Divorzio: quando nasce il diritto ad una quota del TFR percepito dall’ex coniuge?

Frequentemente l’ex coniuge (divorziato) ci chiede se ha diritto ad una quota del TFR ( Trattamento di Fine Rapporto ) percepito dall’altro ex coniuge ed in che misura.

Il TFR è il trattamento che viene erogato dal datore di lavoro alla fine del rapporto lavorativo (sia subordinato che parasubordinato), in base agli anni di lavoro e costituisce una quota differita della retribuzione condizionata alla cessazione del rapporto di lavoro indipendentemente dal motivo della stessa (licenziamento, pensionamento, dimissioni) Esso altro non è che le così detta liquidazione.

Ebbene la legge sul divorzio tutela la parte più debole del rapporto coniugale ed in caso di divorzio assicura a questa il diritto ad una parte del TFR qualora ricorrano ben precise condizioni. L’art. 12 bis della legge del  1970 n.898 (e successive modifiche) appunta stabilisce che:  “Il coniuge nei cui confronti è stata pronunciata sentenza di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio ha diritto, se non passato a nuove nozze e in quanto sia titolare di assegno ai sensi dell’articolo 5, ad una percentuale dell’indennità di fine rapporto percepita dall’altro coniuge all’atto della cessazione del rapporto di lavoro, anche se l’indennità viene a maturare dopo la sentenza. Tale percentuale è pari al quaranta per cento dell’indennità totale riferibile agli anni in cui il rapporto di lavoro è coinciso con il matrimonio” .

Per poter avere diritto ad una quota del TFR la legge prescrive pertanto alcuni requisiti. In primo luogo i coniugi devono essere divorziati (pertanto è necessaria la sentenza di divorzio non essendo sufficiente la sola separazione legale). Inoltre il coniuge divorziato deve esser titolare di un assegno divorzile (assegno divorzile) stabilito dal giudice nel giudizio di divorzio. Non si ha diritto al Tfr nel caso in cui il coniuge abbia ricevuto in sede di divorzio il così detto assegno una tantum, cioè una liquidazione una tantum. Ovviamente l’ex coniuge non deve esser passato a nuove nozze.

Altra domanda riguarda l’ammontare della partecipazione al Tfr. La legge ci dice che all’ex coniuge avente diritto spetta il 40% del Tfr maturato riferibile però agli anni un cui il rapporto di lavoro è coinciso con il matrimonio. Negli anni di matrimonio vanno ricompresi anche gli anni della separazione legale. La quota del 40% va calcolata sull’importo netto del Tfr e non sul lordo. Quindi il calcolo va effettuato detraendo dall’importo del Tfr gli oneri fiscali.

Ma da quale momento l’ex coniuge può far valere il suo diritto ad avere una quota del Tfr? La legge sul divorzio precisa che il diritto alla quota del Tfr è riconosciuto anche se la indennità matura dopo la sentenza di divorzio. L’interpretazione di tale norma è stata sempre lacunosa. La cassazione ha precisato che il diritto alla quota sorge solamente se la indennità di Fine Rapporto matura al momento della proposizione della domanda di divorzio o dopo di essa e non invece se essa sia maturata prima, cioè durante la separazione.

E’ da precisare che l’ex coniuge potrà richiedere la quota di Tfr solamente dopo il passaggio in giudicato della sentenza di divorzio che stabilisca il suo diritto all’assegno divorzile. Questo vuol dire pertanto che la sentenza di divorzio deve esser divenuta definitiva e non più appellabile o ricorribile in cassazione.

La domanda per ottenere la quota del Tfr, secondo la giurisprudenza, può esser fatta anche nel corso del giudizio di divorzio o di modifica delle condizioni di divorzio.

Il calcolo della quota di Tfr dovuta all’ex coniuge del lavoratore deve essere effettuato al netto degli anticipi richiesti ed ottenuti dallo stesso durante il matrimonio (compreso il periodo di separazione). Tale principio dipende dal fatto che l’anticipo percepito dal lavoratore durante il rapporto lavorativo entra nel suo patrimonio personale e non può essere revocato. Allo stesso modo alcuna partecipazione dell’ex coniuge potrà aversi in relazione alle quote di TFR maturate dopo il divorzio e relative ai periodi lavorativi successivi al divorzio. Ciò in quanto la partecipazione al TFR deve essere calcolata sempre avendo riferimento agli anni di lavoro coincidenti con il matrimonio, cioè dalla celebrazione sino alla pronuncia di divorzio.

