Separarsi o divorziare rapidamente con la negoziazione assistita.

Il D.L. 132/2014 (convertito nella L. 162/2014) ha introdotto l’istituto della Negoziazione Assistita, un modo rapido per la risoluzione in forma stragiudiziale delle controversie. In poche parole la Negoziazione è un procedimento che non comporta il coinvolgimento dei giudici e che porta in tempi abbastanza veloci alla risoluzione bonaria di contrasti e questioni giuridiche.

Il Decreto (così detto Decreto Giustizia) prevede l’applicabilità della nuova procedura anche alle spearazioni ed ai divorzi.

I coniugi hanno pertanto la possibilità di separarsi o di divorziare senza passare per l’aula del Tribunale.

Perchè sia possibile separarsi o divorziare rapidamente con la Negoziazione Assistita è necessario che i coniugi siano rappresentati ciascuno dal proprio avvocato e chiaramente è necessario che riescano a raggiungere un accordo.

Il tempo  per arrivare all’accordo è di 90 giorni (eventualmente prorogabili di altri 30 giorni) dal momentoin cui una delle parti invita l’altra alla Negoziazione. Eco quindi che, sempre che si pervenga ad un accordo, è possibile ottenere la separazione o il divorzio al massimo in tre mesi e senza doversi trovare avanti ad un giudice del Tribunale.

Ricordiamo infatti che, secondo la procedura  tradizionale di separazione consensuale o divorzio congiunto, viene depositato un ricorso presso il Tribunale competente, a cui segue la fissazione dell’udienza presidenziale. Dopo di essa si otterrà o l’omologa della separazione o la sentenza di divorzio. In questi casi le parti possono anche essere assistite dallo stesso avvocato, ma i tempi sono decisamente lunghi, specie se competente è un Tribunale di una grande città, come Roma, dove per la fissazione dell’udienza trascorrono in genere circa tre mesi. Pertanto, unendo il tempo necessario per arrivare ad un accordo, il tempo necessario per il deposito del ricorso in Tribunale e quello per la fissazione della udienza e per la omologa o la sentenza,  potrebbero trascorrere anche più di sei mesi prima di avere in mano il verbale di separazione o la sentenza di divorzio. Per non parlare poi dei tempi impiegati dal comune per l’annotazione.

I vantaggi della Negoziazione sono pertanto evidenti, soprattutto perchè con tale procedura la separazione o il divorzio diventano davvero rapidissimi. Se le parti raggiungono velocementemente l’accordo, infatti, è possibile separarsi o divorziare nell’arco di un mese o anche meno.

Non ci addentriamo qui nei particolari tecnici della procedura, l’importante è sapere che per separarsi o divorziare attraverso la negoziazione assistita è necessario che ciascuna delle parti si rivolga al proprio avvocato ed ovviamente che sia raggiunto un accordo.

Una volta redatto l’accordo di Negoziazione Assistita (ad opera degli avvocati), questo insieme ad altri documenti, verrà depositato presso la Procura della Repubblica presso il Tribunale Competente, che darà il nulla osta o l’autorizzazione (questa in presenza di figli minori o economicamente non autonomi) in genere in tempi brevissimi (circa una settimana). A quel punto l’accordo con il nulla osta o l’autorizzazione verrà trasmesso (dagli avvocati), entro il termine di dieci giorni, all’Ufficiale dello Stato Civile del Comune ove è stato celebrato il matrimonio per l’annotazione.

Roma, 2/12/2017

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Sindrome di Napoleone, alla base della aggressività e senso di inferiorità.

Si chiama “sindrome di Napoleone” ed il perchè è facile da comprendere.

Storicamente Napoleone era un uomo basso e difatti questa sindrome è identificabile negli uomini che presentano una statura bassa.

La sindrome, che si sviluppa già dall’età adolescenziale, è diagnosticabile in età adulta, soprattutto perchè in età giovane il soggetto non percepisce ancora in pieno il valore della sua statura,nè è soggetto alle pressioni della società e del lavoro.

In buona sostanza l’uomo che presenta questa sindrome ha marcati caratteri aggressivi, senso di inferiorità e di inadeguatezza, che possono portarlo anche a sentimenti di gelosia e di odio.

