che viene utilizzato a tutela del minorenne nei casi gravi di violazioni degli obblighi genitoriali.

25/5/2016

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Canone di locazione: è nullo il patto per stabilire un canone maggiorato.

Spesso accade che il proprietario di un immobile concesso in locazione ed il futuro inquilino sottoscrivano un contratto di locazione, poi registrato, il quale riporti un canone di locazione inferiore al canone effettivamente stabilito e contenuto in altro contratto scritto, ma non registrato.

In passato la giurisprudenza ha discusso se il contratto con cui le parti stabiliscono un canone superiore non registrato, per eludere la tassazione, debba considerarsi nullo. Si propendeva per la risposta negativa.

Recentemente la Cassazione ha risolto ogni dubbio. Con la sentenza n. 18213 del 17 settembre 2015 le sezioni unite della Corte di Cassazione hanno appunto chiarito che il secondo contratto, quello non registrato, va considerato come nullo e quindi invalido secondo quanto stabilito dall’art. 13 co 1 della legge n. 431 del 1998.

Secondo la Cassazione infatti la nullità del patto “occulto” con cui le parti stabiliscono il prezzo reale della locazione non deriva dalla mancata registrazione ma dalla illegittimità della sostituzione di un prezzo con un altro. La conseguenza è che il patto “occulto” contenuto nel contratto non registrato sarà nullo ex lege, mentre continuerà ad esser valido il contratto registrato e quindi il canone lì indicato.

La Cassazione precisa anche che la tardiva registrazione del contratto contenente il canone maggiorato non sanerà la sua nullità.

Tale interpretazione ha il duplice scopo di combattere l’elusione fiscale e di tutelare il contraente più debole.

Il principio enunciato dalla Cassazione è pertanto che:  “In tema di locazione immobiliare ad uso abitativo, la nullità prevista dall’art. 13, comma 1, della l. n. 431 del 1998 sanziona esclusivamente il patto occulto di maggiorazione del canone, oggetto di un procedimento simulatorio, mentre resta valido il contratto registrato e resta dovuto il canone apparente; il patto occulto, in quanto nullo, non è sanato dalla registrazione tardiva, fatto extranegoziale inidoneo ad influire sulla validità civilistica”.

25/5/2016

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Infiltrazioni d’acqua provenienti dal lastrico solare: chi paga?

In caso di infiltrazioni di acqua provenienti dal lastrico solare dell’edificio il quale sia di proprietà esclusiva di un condòmino e non del condominio, chi paga e risarcisce dei danni l’inquilino che ha subito le infiltrazioni? Secondo le sezioni unite della Cassazione (sentenza 9449/2016) ci sono due responsabilità diverse. Chi si trova in rapporto diretto con il bene (il proprietario) è tenuto alla custodia ex articolo 2051 c.c., mentre il condominio è obbligato a compiere gli atti conservativi..

Per tali ragioni, secondo la Cassazione,  i danni dovranno esser pagati per un terzo da chi utilizza da solo la terrazza (il lastrico lìsolare) e per due terzi dal condominio, il quale attraverso l’amministratore deve assicurare i controlli necessari per la conservazione delle parti comuni e mediante l’assemblea provvedere alle opere di manutenzione straordinaria.

Il proprietario o utilizzatore esclusivo del lastrico solare si vedrà addebitata tutta la responsabilità unicamente qualora venga provato che le infiltrazioni siano determinate esclusivamente dalla sua condotta colpevole. Negli altri casi varrà la regola di ripartizione ripresa dall’articolo 1126 c.c..

L’esecuzione dei lavori richiede comunque la collaborazione fra il proprietario/utilizzatore esclusivo e il condominio. Il criterio di riparto previsto per la riparazione e la ricostruzione – un terzo all’uno, due terzi all’altro – costituisce un parametro legale che rappresenta una situazione di fatto: deve infatti ricordarsi che comunque il lastrico solare funge da copertura dell’edificio e dunque svolge un funzione nell’interesse di tutti i condomini.

Decreto Mutui 2016: pignoramento della casa dopo 18 rate mensili del mutuo non pagate.

E’ in vigore il decreto mutui, il decreto legislativo che attua la direttiva europea sui «contratti di credito ai consumatori relativi a beni immobili residenziali».