Inoltre, se il lavoratore percepisce il TFR durante la separazione l’ex coniuge non può pretendere di chiedere la partecipazione su somme non più attuali, ma potrà chiedere al giudice di tener conto di tali somme percepite dall’altro coniuge per quantificare l’assegno di mantenimento.

È pacifico in giurisprudenza che il diritto alla quota della liquidazione dell’ex coniuge maturi anche in caso di morte di quest’ultimo. Se il defunto aveva contratto altro matrimonio, l’ex coniuge concorrerà nella spartizione della quota del Tfr con il coniuge superstite.

Precisiamo che il diritto alla quota del Tfr non matura automaticamente con il divorzio, ma è necessario che l’avente diritto proponga apposita domanda al Tribunale attraverso un legale.

24/6/2016

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Separazione e spese straordinarie: Se il figlio vuole frequentare una Università fuori sede, il genitore che non è d’accordo può rifiutarsi di pagare le spese?

Sappiamo che in caso di separazione legale o divorzio  i genitori devono contribuire e dividersi le spese straordinarie per i figli, fra di esse anche quelle per l’istruzione e quelle universitarie. Ora ci si chiede cosa accade se uno dei due genitori non sia d’accordo a mandare il figlio presso una università fuori sede? Sarà tenuto a pagare le spese relative o può opporsi validamente a tale scelta?

La Corte di Cassazione, con la recentissima ordinanza n. 12013 del 18 marzo – 10 giugno 2016 ha affrontato appunto questa problematica.

La suprema Corte ha seguito l’interpretazione per cui in materia di diritto al rimborso  delle spese straordinarie effettuate da un coniuge debba seguirsi il principio generale della tutela del superiore interesse del figlio.

Vi sono diverse decisioni per le quali  “non è configurabile a carico del coniuge affidatario un obbligo di informazione e di concertazione preventiva con l’altro coniuge in ordine alla determinazione delle spese straordinarie (nella specie, stage e soggiorni all’estero per l’apprendimento della lingua inglese), trattandosi di decisione “di maggiore interesse” per il figlio e sussistendo, pertanto, a carico del coniuge non affidatario, un obbligo di rimborso qualora non abbia tempestivamente addotto validi motivi di dissenso. Ne consegue che, nel caso di mancata concertazione preventiva e di rifiuto di provvedere al rimborso della quota di spettanza da parte del coniuge che non le ha effettuate, il giudice è tenuto a verificare la rispondenza delle spese all’interesse del minore mediante la valutazione della commisurazione dell’entità della spesa rispetto all’utilità e della sostenibilità della spesa stessa rapportata alle condizioni economiche dei genitori” (Cass. civ. sez. VI-1, ord. n. 16175 del 30 luglio 2015 e Cass. civ. sezione I n. 19607 del 26 settembre 2011).

Nella fattispecie presa in esame dalla Corte di Cassazione con l’ordinanza in oggetto si tratta di una figlia maggiorenne che va a studiare presso una Università fuori sede, anzi che scegliere l’Università della sua città di residenza. Pertanto in tale caso è irrilevante il regime di affidamento, trattandosi appunto di figlio maggiorenne.  In particolare la Cassazione ribadisce che il principio della bi-genitorialità non può comportare la effettuabilità e la rimborsabilità delle sole spese straordinarie che abbiano incontrato il consenso di entrambi i genitori escludendo così anche quelle spese che si dimostrino non voluttuarie e corrispondenti all’interesse del figlio beneficiario del diritto al mantenimento (quali quelle conseguenti alla scelta dell’università più adatta agli studi universitari del figlio) sempre che le stesse non siano compatibili con le condizioni economiche dei genitori. Nel caso in esame per altro l’altro genitore non ha contestato in modo chiaro e circostanziato la scelta dell’università fuori sede, addirittura disinteressandosene, salvo poi opporsi a contribuire al pagamento. Il genitore opponente quindi avrebbe dovuto dare la prova di essersi opposto a tale scelta dimostrando di non poter sostenere la spesa relativa in relazione alle sue condizioni economiche.