La statura bassa non deve essere necessariamente legata ad una condizione di nanismo, è sufficiente che la persona sia semplicemente di bassa statura rispetto alla media. Tale situazione, con la crescita, porta l’uomo basso a pensare di non essere all’altezza delle situazioni, sia in ambito sociale che lavorativo o sentimentale. Per tale ragione egli potrebbe sviluppare un forte senso di inadeguatezza e mancanza di autostima che generano rabbia, frustrazione ed in alcuni casi anche odio e violenza verso gli altri.

Si tratta di persone che diventano facilmente aggressice, perdono le staffe e  possono anche arrivare ad atti violenti.

Roma, 15 novembre 2017

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Dopo la separazione, rimane alla moglie ed ai figli la casa concessa in comodato dai suoceri.

Ancora una volta la Suprema Corte di Cassazione si è espressa per chiarire che fina faccia in caso di separazione la  casa familiare concessa dai suoceri in comodato d’uso gratuito al loro figlio per stabilirvi la nuova famiglia.

Si tratta della sentenza n. 26954 del 15 novembre 2017.

In passato si è molto discusso se, in caso di separazione, la casa familiare concessa ad uno dei coniugi in comodato dai propri genitori dovesse o meno essere restituita ai legittimi proprietari.

Per un certo periodo la giurisprudenza è stata divisa, affermando che, in ipotesi di comodato senza termine, i prorietari che ne avesser bisogno potevano richiederne la restituzione in qualsiasi momento.

Oramai però la giurisprudenza di legittimità è concorde nel ritenere che in casi del genere la casa assegnata alla moglie rimanga alla stessa, anche se i suoceri proprietari ne richiedano la restituzione. Il principio applicato è quello per cui se la casa venne data in comodato gratuito ad uno dei coniugi da propri genitori per stabilirvi la nuova famiglia essa si considera concessa per far fronte ai bisogni della famiglia. Tali bisogni non cessano con la separazione, anzi ancora di più tali bisogni sono presenti nel caso in cui i coniugi decidano di separarsi.

Ecco quindi che i proprietari dell’immobile rimangono a bocca asicutta e dovranno rassegnarsi al fatto che la casa di loro proprietà rimarrà occupata gratuitamente dalla nuora e dai loro nipoti sino a che la stessa avrà il diritto di assegnazione della casa familiare.

Roma, 15 novembre 2017

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Separazione e divorzio, le spese straordinarie per i figli: quali spese non sono straordinarie e non vanno rimborsate?

In caso di separazione o divorzio dei coniugi ed in presenza di figli minori o maggiorenni conviventi ed economicamente non autonomi, il genitore (in genere il padre) con cui i figli non vivono stabilmente dovrà versare all’altro genitore un assegno per il loro mantenimento e partecipare, in genere nella misura del 50%, alle spese straordinarie.

Quali sono queste spese straordinarie? Genericamente possiamo dire che esse sono quelle scolastiche, sportive , sanitarie e ricreative da affrontare per i figli. Poichè molti erano i contrasti e le interpretazioni in merito a tali spese, iversi Tribunali d’Italia hanno adottato dei protocolli, i quali chiariscono l’argomento.

In particolare il Protocollo del Tribunale Ordinario di Roma ha dato una ampia e precisa interpretazione delle spese straordinarie e di come esse vadano gestite dai genitori in caso di separazione o divorzio.

In questa sede vogliamo precisare quali siano le spese che rientrano nel normale assegno mensile di mantenimento e che quindi non possono essere richieste in fase di rimborso al 50%, insomma le spese che sono a carico del genitore con cui i figli convivono stabilmente.

E’ ben infatti ricordare che tutte le spese per il vitto, l’alloggio ed abbigliamento sono a carico del genitori con cui i figli convivono. Allo stesso modo le spese scolastiche di cancelleria e le tasse scolastiche (salvo quelle universitarie). Sempre a carico del genitore con cui i figli convivono sono le spese per la mensa e tutte quelle per il trasporto urbano (quindi tessere per autobus, metro etc), per il carburante del motorino o della vettura e le spese per le ricarche del cellulare. Lo stesso vale per le spese per i medicinali da banco (quindi ad esempio aspirine, antipiretici, antibiotici o medicinali per cure stagionali o periodihe). Rientrano sempre nell’assegno mensile di mantenimento le spese per le uscite scolastiche di una giornata, quelle per la baby sitter (se erano già presenti prima della separazione) e quelle estetiche (per parrucchiere o estetista).

16 ottobre 2017

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A che età è giusto consentire alle bambine di truccarsi?

