Ansia: tutta colpa della fretta!

Eccoci al rientro dalle ferie ed eccola lì: l’ansia. E’ pronta a rientrare nella nostra vita quotidiana e forse, a ben vedere, non ci ha mai abbandonato, nemmeno su quella bella spiaggia dove eravamo fino a qualche giorno fa.

L’ansia è un “malessere” dei nostri tempi e riguarda, chi più chi meno, un po’ tutti. Tutti ci lasciamo travolgere dai ritmi serrati della vita ed anche quelli che dovrebbero essere dei momenti di svago, volti ad allentare la tensione, purtroppo inesorabilmente diventano anche essi fonti di ansia: devo andare in palestra per star bene, devo organizzare un viaggio perchè devo evadere, devo prenotare una giornata alle terme perché devo rilassarmi e così via.

E non è finita qui. Spesso concentriamo i nostri pensieri su ideali di vita desiderati, come comprare una casa al mare o andare a vivere all’estero. Lo facciamo nella illusione che questi ideali, in genere non realizzabili, possano aiutarci a viver meglio e sentire meno l’ansia. In realtà questi pensieri non fanno altro che peggiorare la situazione e la nostra ansia perché, alla fine, siamo costretti a renderci conto che non si realizzeranno mai.

E allora? Come gestire la nostra ansia?

La prima cosa che bisognerebbe cercare di fare è quella di rallentare i nostri pensieri e di dire stop alla fretta.

Non è semplice, questo è certo, ma è necessario imparare a gestire il nostro tempo, a fare le cose con i nostri ritmi. Chiaramente vi sono cose che dobbiamo fare necessariamente a certi ritmi, perché è il lavoro che ce lo impone o gli impegni della famiglia e dei figli. Vi sono però tante altre cose che possiamo imparare a fare con i nostri ritmi, senza correre e senza fretta. Andare in palestra, ad esempio o dedicarci al nostro hobby.

Il trucco è capire che nulla di drammatico accadrà se non corriamo sempre, nulla di irreparabile si abbatterà su di noi se nella giornata non riusciamo a fare proprio tutto tutto. Non ogni impegno della nostra giornata va vissuto come un dovere necessario, dobbiamo imparare a selezionare gli impegni e dar loro diverso peso.

Impariamo dunque, ogni tanto, a non fare, piuttosto che fare ad ogni costo. Non andare per forza in palestra, non andare per forza a fare la spesa, non andare per forza al corso di danza. Capiremo che, dopo una prima sensazione di “colpa” proveremo un inatteso piacere.

Il piacere derivante dall’uscire ogni tanto dalla routine e dagli impegni quotidiani. Dunque…..meno fretta, meno ansia!

31/8/2016

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Si al riconscimento del figlio da parte del padre con un passato di tossicodipendenza e piccoli reati.

Con una recente sentenza la Corte di Appello di Roma (sentenza n. 2996/2016) ha ritenuto che la precedente condotta di vita (tossicodipendenza) del padre ed i cattivi rapporti con la madre non siano elementi idonei a denegare il riconoscimento di paternità richiesto dal padre naturale.

Nel caso specifico la madre aveva proposto appello contro la sentenza di primo grado che riteneva non vi fossero elementi ostativi al riconoscimento della bambina da parte del padre naturale il quale aveva avuto un passato da tossicodipendente. L’uomo infatti aveva richiesto di riconoscere la figlia spinto dalla seria volontà di fare il padre e sostenuto dalla famiglia di origine, famiglia seria ed irreprensibile, la quale aveva già instaurato con i nonni un rapporto sereno ed affettivo importante. Inoltre il padre aveva conseguito la maturità classica e svolgeva lavori di animazione in feste per bimbi, come cameriere ed attività di volontariato.

Nel caso di specie era emerso poi uno stato di trascuratezza nella famiglia della madre, la quale stava crescendo altri due figli, oltre la femmina, in condizioni di disagio.

La corte di Appello ha rigettato l’opposizione della donna, considerando non idonei a motivare il diniego del riconoscimento fatti quali la tossicodipendenza o la commissione di piccoli reati, soprattutto se il padre abbia poi dimostrato un ravvedimento e la volontà di crescere in modo sano e sereno la figlia.