Il Decreto ha confermato l’estensione a 18 mesi (nella prima versione erano solo 7) di rate mensili del mutuo non pagate quale soglia oltre la quale il consumatore si considera inadempiente, con conseguente rischio di pignoramento della casa da parte della banca, la quale procederà  senza passare per il tribunale.

Il decreto approvato dal Consiglio dei ministri, come detto, applica una direttiva Ue che ha la finalità di offrire e garantire ai consumatori che sottoscrivono contratti di credito relativi ad immobili (quindi mutui immobiliari garantiti da ipoteche) un alto livello di tutela. La direttiva impone, tra l’altro, che vengano offerte al consumatore tutte le necessarie informazoni precontrattuali, racchiuse in un Prospetto informativo europeo standardizzato (detto Pies). Tali informazioni dovranno contenre anche chiarimenti relativi al calcolo del tasso annuo effettivo globale (Taeg).

Il decreto precisa che le nuove norme sono applicabili ai mutui aventi ad oggetto la concessione di credito garantito da ipoteca su un immobile residenziale ed ai mutui finalizzati all’acquisto o alla conservazione del diritto di proprietà su un terreno o su un immobile edificato o progettato. Neld ecreto vengono specificati i canoni di comportamento per i finanziatori e gli intermediari del credito che offrono contratti di credito ai consumatori (canoni di diligenza, correttezza, trasparenza e attenzione ai diritti e agli interessi dei consumatori).

Il decreto predispone quindi una serie di norme che tutelano i consumatori che si trovino nella difficoltà di pagare le rate del mutuo. La Banca d’Italia dovrà avere un particolare riguardo ai casi di eventuale stato di bisogno o di debolezza del consumatore, oltre agli obblighi informativi e di correttezza del finanziatore.

Le parti, inoltre, nella fase di stipula del contratto potranno convenire che in caso di inadempimento del consumatore la restituzione o il trasferimento del bene dato a garanzia, o dei proventi della vendita del bene stesso, comportino l’estinzione dell’intero debito anche se il valore del bene immobile restituito (o i proventi) sia inferiore al debito residuo. Qualora il valore dell’immobile o i proventi dalla vendita siano invece superiori al debito residuo, il consumatore ha diritto all’eccedenza.

La possibilità per il consumatore di acconsentire al trasferimento della proprietà dell’immobile in caso di inadempimento può essere convenuta solo per i futuri contratti e non per quelli già in essere. Inoltre è stata prevista l’assistenza obbligatoria di un consulente che dovrà guidare e tutelare il consumatore che intenda sottoscrivere questa clausola.

11/5/2016

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Promessa di matrimonio rotta: è ammissibile il risarcimento dei danni?

La promessa di matrimonio è considerata tale quando avvenga fra i futuri sposi per atto pubblico (quindi ad esempio avanti ad un Notaio) o per scrittura privata o ancora quando risulti attraverso la pubblicazione di matrimonio.

Se successivamente alla promessa di matrimonio questo non venga più celebrato perchè uno dei due lascia l’altro a pochi giorni dalla celebrazione, la parte che ha subito tale rottura può chiedere il risarcimento dei danni e delle spese?

Ebbene la Corte di Cassazione con una recentissima sentenza (Cass. N. 487/2016) ha preso in esame proprio un caso del genere.

Si trattava infatti di una donna che richiedeva il risarcimento dei danni, dichiarando di esser stata lasciata dal futuro marito un mese prima della celebrazione delle nozze, dopo aver acquistato l’abito da sposa, l’arredo per la casa in cui i nubendi avevano già tentato la convivenza e dopo le pubblicazioni del matrimonio.

La Cassazione ha stabilito che l’obbligazione del rimborso delle spese affrontate e delle obbligazioni contratte in vista del matrimonio non è riconducibile alla responsabilità aquiliana ex art. 2043 c.c., poiché la scelta di di non contrarre il matrimonio è un atto di libertà non coercibile. Altrettanto essa non è riconducibile alla responsabilità contrattuale o precotrattuale poiché la promessa di matrionio non è un contratto e non costituisce un vincolo giuridico fra le parti, le quali appunto sono libere di ripensarci per qualsiasi motivo. Per tali ragioni pertanto non è ammissibile alcuna richiesta di risarcimento danni da parte di chi abbia subito la rottura della promessa di matrimonio.

11/5/2016

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Pigrizia o depressione?