Spesso le bambine chiedono ai genitori di poter mettere del trucco sul viso, quindi rossetto o mascara o anche lo smalto alle unghie delle mani.

Troppo spesso purtroppo si vedono bambine truccate e vestite come adulte a scuola e troppo spesso i genitori consentono alle loro figlie di adottare comportamenti e costumi tipici dell’adulto.

Ci riferiamo qui alle bambine fino alla età preadolescenziale e quindi fino a tutto il periodo delle scuole medie.

E’ normale che le bambine ad un certo punto vogliano imitare la mamma, iniziando ad usare le sue scarpe, i suoi trucchi o i vestiti e giocando a fare le adulte in casa. Nessun problema fin qui. E’ infatti importante che i bambini sperimentino la fase del travestimento, che permette loro di prendere coscienza della loro individualità.

L’errore invece è di consentire loro di usare questi “travestimenti” anche al di fuori delle mura domestiche ed iniziare quindi ad avere comportamenti da adulte all’esterno, a scuola o nei momenti liberi fuori casa. Le bambine iniziano ad usare lo smalto o il mascara o il rossetto o vestiti da adulte nella vita quotidiana, perdendo la loro identità di bambine troppo presto.

E’ possibile consentire alle bambine di usare magari un pò di smalto o del mascara in una occasione particolare come un compleanno, ma deve trattarsi di una eccezione.

Sarà sufficiente spiegare alla figlia che è ancora troppo piccola per usare i trucchi o vestiti non adatti alla sua età, senza troppe altre spiegazioni. Il genitore deve far sentire la propria autorità, non lasciandosi convincere dal fatto che altre bambine nella scuola usano i trucchi.

Roma, 29 settembre 2017

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Separazione: se i figli vivono in altra città, il padre deve versare l’assegno di mantenimento alla madre?

E’ comune la circostanza che i figli maggiorenni vadano a studiare o a cercar lavoro in una città diversa da quella della residenza della madre, con cui convivevano dopo la separazione o divorzio dei genitori.

Ci si chiede in tal caso se il padre sia comunque tenuto a versare alla madre l’assegno per il mantenimento dei figli qualora provveda direttamente al pagamento delle spese per il loro soggiorno in altra città.

Molti tribunali regolerebbero una ipotesi del genere revocando l’assegno mensile di mantenimento che il padre deve versare alla madre in quanto i figli vivono in altra città e le spese sono pagate dal padre stesso.

Ebbene con una recentissima sentenza (n. 8971/17) il Tribunale di Napoli ha manifestato una tendenza completametne diversa. I giudici partenopei infatti hanno stabilito che l’assegno di mantenimento per i figli dovuto dal padre alla madre permane anche quando i ragazzi vivano in altra città ed anche se il padre provveda direttamente alle spese. La decisione si fonda sulla constatazione, nel caso concreto, del legame profondo che unisce i figli alla madre, presso cui tornano saltuariamente e della instabilità non solo emotiva ma anche economica dei ragazzi, il cui futuro è ancora molto incerto.

Si tratta di una decisione forse discutibile, ma dimostra come i singoli casi concreti debbano essere valutati nel particolare e come, sempre più spesso, sia divenuto difficile dare delle linee guida certe in materia di diritto di famiglia, nell’ambito del quale le variabili sono moltissime e rendono per questo ogni caso unico e diverso.

Roma, 29 settembre 2017

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Conto Corrente cointestato fra i coniugi in regime di comunione: il coniuge che preleva una somma senza dimostrarne la titolarietà personale deve restituirne la metà.

Prendendo spunto dalla ordinanza n. 20452 del 28 agosto 2017 della Corte di Cassazione per parlare del conto corrente cointestato fra i coniugi in regime di comunione legale dei beni.

Accade spesso che uno dei coniugi, specie in vista della separazione legale o dopo la stessa, prelevi dal conto corrente cointestato con l’altro coniuge una somma superiore alla quota del 50% che gli spetterebbe, adducendo la titolarietà personale dell’importo.

E’ il caso preso in esame dalla Suprema Corte nella ordinanza sopra citata: la moglie aveva infatti ottenuto contro il marito un decreto ingiuntivo per la resituzione del 50% di una somma x prelevata da quest’ultimo dal conto corrente cointestato, al fine di ricostituire la comunione del conto corrente. Il marito faceva ricorso prima alla Corte di Appello territoriale e poi alla Cassazione, vedendosi però soccombente in entrmabi i casi e dovendo quindi restituire alla moglie il 50% della somma prelevata.