La conclusione è chiara, le spese straordinarie per i figli (anche maggiorenni ma economicamente non autonomi )di natura non voluttuaria e necessarie al loro sviluppo e crescita, quali quelle per gli studi,  vanno divise fra i genitori nel rispetto del principio della bigenitorialità (sempre che in sede di separazione o divorzio non sia stato stabilito diversamente). Il genitore che non abbia la possibilità economica di sostenere alcune di queste spese, come quella di una università fuori sede là ove esista una università nella città di residenza, dovrà quindi manifestare subito per iscritto la propria opposizione, dimostrando di non poter affrontare un tale impegno economico in relazione alle sue capacità economiche.

22/6/2016

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I contratti di convivenza : le novità dopo la legge n. 76/2016. Una piccola guida per capire cosa fare se si vuole stipulare un contratto di convivenza.

Abbiamo parlato nel precedente articolo delle novità apportate dalla legge n. 76/2016 sulle unioni civili e sulle convivenze di fatto.

A proposito di queste ultime abbiamo fatto accenno alla possibilità per i conviventi di stipulare un contratto di convivenza, al fine di regolamentare alcuni aspetti della convivenza.

Esaminiamo qui cosa è e come va fatto un contratto di convivenza.

La Legge n. 76 prevede che i conviventi di fatto possano regolamentare alcune ben delineate situazioni della loro convivenza attraverso un vero e proprio contratto il quale, secondo la nuova normativa, potrà riguardare esclusivamente questi aspetti:  la residenza in cui la coppia decida di convivere, le modalità di contribuzione alle necessità della vita in comune,  il regime di comunione dei beni.

Il contratto quindi non potrà prevedere, ad esempio, il riconoscimento in favore di uno dei conviventi di un assegno di mantenimento dopo la cessazione della convivenza o la partecipazione al tfr o alla reversibilità, né ovviamente alcuna qualifica di erede legittimo.

Questo non esclude che i conviventi possano prevedere in ambito testamentario (ed esclusivamente nei limiti della quota disponibile) dei lasciti in favore l’uno dell’altro o che possano stabilire accordi particolari per il caso di cessazione della convivenza, ma in questo caso tali accordi avranno effetti obbligatori solo fra di loro e saranno contenuti in un accordo diverso rispetto al contratto di convivenza.

Il contratto di convivenza potrà essere stipulato fra tutte le persone maggiorenni (eterosessuali od omosessuali) unite stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale.

Il contratto è nullo (con nullità insanabile che può essere fatta valere da chiunque vi abbia interesse) se viene concluso da un minorenne; da persona legata da un vincolo matrimoniale, di un’unione civile o di un altro contratto di convivenza; da persona interdetta giudizialmente: se il procedimento di interdizione è ancora pendente, gli effetti del contratto di convivenza restano sospesi in pendenza del procedimento di interdizione giudiziale; da chi abbia subito la condanna per il delitto di omicidio consumato o tentato sul coniuge del convivente: nel caso di rinvio a giudizio o di misura cautelare disposti per tale delitto, gli effetti del contratto restano sospesi fino alla pronuncia della sentenza di proscioglimento.

 Il contratto di convivenza va redatto necessariamente per iscritto, a pena di nullità. Può avere la forma dell’atto pubblico o scrittura privata con sottoscrizione autenticata da un notaio o da un avvocato, i quali dovranno attestare la conformità alle norme imperative ed all’ordine pubblico.

In poche parole, pertanto, i conviventi che vorranno stipulare un regolare contratto di convivenza dovranno rivolgersi ad un notaio o ad un avvocato  i quali avranno il compito di verificare la sottoscrizione dell’accordo ed autenticare la firma dei conviventi, attribuendo il valore di atto pubblico al contratto stipulato, dovranno accertarsi che i conviventi non abbiano assoggettato l’accordo a termini o a condizioni, dovranno attestare la conformità dell’accordo alle norme imperative ed all’ordine pubblico.

Il notaio o l’avvocato che abbia predisposto e ricevuto l’atto dovrà provvedere entro dieci giorni dalla sottoscrizione a trasmettere copia del contratto al Comune di residenza dei conviventi per la iscrizione all’anagrafe. Vi è quindi anche una forma di pubblicità prevista per questi contratti, per renderli quindi conoscibili ed opponibili a terzi.

 E’ bene ricordare, infatti, che il contratto di convivenza avrà valore non solo fra i conviventi, ma anche nei confronti dei terzi.

La iscrizione all’anagrafe è quindi molto importante poiché, in assenza, il contratto non sarà opponibile a terzi, a meno che non sia possibile dare prova che i terzi erano comunque a conoscenza degli accordi di convivenza.

Come preannunciato il contratto di convivenza potrà contenere la regolamentazione dei seguenti punti.