La Corte infatti ha ritenuto «assolutamente ingiustificata, considerato il diritto della bambina ad entrambi i genitori per una serena ed equilibrata crescita psico-fisica e l’arricchimento che la stessa riceverebbe da un punto di vista affettivo, oltre che materiale, dalla presenza anche del nucleo familiare paterno, composto da persone irreprensibili, che rappresenterebbero per la bimba un’opportunità irrinunciabile».

Tale sentenza dimostra pertanto che il diritto dei minori alla bigenitorialità viene sempre tutelato e garantito, purchè ovviamente i genitori dimostrino la volontà di occuparsi in modo sano dei figli ed abbiano i necessari sostegni, anche dalle famiglie di origine. A nulla vale il fatto che un genitore abbia avuto un passato difficile se egli successivamente si sia rimesso sulla giusta strada e dimostri di voler crescere i figli con responsabilità e presenza.

30/8/2016

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Separazione: la moglie casaliga non deve esser mantenuta dal marito se può lavorare.

Sempre più sentenze della Corte di Cassazione affermano il principio per cui la donna  che non lavora e che si è occupata della casa durante il matrimonio non debba necessariamente esser mantenuta dal marito a seguito della separazione dei coniugi.

E’ ad esempio il caso esaminato dalla Suprema Corte con la sentenza n. n. 11870/2015. Con questa pronuncia infatti la Corte ha stabilito che solamente lo stato di effettivo bisogno della moglie potrebbe giustificare la corresponsione in suo favore di un assegno di mantenimento da parte del marito a seguito della separazione dei coniugi. La donna giovane, la quale sia considerata idonea al lavoro, viene considerata in grado di mantenersi da sola.

Tale principio dovrà considerarsi valido anche nel caso in cui la donna, durante tutto il matrimonio, non abbia mai lavorato e si sia occupata della casa e dei figli. Si capovolge in tal modo quanto in passato era considerato un principio fondamentale, quello per cui se la moglie durante il matrimonio si era occupata solamente della famiglia senza lavorare, con la separazione aveva diritto ad esser mantenuta dal marito.

Secondo i nuovi orientamenti della Cassazione, quindi, i due ex coniugi dovranno tentare di mantenersi in modo autonomo, senza gravare uno sulle spalle dell’altro, in conformità con l’evoluzione dei tempi e con  il nuovo modo di valutare il diritto della moglie al mantenimento, non più così scontato come in passato.

 29/8/2016

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I rapporti bancari dormienti: cosa sono e come si svegliano.

I conti dormienti (in generale i rapporti bancari dormienti) sono i rapporti con le banche di importo superiore ai 100.00 euro che non presentano movimenti da almeno 10 anni. Sono sia depositi di denaro, libretti di risparmio, conti correnti anche postali, azioni, titoli, obbligazioni. Diverso è per gli assegni circolari, considerati dormienti dopo tre anni dalla emissione e per le rendite delle polizze, che sono dormienti dopo due anni.

Cosa accade dunque a questi conti  trascorsi i termini sopra citati? Ebbene le somme depositate finiscono nel Fondo del Ministero dell’Economia e delle Finanze, che utilizza tali somme per fini sociali. La Banca, prima di far confluire le somme nel fondo, deve comunque informare il titolare, il quale ha sei mesi di tempo per riprendere a movimentare il denaro. Se invece i denari finiscono nel Fondo il proprietario ha ulteriori dieci anni per chiedere al Fondo stesso il rimborso delle somme.

Pertanto il conto così detto dormiente deve essere “svegliato” dal suo titolare per evitare la perdita dei denari. “Svegliare” vuol dire effettuare una qualsiasi operazione bancaria, purchè l’operazione venga effettuata dal proprietario del conto (o suo delegato) . Non hanno alcun rilievo quindi le operazioni svolte in automatico dalla Banca.

Sono operazioni utili a svegliare il rapporto dormiente la comunicazione del cambio di residenza, la comunicazione alla Banca della volontà di proseguire il rapporto, un prelievo, un versamento, un bancomat o pagamento con carta di credito, la richiesta del saldo o di una copia di documentazione o di un libretto assegni. Al contrario non sono operazioni utili a svegliare il rapporto l’addebito automatico di utenze, l’accredito di uno stipendio o di un bonifico, le operazioni automatiche o una polizza assicurativa che si rinnova tacitamente.

In caso di morte del titolare di un conto dormiente gli eredi dovranno comunicare alla Banca il loro subentro, consegnando alla Banca un certificato di morte e la dichiarazione di successione.