Il confine tra la depressione e la pigrizia è molto sottile.

Ci si chiede spesso se la pigrizia o l’apatia siano in realtà sintomi di una depressione. Ma quale è la verità?

La depressione è un disagio psichico diffusissimo, tipico dei nostri tempi, oramai riconosciuta come una vera e propria patologia. Chi viene riconosciuto come depresso viene compreso, viene curato, gli si dà del tempo per recuperare, per curarsi, per riprendere vigore.

Proprio per questo motivo è frequente che una persona semplicemente pigra cerchi nella depressione un vero e proprio alibi. Sono depresso per questo sono pigro, quindi ho una giustificazione e devo essere compreso e non additato come un fannullone pigro.

E’ vero, molto di frequente la apatia e la pigrizia vengono camuffate e vestite da depressione per giustificarsi. Vi sono però dei casi nei quali, al contrario, esse sono la porta di accesso alla depressione vera e propria.

Come distinguere allora pigrizia e depressione? Il confine sta proprio nello stato d’animo. La persona depressa soffre per la perdita di voglia di vivere e di energie, soffre perché vede il mondo andare avanti mentre lui rimane fermo, sta male per questa impotenza ed immobilità.

La persona pigra al contrario non soffre per la sua immobilità. Spesso non è una persona soddisfatta e felice, ma non sta male per questo suo modo di essere ed anzi si trastulla nella sua pigrizia, preferendo continuare a dormire piuttosto che vivere la giornata. Inoltre il pigro porta avanti, in qualche modo, il proprio lavoro, risparmiando invece le energie nella sfera personale e familiare. Il depresso, spesso, non riesce più nemmeno a lavorare.

A volte la pigrizia si trasforma in vera apatia, in uno stato cioè di completo disinteresse verso la vita, che è nettamente ai confini della depressione.  Si tratta insomma di una pigrizia che ha perso il controllo e che non è più indolore, ma diviene un problema.

La pigrizia, specie se radicata e se si trasforma in apatia e poi in depressione, esprime un vero e proprio rifiuto della realtà. La persona non accetta la sua vita ma non fa nulla per cambiarla perché non ha o non sente stimoli sufficienti.

In tutti questi casi, sempre che non ci si trovi di fronte ad un semplice episodio di pigrizia passeggera, sarà necessario reagire. Si può iniziare con il cambiare ambiente anche per qualche giorno, fare un piccolo viaggio o un fine settimana fuori può aiutare a staccare dalla quotidianità deleteria. E’ importante cercare nuovi stimoli e nuovi punti di vista, reagire insomma, iniziando dalle piccole cose.

Se nonostante tutto non si trova la forza per reagire o non si trovano nuovi stimoli, sarà opportuno rivolgersi e chiedere l’aiuto di uno psicologo, evitando di ricorrere all’ausilio di medicinali.

L’importante quindi è non adagiarsi, non lasciare che la pigrizia prenda il sopravvento e persista nel tempo trasformandosi in apatia e poi in depressione. Reagire, muoversi, cambiare prospettive, trovare nuove passioni e nel caso cercare l’aiuto ed il supporto di un terapeuta per riconquistare le energie e la voglia di fare!

9/5/2016

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Quando i genitori di un figlio maggiorenne portatore di handicap divorziano.

Molte famiglie si trovano ogni giorno a dover affrontare gli enormi problemi derivanti dall’avere un figlio portatore di handicap, oltre alle sofferenze psicologiche e personali che inevitabilmente accompagnano l’avere un bimbo o un ragazzo con disabilità.

Ebbene, cosa accade se i genitori di un ragazzo maggiorenne portatore di handicap decidono di separarsi? Quali sono le garanzie di tutela che la nostra legge riserva a questi ragazzi ?

Il Tribunale di Potenza con la sentenza del 12 gennaio 2016 si è occupata proprio di un caso del genere.

Il Tribunale di Potenza è partito da considerazioni di carattere generale e quindi ha evidenziato che ai figli maggiorenni portatori di handicap si applicano tutte le norme poste a tutela dei figli minorenni. In ogni caso tale equiparazione è relativa unicamente all’affidamento e non anche alla tutela economica dei figli. Infatti con il raggiungimento della maggiore età viene meno, per i ragazzi non portatori di handicap, sia la responsabilità genitoriale sia la loro incapacità. Questo non potrà essere applicato per ovvie ragione al figlio portatore di handicap maggiorenne.