  • Il contratto potrà prevedere la fissazione della residenza comune, al fine di rendere pubblica la residenza comune della coppia.
  • Potrà disciplinare i rapporti patrimoniali fra i membri della coppia per la regolamentazione del menage familiare. In particolare nel contratto la coppia potrà stabilire le modalità di contribuzione alle necessità della vita in comune, in proporzione alle sostanze di ciascuno ed alle capacità di lavoro professionale o casalingo.
  • Potrà inoltre prevedere il regime patrimoniale della comunione dei beni . I conviventi possono infatti scegliere espressamente il regime patrimoniale della comunione dei beni. I conviventi, contrariamente a quanto accade nell’ambito del matrimonio, non possono scegliere che gli acquisti da loro effettuati rientrino nel diverso regime della separazione dei beni. Nel caso in cui venga scelto il regime patrimoniale della comunione dei beni, in caso di risoluzione del contratto, la comunione si scioglie e le parti dovranno procedere alla divisione dei beni comuni.

Il regime patrimoniale della comunione potrà esser fatto cessare in qualsiasi momento, mentre non sarà possibile modificarlo nel senso che sarà possibile solo farlo cessare ma non anche, ad esempio, stipulare altre convenzioni patrimoniali . Le modalità di contribuzione alla vita in comune potranno essere modificate, sempre per iscritto e con le stesse modalità di redazione del contratto.

Il contratto non potrà prevedere termini o condizioni, ad esempio i conviventi non potranno prevedere che uno dei due provveda al mantenimento dell’altro per un tempo determinato o a condizione che nasca un figlio. Le eventuali condizioni o termini apposti saranno nulli e saranno considerati come non apposti.

I conviventi potranno in qualunque momento recedere dal contratto. In tal caso le prestazioni eseguite non potranno essere restituite. In ogni caso, anche in assenza di contratto, tutte le prestazioni effettuate durante la convivenza saranno obbligazioni naturali compiute tra i conviventi liberamente in un clima di solidarietà reciproca e quindi non se ne potrà richiedere la restituzione alla fine della convivenza.

La legge specifica quattro cause di risoluzione del contratto:

  • In primo luogo il contratto si risolve in caso di accordo delle parti.In tal caso se i conviventi avevano scelto il regime di comunione, automaticamente la comunione si scioglierà.
  • Altro motivo è il recesso unilaterale. Se uno solo dei conviventi voglia far cessare la convivenza e quindi recedere dal contratto, dovrà comunicarlo all’avvocato o notaio che ha redatto l’atto, il quale dovrà notificare all’altro convivente copia del recesso. Nel caso in cui la casa familiare sia nella disponibilità esclusiva del soggetto che recede, la dichiarazione di recesso, a pena di nullità, deve contenere il termine, non inferiore a novanta giorni, concesso al convivente per lasciare l’abitazione (in caso di recesso non vi è nessuna riserva di abitazione a favore del convivente,. Rimangono comunque salvi i diritti del convivente a rimanere nell’immobile qualora, ove vi siano figli comuni minori o maggiorenni non autosufficienti, il giudice lo abbia assegnato a quest’ultimo.

In questi due casi la risoluzione deve comunque ed in ogni caso esser redatta per atto pubblico o scrittura privata autenticata dal notaio o avvocato, con successiva trasmissione (sempre entro 10 giorni)al Comune di residenza per l’annotazione all’anagrafe.

  • Il contratto si risolve in caso di matrimonio o unione civile tra i conviventi o tra un convivente ed altra persona. In questo caso il convivente che causa la risoluzione dovrà notificare all’altro ed al notaio o avvocato l’estratto di matrimonio o di unione civile. Il notaio o l’avvocato avranno l’obbligo di conservare l’atto senza obbligo di trasmissione all’anagrafe.
  • La risoluzione si verifica in caso di morte di uno dei conviventi. Il convivente superstite o gli eredi del defunto dovranno notificare l’estratto dell’atto di morte al notaio o all’avvocato che ha redatto il contratto. Questi dovrà annotare l’avvenuta risoluzione del contratto a margine del contratto di convivenza e notificarlo all’anagrafe del Comune di residenza.