Abbiamo detto che, trascorsi dieci anni (o i termini diversi per gli assegni circolari e perle rendite delle polizze) , i denari del rapporto dormiente vengono versati nel Fondo del Ministero dell’Economia e delle Finanze, ma il titolare ha ancora altri dieci anni per chiedere il rimborso dei denari.  Per avere il rimborso sarà necessario inviare una domanda apposita (con raccomandata a/r) alla Consap SpA , la quale verificati i requisiti, disporrà il rimborso delle somme.

3/8/2016

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Morte dell’usufruttuario di un immobile concesso a terzi in locazione: cosa accade?

Con la recente sentenza 27 aprile – 20 luglio 2016, n. 14834 la Corte di Cassazione ha fugato ogni dubbio in relazione al caso in cui l’usufruttuario di un immobile concesso in locazione a terzi muoia. La Suprema Corte precisa che in una ipotesi del genere il contratto di locazione continuerà con gli eredi dell’usufruttuario e non con il nudo proprietario dell’immobile.

Sappiamo bene che l’usufrutto consente all’usufruttuario di poter mettere a frutto il proprio diritto e quindi locare l’immobile. In tal caso, pertanto, se l’usufruttuario muore il contratto di locazione proseguirà con gli eredi dell’usufruttuario, ma solamente per un massimo di cinque anni. Scaduto tale termine infatti ogni diritto tornerà in capo al proprietario dell’immobile.

In realtà la Cassazione applica l’art. 999 del codice civile il quale prevede che il contratto di affitto concluso dall’usufruttuario prosegue anche se egli muore prima della scadenza del contratto, ma non oltre il quinquennio dalla cessazione dell’usufrutto (e quindi dalla morte dell’usufruttuario). Il requisito richiesto è chiaramente la formalità del contratto di locazione che deve risultare dal atto pubblico o scrittura privata di data certa anteriore.

Gli eredi dell’usufruttuario, pertanto, succederanno in tutti i diritti del locatore, potendo riscuotere i canoni o sfrattare il conduttore in caso di morosità. Se la locazione scade prima dei cinque anni dalla morte dell’usufruttuario, gli eredi potranno in ogni caso stipulare un nuovo contratto sino al termine dei cinque anni.

Perchè ciò si verifichi, però, è necessario – precisa la Cassazione – che il proprietario dell’immobile, alla morte dell’usufruttuario, non abbia dichiarato di voler subentrare nei rapporti contrattuali da questi conclusi e quindi nel contratto di locazione, cioè è necessario che il proprietario rimanga inerte.

La Cassazione infatti precisa che:

“- L’estinzione del diritto di usufrutto, pur comportando l’opponibilità al proprietario (nei limiti di cui all’art. 999 c.c.) dei contratti di locazione conclusi dall’usufruttuario, non determina – di per sé – l’effettivo subentro nel rapporto di locazione del pieno proprietario ove questi rimanga del tutto silente ed estraneo al rapporto;

– Per esercitare i diritti derivanti dal rapporto (compreso quello di farne dichiarare la risoluzione), il locatore non è dunque tenuto a dimostrare la persistente titolarità di un diritto reale sul bene, né il conduttore può pretendere la dimostrazione di tale diritto per sottrarsi all’adempimento degli obblighi nascenti dal rapporto locatizio e per contestare la legittimazione dell’attorea meno che non risulti che il (pieno) proprietario abbia manifestato la volontà di fare proprio il rapporto, subentrando al locatore e privandolo della disponibilità del bene;
– fino a quando ciò non si verifichi, ossia fintantoché il (pieno) proprietario non manifesti la volontà di subentrare effettivamente nella posizione dell’originario locatore, il rapporto di locazione prescinde dalle vicende attinenti la titolarità dei diritti reali sul bene e la vicenda rimane “centrata sui rapporti meramente personali fra locatore e conduttore” (Cass. n.17030/2015), in coerenza con la sua natura “personale”;
– ne consegue che, silente il proprietario, la morte dell’originario usufruttuario/locatore determina la trasmissione della titolarità del rapporto di locazione agli eredi, con possibilità – per essi – di esercitare i diritti e le azioni che derivano dalla locazione e senza che il conduttore possa contestarne la legittimazione per il solo fatto che sia venuto meno il diritto di usufrutto”.

3/8/2016

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