Il Tribunale, rifacendosi alla giurisprudenza consolidata in materia, ha anche precisato che qualora il figlio maggiorenne abbia una disabilità assoluta (che quindi coinvolga non solo la sfera fisica ma anche quella intellettiva) il giudice non potrà limitarsi ad equipararlo al figlio minorenne, ma dovrà effettivamente valutare le necessità concrete del figlio.

Nel caso preso in esame dal Tribunale di Potenza i due coniugi chiedevano il divorzio e con esso la assegnazione della ex casa familiare alla moglie, già tutrice del figlio disabile, la regolamentazione dei diritti di visita da parte del padre, l’assegno di mantenimento che il padre avrebbe dovuto versare alla madre ed una richiesta da parte della moglie di risarcimento danni.

Nessuna questione sorgeva in merito alla assegnazione della ex  casa familiare. Per quanto riguardava invece i diritti di visita del padre, la madre evidenziava che egli aveva esercitato poco tali diritti durante la separazione. Quanto invece all’assegno di mantenimento il padre chiedeva fissarsi una cifra irrisoria di 100.00 euro, a causa dei suoi redditi diminuiti e dell’accompagnamento percepito dal figlio per la invalidità; la madre invece chiedeva un assegno di mantenimento di euro 600.00 proprio a causa della grave invalidità del ragazzo. Non solo ma la madre chiedeva una somma a titolo di risarcimento per i danni subiti a causa dell’aggravio dei compiti di accudimento del figlio derivanti dalla assenza del padre, in violazione delle norme che disciplinano il corretto svolgimento delle modalità di affidamento.

Per il diritto di visita il Tribunale di Potenza ha evidenziato che nel caso di disabilità assoluta, come quella presa in esame, il giudizio del giudice non può limitarsi ad equiparare il figlio disabile al figlio maggiorenne economicamente non autonomo, ma deve valutare il caso concreto. Nello specifico quindi non va trascurato che il disabile ha diritto di frequentare ed avere rapporti significativi con i parenti ed ha diritto ad un accudimento speciale, continuativo e permanente, non sempre delegabile a terzi. Per tale ragione non è sufficiente un contributo economico ma è necessario un rapporto personale.

Per quanto concerne il contributo al mantenimento, il Tribunale evidenzia che il disabile maggiorenne ne ha ovviamente diritto non potendo incolpevolmente rendersi autonomo economicamente e lo ha stabilito nella misura di 300.00 euro. Il Tribunale ha poi specificato che gli emolumenti come l’accompagnamento sono da considerarsi come indipendenti dal mantenimento dovuto dai genitori poiché essi hanno carattere assistenziale.

 

Altro tema affrontato dai giudici lucani è stato quello della richiesta di risarcimento dei danni subiti dalla donna a causa della assenza del padre nell’accudimento del figlio. Ebbene il Tribunale di Potenza ha stabilito che la domanda non può essere accolta nell’ambito del giudizio di divorzio, ma eventualmente può essere oggetto di causa separata (quindi al di fuori del procedimento di divorzio).

9/5/2016

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Le Paure nei bambini: non sempre sono negative.

Molte sono le paure dei bambini, l’importante è saperli aiutare a minimizzarle e superarle.

La paura non sempre ha valenza negativa nel bambino, molte paure lo aiutano a crescere, lo aiutano a capire quali siano i suoi limiti e cosa non deve fare per non superare questi limiti. Insomma indubbiamente esistono paure che potremmo definire utili e sane, le quali hanno lo scopo fondamentale di creare nel bambino la consapevolezza che esistono limiti che non devono essere superati perché pericolosi. In ogni caso tutte la paure dei bambini vanno gestite dagli adulti e quindi soprattutto dai genitori in modo intelligente. L’adulto dovrà far sentire la sua presenza al bambino in modo discreto, senza esagerazioni ed anche senza sminuire troppo la funzione delle paure.

La paura tipica dei bambini è sicuramente quella del buio. E’ in effetti la paura atavica, è quella che è insita nell’uomo stesso fin dagli albori. Il bambino che si sveglia nel cuore della notte e si trova nel buio completo proverà paura e reagirà piangendo e cercando la madre, figura rassicurante.