In ogni caso di cessazione della convivenza la legge non prevede, come già detto, la possibilità per la parte più debole della coppia di richiedere all’altro un assegno di mantenimento. Si potranno richiedere solamente gli alimenti (tramite apposita istanza al giudice competente) e cioè il minimo indispensabile per la sopravvivenza. Gli alimenti possono esser concessi per un periodo proporzionale alla durata della convivenza . Il convivente sarà tenuto agli alimenti con precedenza sui fratelli e le sorelle dell’alimentando. Pertanto i primi obbligati sono i genitori ed i figli e poi i conviventi.

Se i conviventi non avevano stipulato alcun contratto e la convivenza cessa, alcuna dichiarazione è richiesta. Se vi sono figli minorenni allora si applicano le norme che regolano la responsabilità genitoriale e gli obblighi di mantenimento.

Il nostro staff di avvocati esperti nel diritto di famiglia è a vostra disposizione per darvi deluzidazioni e consigli se avete deciso di stipulare un contratto di convivenza. Scopri come fare e vai al link Come funziona Pronto Famiglia

13/6/2016

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Conviventi di fatto, la nuova disciplina alla luce della legge 76/2016.

Il 5 giugno 2016 è entrata in vigore la legge n. 76/2016 , pubblicata il 21 maggio 2016 in Gazzetta Ufficiale. Il disegno di legge Cirinnà sulle unioni civili tra persone dello stesso sesso e le coppie conviventi è divenuto quindi legge.

Oltre a disciplinare le unioni civili tra persone dello stesso sesso, la Legge 76 ha disciplinato finalmente anche le convivenze di fatto.

Premesso che i conviventi di fatto hanno già come punto di riferimento le norme di legge già vigenti, che tutelano ad esempio i figli nati dalla coppia di conventi e la giurisprudenza, prendiamo qui in esame le principali novità introdotte dalla legge 76/2016.

Le norme della legge si applicano a tutte quelle persone che convivano “more uxorio”, cioè con un progetto di vita familiare in comune, non importa se siano dello stesso sesso o di sesso diverso.

I conviventi di fatto sono quindi definiti come:  due persone maggiorenni (e quindi anche dello stesso sesso) unite stabilmente da legami affettivi di coppia e di reciproca assistenza morale e materiale, non vincolate da rapporti di parentela, affinità o adozione, da matrimonio o da un’unione civile.

Queste quindi sono le caratteristiche che identificano la coppia di conviventi di fatto, alla quale si applicheranno le norme della nuova legge.

Al contrario la legge non si applicherà a tutte le coppie NON conviventi, anche qualora abbiano dei figli in comune, una relazione stabile o rapporti assidui.

La convivenza è pertanto l’elemento fondamentale. Inoltre è bene precisare che la legge non si applicherà alle coppie che, seppure conviventi, siano formate da persone separate legalmente (quindi non ancora divorziate dai precedenti compagni). La legge infatti espressamente parla di coppie formate da persone che non abbiano rapporti di parentela, affinità o adozione derivanti da matrimonio o unione civile. Per tale ragione se anche uno solo dei membri della coppia sia ancora legato da un legame matrimoniale con altra persona e cioè non sia divorziato,ma ad esempio, solo separato legalmente.

La convivenza di fatto non deve essere formalizzata, come per il matrimonio o per le unioni civili. Quindi in sostanza i conviventi di fatto non devono necessariamente registrarsi all’anagrafe. Questa però sarà utile per dimostrare l’inizio della convivenza e la sua durata, elementi necessari per accedere ad una serie di agevolazioni e vantaggi garantiti dalla legge.

Se la registrazione all’anagrafe non è stata compiuta, i conviventi potranno comunque provare la convivenza e la sua durata attraverso altri modi, come prove testimoniali.

La registrazione all’anagrafe in ogni caso è sempre consigliabile. Essa consiste in una dichiarazione resa contestualmente dai due conviventi presso l’anagrafe, in cui gli stessi dichiarano di avere la residenza comune nello stesso comune. Se la dichiarazione viene fatta da uno solo dei conviventi, questi dovrà darne comunicazione all’altro con lettera raccomandata a/r. Tale comunicazione sarà necessaria per rendere valida la iscrizione all’anagrafe ai fini della prova della convivenza e della sua durata.

Per la legge 76 i conviventi di fatto sono coloro che abbiano stabili legami affettivi e di reciproca assistenza. Pertanto la legge in realtà nulla dice in relazione alla durata della convivenza o alla iscrizione alla anagrafe.