La Corte ha basato la decisione sulla circostanza che l’art. 1854 del codice civile prevede, in merito al conto corrente cointestato fra i coniugi, che questi siano creditori e debitori solidali dei saldi del conto corrente, sia nei rapporti con i terzi sia nei rapporti interni, con conseguente presunzione della contitolarietà del conto. E’ proprio tale presunzione che comporta la inversione dell’onere della prova, così che sarà chi preleva arbitrariamente delle somme dal conto cointestato a dover dimostrare la titolarietà di quegli importi ed il fatto che gli stessi non rientrino nella comunione in quanto personali.

Nel caso in esame, infatti, il marito non era stato in grado di provare la titolarietà personale delle somme prelevate, adducendo semplicemente che si trattava di somme donategli dal proprio padre. Chiaramente per i giudici del merito come per quelli di legittimità, l’accredito sul conto cointestato fra i coniugi di una somma da parte del genitore del marito non dimostra che si sia trattato di una donazione personale fatta al figlio, potendo benissimo trattarsi di una liberalità fatta ad entrambi i coniugi, anche in considerazione del fatto che essa avvenne in un periodo in cui i coniugi andavano d’accordo.

Ecco quindi che il marito dovrà restiture alla moglie il 50% delle somme prelevate.

30 agosto 2017

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Figli studenti universitari fuori corso: fino a quando devono essere mantenuti?

L’art. 315 bis del codice civile stabilisce che i figli hanno diritto ad essere mantenuti, educati, istruiti ed assistiti moralmente dai genitori, nel rispetto delle loro capacità, inclinazioni ed aspirazioni.

Questo comporta, soprattutto nei casi di separazione o divorzio dei genitori, che questi debbano provvedere al mantenimento dei figli anche oltre la loro maggiore età ed in ogni caso fino a quando non abbiano raggiunto l’indipendenza economica.

Non vi è un limite di età stabilito dalla legge per il mantenimento dei figli maggiorenni. In genere la Cassazione ritiene che i 27 anni possano essere un limite oltre il quale il figlio non può più pretendere di essere mantenuto dai genitori, dovendosi a quel punto rimboccarsi le maniche per cavarsela da solo. Tutto questo al fine di evitare che i figli possano approfittare dell’obbligo per i genitori di mantenerli e trascorrere anni sul divano della casa dei genitori perchè tanto…mamma e papà provvedono al loro sostentamento.

E’ chiaro che il limite di età indicato dalla Cassazione non è assoluto e va valutato caso per caso in base alle singole circostanze. Ad esempio esso è sicuramente applicabile a quei figli che non stiano svolgendo un percorso di studi o stiano fuori corso da anni e non cerchino lavoro, preferendo, appunto, rimanere a “bivaccare” in casa perchè tanto i genitori provvedono al mantenimento.

Va da sé che se il figlio sta portando avanti con profitto un percorso di studi o lo stia perfezionando con specializzazioni o periodi di stage non retribuiti, il limite non è applicabile, dovendo attendere che il figlio completi il percorso formativo e sia in grado di trovare una idonea collocazone sul mercato del lavoro.

E’ un po’ quanto ribadito dalla Suprema Corte con la ordinanza n. 18531 el 26 luglio 2017.

Nel caso specifico un padre aveva chiesto la revoca o la riduzione sensibile dell’assegno per il mantenimento della figlia di ventisette anni, la quale era studentessa universitaria fuori corso e svolgeva per di più un lavoro. La richiesta era fondata sul peggioramento economico subito dal padre.

Ebbene la Corte ha confermato quanto stabilito dalla Corte di Appello e cioè una minima diminuzione dell’assegno. La decisione è basata sulla considerazione che la ragazza, anche se studentessa fuori corso e pur avendo un lavoro, che però era precario, doveva poter terminare gli studi per collocarsi sul mercato del lavoro in conformità con la sua preparazione e con il corso di studi svolto.

Ecco quindi che in materia di mantenimento dei figli ogni singolo caso va valutato come caso a sé, proprio perchè le variabili sono moltissime ed ognuna di esse può determinare un diverso orientamento da parte dei giudici.