Altra tipica paura dell’età infantile è quella degli estranei. Questa paura si sviluppa in genere nei bambini che vivono in famiglie ansiose e che hanno un rapporto quasi morboso con i genitori.

La paura dell’acqua di mare o della piscina è una paura diffusissima nei bimbi, questa indica la presenza di una madre troppo intensa o conflittuale.

La paura degli animali ed in particolare degli insetti è un’altra paura antica, tipica dell’uomo fin dall’età infantile. Essa passerà con la crescita, salvo che non si trasformi in una vera fobia a causa di eventi traumatici particolari.

Una paura tipica dei bambini è quella di fare brutti sogni. Questi non fanno altro che riproporre nella sfera onirica le paure che il bambino ha nella vita reale.

Vi è insomma una vastissima gamma di paure che i bambini provano ogni giorno.

Come gestire queste paure infantili? Prima di tutto è essenziale permettere al bambino di esprimerle con tranquillità, di parlarne liberamente e di sentirsi capito ed ascoltato. Il genitore o l’adulto dovrà poi cercare di dare al bambino una spiegazione logica per fargli comprendere che la paura non esiste nella realtà e che si tratta solo di una sua percezione. La conoscenza aiuta sempre molto il bambino a superare le paure, a capire che magari il piccolo ragnetto in casa non potrà mai fargli del male o che invece nella stanza buia non c’è nulla di pericoloso.

Il genitore non dovrà mai far sentire il bimbo inadeguato o pauroso, facendogli pesare le sue paure o addirittura sottovalutandole prendendolo quasi in giro. Il bambino non va nemmeno messo in confronto con gli altri coetanei, non va stigmatizzato come il pauroso, il poco coraggioso. Va invece ascoltato, capito ed aiutato a superare.

Indubbiamente oggi moltissime paure dei bimbi derivano dal fatto che spesso sono sottoposti a stimoli negativi e pesanti provenienti dalla televisione o dall’uso sconsiderato dei computer e della rete. Scene di violenza, di sangue e mostri passeranno direttamente dallo schermo alla mente dei bambini. Ecco quindi che sarà di massima importanza controllare cosa i bambini vedono in tv o al computer.

In genere le paure dei bambini si attenuano e scompaiono con la crescita. Il genitore potrà aiutarlo in questo processo con la sua presenza e con piccoli accorgimenti, come ad esempio facendolo addormentare con una bella favola rassicurante o lasciando nella stanza una piccola luce accesa.

Da ultimo il genitore dovrà sempre rispettare la presenza nel figlio di certe paure, alcune delle quali, come detto, gli saranno utili per difendersi e per non trovarsi in situazioni di pericolo. Pensiamo alla paura degli estranei. La totale assenza di tale paura potrebbe condurre il bambino ad affidarsi a chiunque gli si avvicini o la totale assenza della paura dell’acqua alta potrebbe portarlo ad allontanarsi da solo al mare in acqua.

7/5/2016

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TASI 2016: non si paga se l’immobile è adibito ad abitazione principale. Ripartizione tra proprietario ed inquilino.

La TASI venne istituita nel 2014 ed indica la Tassa per i Servizi Indivisibili. Essa quindi viene versata ai Comuni ove si trovano gli immobili di proprietà per contribuire a tutti quei servizi indivisibili offerti dai Comuni, cioè quei servizi che non possono essere suddivisi fra tutti i residenti nel comune. I servizi indivisibili sono ad esempio l’illuminazione, la sicurezza, la loro manutenzione, l’anagrafe etc.

La Tasi è dovuta sia dal proprietario di un immobile sia dall’eventuale inquilino a cui esso sia locato, secondo quote prestabilite, come vedremo oltre.

La legge di stabilità 2016 ha stabilito che la tassa non sia dovuta sugli immobili  adibiti ad abitazione principale e relative pertinenze, ad eccezione degli  immobili classificati nelle categorie catastali A/1, A/8 e A/9 (cosiddette abitazioni di lusso).

Se l’immobile è locato a terzi e quindi non è adibita ad abitazione principale le cose cambiano.

La Tasi in tal caso verrà suddivisa tra il proprietario ed il condutture (l’affittuario).

La percentuale che dovrà essere pagata dal conduttore  varierà dal 10 al 30% a seconda della percentuale stabilita dai singoli comuni nel 2015. La restante parte della Tasi sarà a carico del proprietario.