 

La legge fa riferimento ai tempi di convivenza solo quando parla del  diritto del convivente a continuare ad abitare nella casa familiare di proprietà del partner defunto, riconoscendo una sorta di riserva di abitazione per un periodo di due anni o di durata pari alla convivenza se superiore a due anni e comunque di non oltre i cinque anni. Tale previsione quindi dimostrerebbe che anche solo due anni di convivenza potrebbero essere ritenuti un periodo sufficiente per qualificare una convivenza come stabile.

Nei casi di contestazione sarà il giudice a dover valutare se vi sia una convivenza giudicabile come stabile.

La legge poi fa un elenco dei diritti e dei doveri delle coppie legate da convivenza di fatto stabile.

Fra i diritti riconosciuti alla coppia di conviventi di fatto ci sono:

  • i Diritti spettanti nel caso di detenzione in carcere di uno dei membri della coppia di conviventi di fatto, cioè i diritti riconosciuti dalla legge sull’Ordinamento Penitenziario al mantenimento dei contatti diretti tra i detenuti ed i loro familiari attraverso  i colloqui che detenuti e internati possono avere con i congiunti e con altre persone,  l’autorizzazione ad essere visitati dalle persone ammesse ai colloqui e il permesso di poter trascorrere con loro parte della giornata,  il diritto ad una telefonata settimanale ai congiunti e conviventi, indipendentemente dalla avvenuta effettuazione dei colloqui visivi,  il permesso di visita riservato ai familiari “nel caso di imminente pericolo di vita di un familiare o di un convivente”,  il diritto per i detenuti di poter informare immediatamente i familiari del loro ingresso in istituto o dell’avvenuto trasferimento,  il diritto del detenuto e del congiunto di essere tempestivamente informati in caso di decesso o grave infermità dell’altro,  il diritto del detenuto e dei suoi familiari di inviarsi denaro,  il diritto alla scelta (ove praticabile) del luogo di esecuzione della pena (anche in caso di trasferimento) o della misura di sicurezza in una struttura non troppo distante dalla residenza, in modo da non rendere troppo difficoltosi i contatti con la famiglia e, in particolare le visite e i colloqui.
  • Diritti in caso di malattia e di ricovero di uno dei membri della coppia di conviventi di fatto e cioè il diritto reciproco di visita,  di assistenza, di accesso alle informazioni personali (chiarimenti su diagnosi, prognosi ed eventuale intervento medico) in base alle regole organizzative delle strutture sanitarie (pubbliche, private o convenzionate), specie nel caso in cui il malato si trovi in stato di incoscienza e non sia, quindi, in grado di esprimere la propria volontà,  di richiedere (e ottenere) copia della cartella clinica,  di essere designato quale rappresentante con poteri pieni o limitati riguardo alla manifestazione del consenso riguardo: al trattamento medico chirurgico e comunque per le decisioni in materia di salute per il caso di incapacità di intendere e di volere legale (perché interdetto o inabilitato) o naturale (perché in stato di incoscienza); alla donazione di organi, alle modalità di trattamento del corpo e alle celebrazioni funerarie.
  • Diritti in caso di interdizione e amministrazione di sostegno di uno dei membri della coppia di conviventi di fatto . Tra l’altro la legge 76  modifica il codice di procedura civile inserendo il convivente di fatto fra i soggetti che devono essere indicati nella domanda di interdizione o inabilitazione. Inoltre, qualora uno dei conviventi sia dichiarato interdetto o inabilitato o beneficiario di amministrazione di sostegno, la legge prevede la possibilità che l’altro venga nominato tutore, curatore o amministratore di sostegno.
  • Diritto a partecipare agli utili dell’impresa familiare. L’impresa familiare, fino alla legge 76, consisteva nella  collaborazione continuativa all’attività di impresa da parte del coniuge, dei parenti entro il terzo grado e gli affini entro il secondo grado dell’imprenditore, senza possibilità di estendere tale disciplina ai conviventi more uxorio. La nuova legge sulle convivenze di fatto ha quindi aggiunto un ulteriore articolo al codice civile, prevedendo appunto che “al convivente di fatto che presti stabilmente la propria opera all’interno dell’impresa dell’altro convivente spetta una partecipazione agli utili dell’impresa familiare ed ai beni acquistati con essi nonché agli incrementi dell’azienda, anche in ordine all’avviamento, commisurata al lavoro prestato. Il diritto di partecipazione non spetta qualora tra i conviventi esista un rapporto di società o di lavoro subordinato”.
  • Il diritto al risarcimento per morte derivante da fatto illecito di uno dei membri della coppia di conviventi di fatto. Nel caso di morte del convivente di fatto per causa derivante da fatto illecito di un terzo, la nuova legge precisa che nell’individuazione del danno risarcibile al superstite vanno applicati gli stessi criteri individuati per il risarcimento del danno al coniuge
  • Diritti del superstite sulla casa di comune abitazione. Per l’ipotesi di decesso di uno dei conviventi, la legge fa una distinzione tra le specifiche ipotesi in cui l’immobile abitato dalla coppia sia di proprietà di uno dei conviventi, sia stato concesso in locazione ovvero sia un alloggio di edilizia popolare. Se la casa è di proprietà di uno dei conviventi la legge dispone una riserva di abitazione in favore del convivente superstite, il quale potrà continuare a vivere nella casa per due anni o per un periodo apri alla convivenza se superiore ai due anni ed in ogni caso per non più di cinque anni. Se vi sono figli minori o disabili, il diritto di abitazione sarà garantito per non meno di tre anni. Tale diritto verrà meno se il convivente superstite non abiti più stabilmente la casa o contragga matrimonio o unione civile o una nuova convivenza di fatto. Le annualità stabilite dalla legge operano in modo automatico e non sarà necessario alcun procedimento legale. Se la coppia ha dei figli in comune ed il giudice abbia assegnato la casa al convivente superstite, allora si rispettano le regole dell’assegnazione della casa familiare. Se invece la casa è condotta in locazione, in caso di morte del conduttore o di recesso dal contratto di locazione, il convivente ha diritto a succedergli nel contratto. Lo stesso nel caso di casa data in comodato. La legge inoltre estende ai conviventi di fatto la disciplina in materia di assegnazione degli alloggi di edilizia popolare in favore del coniuge.