Sicuramente non viene mai premiato il comportamento dei figli ultra maggiorenni che non si diano da fare con lo studio o con la ricerca del lavoro, mentre vengono tutelati i ragazzi che, seppure ultra maggiorenni, stiano portando avanti un percorso di studio e possano mirare a raggiungere una buona posizione lavorativa conforme agli studi conseguiti.

Roma 10 agosto 2017

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Affidamento esclusivo alla madre se il figlio minore dichiara di non voler stare con il padre. Lo dice la Cassazione. Sì, ma con quali criteri?

Sappiamo che in linea di principio, in caso di separazione o divorzio e la presenza di figli minori, questi vengono affidati in via condivisa ad entrambi i genitori e ciò nel rispetto del principio della bigenitorialità, applicato oramai di regola dalla riforma del 2006 (legge n. 54/2006) e poi da quella generale operata dal la legge 219/2012.

Entrambi i genitori, infatti, devono esercitare congiuntamente pari diritti ed avere pari doveri nei confronti dei figli minori, ai quali deve essere assicurata la presenza e la partecipazione di tutti e due i genitori, senza esclusione di uno in favore dell’altro. Il tutto collocando in genere il minore presso la residenza materna ed assicurando al padre ampi spazi per la frequentazione del figlio e salva la possibilità, assai rara, di collocare il minore in modo alternato presso entrambi i genitori.

Questo principio generale trova però dei limiti nel superiore interesse dei figli minori. Se infatti l’applicazione della bigenitorialità può arrecare danno alla salute psico fisica del minore o minare il suo equilibrio e benessere, allora essa andrà rivista e limitata, applicando in tal caso il vecchio cirterio dell’affidamento eslcusivo ad un solo genitore, il quale quindi da regola è passato (dal 2006) ad eccezione.

Ricordiamo che ciò non vuol dire che il genitore a cui non viene affidato il figlio perde la responsabilità genotiriale (la vecchia potestà gentioriale). Egli infatti continuerà ad avere diritti e doveri di sorveglianza sul figlio e partecipazione nelle decisioni più importanti relative allo stesso, nonché a frequentarlo e vederlo secondo criteri e modalità decise dai giudici nel rispetto delle necessità del minore.

Nel caso esaminato dalla Corte di Cassazione nella ordinanza n. 18734 del 27 luglio 2017 la minorenne tredicenne di una coppia divorziata viene affidata in via esclusiva alla madre in quanto la stessa ragazzina aveva dichiarato – ascoltata dal giudice – di non voler stare con il padre, non conoscendolo e non avendo alcun rapporto con lui. La separazione infatti si era verificata prima che la bimba nascesse e quindi il padre non aveva avuto rapporti con la figlia tali da creare la necessaria intimità ed il necessario rapporto padre-figlia.

L’ascolto del minore viene quindi considerato come rilevante per la decisione. Si dà quindi un altissimo valore alle dichiarazioni della ragazzina, che seppure minorenne è considerata in grado di esprimere giudizi e pareri. La decisione dell’affido esclusivo della minore alla madre viene presa per non turbare l’equilibrio della minore e per il suo superiore interesse, salvo poi favorire il ripristino dei repporti padre-figlia attraverso dei percorsi psicologici di sostegno.

7 agosto 2017

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L’acquirente di un immobile può agire contro il venditore per i danni derivanti da lavori fatti eseguire da questi prima del rogito.

Una recentissima sentenza della Corte di Cassazione del 28 luglio 2017 (n. 18891/17) ha stabilito che l’acquirente di un immobile può esercitare l’azione civile di responsabilità per rovina e difetti di cose immobili (ex art. 1669 codice civiel) contro il venitore che, prima della vendita, abbia fatto eseguire da un appaltatore dei lavori di ristrutturazione edilizia che abbiano rovinato o procurato danni.

In poche parole nel caso preso in esame dalla Cassazione l’acquirente di una casa aveva scoperto, dopo il rogito, che dal proprio terrazzo partivano infiltrazioni di acqua che andavano a daneggiare un sottostante magazzino. Tramite una cosulenza tecnica di ufficio è stato verificato che tali infiltrazioni dipendevano da lavori di ristrutturazione che il venditore dell’immobile aveva fatto eseguire da un appaltatore prima del rogito.

Ebbene in tal caso, secondo la Suprema Corte ( e contrariamente a quanto aveva stabilito la Corte di Appello di Roma) l’acquirente può agire direttamente nei confronti del venditore, anche se il termine di un anno dalla vendita per far valere i vizi sia scaduto.

7/8/2017

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