Ricordiamo però che se l’abitazione locata costituisca per l’inquilino l’abitazione principale, la Tasi sarà a carico unicamente del proprietario per la sua quota di percentuale, mentre l’inquilino non pagherà nulla.

Cosa accade se l’inquilino non paga la sua quota di Tasi? Ciascuna delle parti (inquilino e proprietario) sarà responsabile per la quota non pagata prevista a proprio carico. Se poi gli inquilini siano più di uno (come ad esempio per gli appartamenti locati a studenti), la responsabilità per il pagamento della quota della Tasi sarà in solido fra tutti gli inquilini. Questo vorrà dire che in caso di mancato pagamento, essa potrà essere chiesta dall’erario ad uno degli inquilini il quale poi potrà rifarsi sugli altri.

La Tasi 2016 deve essere versata in una unica soluzione entro il 16 giugno. Se invece si opta per il pagamento in due rate, la prima dovrà esser versata entro il 16 giugno e la seconda a saldo entro il 16 dicembre 2016.

7/5/2016

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La sentenza della Sacra Rota di nullità del matrimonio: requisiti per la delibazione e validità nello Stato Italiano.

La nullità del matrimonio dichiarata dal Tribunale Ecclesiastico (Sacra Rota) acquista validità anche per la legge italiana attraverso la così detta delibazione se la convivenza fra i coniugi non sia durata più di tre anni. Questa è la tesi sostenuta da tempo dalla Cassazione, smentita recentemente da due sentenze della Corte di Appello di Catania (sentenze dell’11.01.2016 e del 12.01.2016). Questa infatti ha sostenuto che la nullità del matrimonio pronunciata dal Tribunale Ecclesiastico è valida per la legge italiana anche dopo una convivenza lunga e se a chiederla sia uno dei coniugi in opposizione all’altro.

Ricordiamo che secondo la Chiesa Cattolica il matrimonio è un vincolo indissolubile e solo la morte può scioglierlo. La Sacra Rota (e cioè il Tribunale Ecclesiastico) può dichiarare la nullità del matrimonio in presenza di cause ben precise come l’incapacità di uno dei coniugi o la presenza di un vizio del consenso o della forma. Nel caso di nullità del matrimonio pronunciata dalla Sacra Rota gli effetti dello stesso decadono fin dal principio e quindi sarà come se le nozze non siano mai state celebrate per la Chiesa.

La sentenza della Sacra Rota, però, è una sentenza pronunciata da un organo appartenente ad uno Stato diverso da quello Italiano e quindi per avere validità ed efficacia nello stato italiano deve essere delibata. Questo vuol dire che la sentenza della Sacra Rota deve essere sottoposta al vaglio della Corte di Appello competente per territorio attraverso un giudizio detto di delibazione. La Corte di Appello deve decidere se la sentenza pronunciata dal Tribunale Ecclesiastico possa essere recepita nello stato Italiano. In tal caso il matrimonio sarà nullo anche per la legge italiana con effetto retroattivo. Questo vuol dire che il matrimonio sarà nullo ab ovo, fin dal principio e questo determinerà l’impossibilità per uno dei coniugi di chiedere risarcimenti o mantenimenti.

La Cassazione con una sentenza del 2014 ha sostenuto che la Corte di Appello non può delibare la sentenza della Sacra Rota se la convivenza dei coniugi dopo il matrimonio sia durata più di tre anni. In tali casi quindi la nullità dichiarata dalla Sacra Rota avrà effetto solo per l’ordinamento ecclesiastico ma non anche per quello Italiano. In questo modo si è inteso dare tutela al coniuge economicamente più debole per garantirgli la possibilità di avere un assegno divorzile, che altrimenti con la delibazione della sentenza ecclesiastica sarebbe preclusa.

Ricordiamo che quando la Corte di Appello deliba una sentenza ecclesiastica di nullità del matrimonio può riconoscere al coniuge economicamente più debole e su sua richiesta una provvisionale a carico dell’altro coniuge. Questa però è di importo inferiore rispetto all’assegno previsto dalla legge divorzile.

La Corte di Appello di Catania, appunto, con due sentenze di gennaio 2016 ha stravolto l’orientamento della Corte di Cassazione, delibando la sentenza canonica di nullità del matrimonio con convivenza di durata superiore ai tre anni.

4/5/2016

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