 

Ricordiamo che in ogni caso la convivenza di fatto non riconosce al convivente le qualità di erede né il diritto al mantenimento in caso di separazione

 I conviventi però possono regolare alcuni rapporti economici con la stipula di un contratto di convivenza, di cui parleremo in altro articolo.

8/6/2016

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Ansia: per combatterla bisogna muoversi! La sedentarietà porta l’ansia, l’attività fisica porta il benessere.

L’ansia, chi non l’ha provata? Quella sensazione di agitazione e frustrazione interiore che fa sentire la terra che trema sotto i piedi, che fa pensare che da un momento all’altro possa accadere qualche cosa, che fa provare paura per qualsiasi cosa, che fa accelerare il respiro o venire mal di testa. L’ansia colpisce un numero elevatissimo di soggetti nel mondo ed oramai è un male dei nostri tempi.

Spesso l’ansia porta ad effetti fisici veri e propri, si somatizza insomma. Essa può determinare infatti stanchezza, difficoltà respiratorie, tensioni muscolari e mal di testa.

Recentissimi studi hanno appurato che la sedentarietà può far aumentare l’ansia. Sicuramente la mancanza di attività fisica determina tutta una serie di conseguenze, che vanno dalla tendenza ad accumulare grasso, alla obesità, all’osteoporosi, al diabete fino ai problemi di cuore.

Muoversi con costanza quindi è importantissimo per prevenire tutta una serie di problemi e di patologie. Questo è un dato di fatto oramai consolidato e conosciuto.

Ebbene è stato dimostrato (si tratta di uno studio pubblicato su BMC Public Health) che allo stesso modo la sedentarietà può determinare un aumento del rischio di soffrire di ansia.

Star seduti davanti ad un computer od alla televisione provoca quindi un aumento degli stati ansiosi o comunque l’insorgenza degli stessi. Stare seduti per troppo tempo altera il ciclo del sonno con conseguenze sul metabolismo. La persona che passa molto tempo davanti ad un pc rischia di isolarsi dal mondo reale e di allontanarsi dalle relazioni sociali reali, con conseguente aumento dello stato ansioso.

Ecco quindi che sarà importante, per combattere l’ansia, fare attività fisica, sia che essa sia limitata a passeggiare all’aria aperta, sia che essa si rivolga allo svolgimento di sport. Lo sport in particolare aiuterà a produrre nel nostro organismo sostanze benefiche, endorfine ed altri ormoni, che porteranno benefici sul nostro umore. Ricordiamo che è stato scientificamente provato che, già dopo pochi minuti di una moderata attività fisica, i ragionamenti si fermano e nel nostro organismo  iniziano a prodursi endorfine e sostanze benefiche che stimolano la serenità e la felicità.

1/6/2016

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Comunione dei beni fra i coniugi: cosa accade se uno dei due coniugi ha dei debiti? Esclusi dalla comunione i beni ricevuti per donazione o successione.

La comunione dei beni fra i coniugi comporta che, qualora uno dei due coniugi abbia dei debiti, il creditore potrà aggredire e pignorare i beni facenti parte della comunione, sebbene l’altro coniuge sia estraneo al debito contratto.

Questo vuol dire che il creditore potrà, ad esempio, pignorare l’intero immobile rientrante nella comunione dei beni.

In tal caso il coniuge non debitore non potrà opporsi alla vendita all’asta della casa, anche se estraneo al debito contratto dall’altro coniuge ed anche se metà del bene sia di sua proprietà perché rientrante nella comunione. Il coniuge non debitore, però,  potrà  partecipare all’asta ed acquistare egli stesso l’immobile o, in caso di vendita a terzi, avrà diritto a vedersi pagato il 50% del ricavato. Il creditore si rifarà quindi solamente sul valore del 50% del bene.

La comunione dei beni fra i coniugi, pertanto, comporta tale pericolo, che non va sottovalutato.

Vi sono però due eccezioni che riguardano i beni (di solito immobili) ottenuti da un coniuge attraverso una donazione o una eredità. Questi beni non entreranno a far parte della comunione dei beni fra i coniugi, ma rimarranno nel patrimonio personale ed esclusivo del coniuge che li abbia ricevuti. Per tali ragioni su questi immobili i creditori dell’altro coniuge non potranno avanzare pretese e non potranno procedere a pignoramento.

1/6/2016

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Separazione: cosa accade se il figlio minorenne non vuol vedere il padre?

Che succede se in seguito alla separazione dei genitori il figlio minorenne si rifiuti di vedere il padre secondo le modalità stabilite dal Tribunale?

Con un recente decreto del 4 aprile 2016 il tribunale di Torino ha affrontato proprio questo delicato problema e preso una decisione che dà ampio valore ai diritti dei minori e tutela alle loro esigenze.

Nel caso specifico si tratta di una figlia minorenne di anni 15, quindi già abbastanza grande per poter esprimere con sufficiente chiarezza le proprie sensazioni ed emozioni.

Poiché la ragazza  rifiutava di vedere  il padre secondo le modalità stabilite dal Tribunale in sede di separazione, questi ha proposto un ricorso per chiedere appunto la verifica, attraverso una consulenza tecnica d’ufficio psicologica, dei motivi per i quali la ragazza rifiutava di vederlo, addebitando tale situazione ad una presunta attività denigratoria ed ostativa da parte della madre, chiedendo appunto la condanna della donna al risarcimento dei danni.

Dalle indagini psicologiche è emerso che la ragazza non voleva vedere il proprio padre perché prepotente ed aggressivo, dichiarando di provare ansia in sua compagnia e di non aver mai avuto con la figura paterna un rapporto significativo e stretto.

Alla luce di ciò il Tribunale di Torino ha rigettato le richieste del padre evidenziando che, sulla base delle indicazioni della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, il figlio ha diritto di mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con ciascuno dei genitori (art. 337 ter comma 1 c.c.) e ciascun genitore, d’altra parte, ha diritto a mantenere rapporti significativi ed effettivi con i figli. Il diritto del genitore, però, deve pur sempre avvenire, ha osservato il tribunale, tenendo in debito conto l’interesse superiore del minore. La Corte di Strasburgo ha infatti precisato, come ha evidenziato il Tribunale, che la coercizione sul figlio minore al fine di garantire il legame con i genitori deve essere utilizzata con prudenza e misura e deve tenere conto dei diritti e della libertà delle persone, in particolare degli interessi dei minori.

Alla luce di quanto sopra, pertanto, il Tribunale ha  dato un valore ed un peso fondamentale al fatto che le visite paterne fossero controproducenti per la ragazza e pregiudizievoli per un futuro recupero del rapporto con il padre. Per tale ragione il tribunale ha dato ascolto alle esigenze della figlia minorenne respingendo le richieste paterne, ma ha previsto comunque incontri padre figlia sulla base del gradimento della ragazza, rimettendo quindi le sorti del rapporto padre figlia alla naturale e spontanea evoluzione dello stesso, senza costrizioni per la minore, lasciata libera di gestire la relazione con il genitore.

1/6/2016

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