Vizi e difetti di costruzione: Se la rampa di accesso al box è troppo ripida? Quali tutele per l’acquirente?

Se la rampa di accesso al box auto venduta dal costruttore è stata realizzata non a regola d’arte, ad esempio senza le pendenze prescritte, rendendo così difficoltoso se non impossibile  l’accesso, questi sarà tenuto a risarcire dei danni gli acquirenti.

Il caso è quello preso in esame dalla sentenza della Corte di Cassazione n. 1208 del 18 gennaio 2017: una coppia aveva acquistato due appartamenti ed un locale da adibire ad autorimessa, raggiungibile tramite una rampa molto ripida. La coppia chiedeva  quindi o il risarcimento del danno o l’esecuzione a carico del costruttore dei lavori necessari per la regolarizzazione della pendenza.

La Cassazione riconosce l’applicabilità della garanzia per vizi prevista dall’art. 1669 del codice civile,  evidenziando che  «l’operatività della garanzia ex articolo 1669 Cc non è limitata ai gravi difetti della costruzione relativi al bene principale, come gli appartamenti costruiti, dovendo ricomprendere ogni deficienza o alterazione che vada ad intaccare in modo significativo sia la funzionalità che la normale utilizzazione dell’opera».

Pertanto se la rampa di accesso alla pertinenza (il box) non sia in regola con le pendenze o con il raggio di curvatura, rendendo in tal modo non agevole e molto difficoltoso l’accesso, si è in presenza di un vizio, che il costruttore venditore dovrà eliminare a proprie spese.

29 gennaio 2017

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Locazione: se la caldaia non è norma l’affittuario può interrompere il pagamento del canone? Quali vizi giustificano il mancato pagamento del canone?

In caso di locazione di immobile, se la caldaia non è a norma quali tutele ha il conduttore (cioè l’affittuario)? Può sospendere o ridurre il canone di locazione?

Diverse volte è intervenuta la giurisprudenza di legittimità per dare una risposta a questo quesito, da ultimo il Tribunale di Milano con la sentenza n.  11292/2016.

Il principio generale è quello per cui è ammissibile interrompere legittimamente  il pagamento dei canoni di locazione solo se l’immobile locato presenti dei vizi che rendano impossibile viverci (come ad esempio se manchi l’acqua calda o il riscaldamento o vi siano infiltrazioni di acqua importanti e non semplici muffe o l’impianto elettrico sia irregolare con rischio di corto circuiti e folgorazione).

Se al contrario i vizi non siano tali da impedire la vita all’interno dell’immobile o se l’inquilino continui di fatto a viverci nonostante i vizi, allora non è legittimo interrompere o ridurre i canoni, con il rischio che, facendolo, il proprietario possa ricorrere al giudice ed ottenere lo sfratto per morosità ed un decreto ingiuntivo per i canoni non versati.

In presenza di vizi, ovviamente, il proprietario  e l’affittuario sono liberi di raggiungere diversi accordi, come la concordata riduzione del canone o la fine anticipata del contratto.

Lo stesso criterio quindi si applica nel caso della caldaia non a norma. Se questa sia comunque funzionante, anche se non a norma, allora il conduttore dovrà continuare a pagare i canoni ed eventualmente rivolgersi al giudice per farsi quantificare i danni ed ottenere un risarcimento.

29 gennaio 2017

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Separazione dei coniugi: quando il giudice prescrive un percorso di sostegno alla genitorialità sono penalizzati i comportamenti ostativi.

Se nel corso del giudizio di separazione il giudice dovesse verificare la presenza di una alta conflittualità fra i coniugi, tale da inficiare le loro capacità genitoriali e di impedire loro di educare e crescere in modo adeguato i figli minori, potrà richiedere ai genitori di seguire un percorso di sostegno alla genitorialità. Tale prescrizione è stata considerata come non obbligatoria dalla giurisprudenza di legittimità (cassazione n. 13506/2016), ma nel concreto è l’unico modo per aiutare i genitori a relazionarsi con i figli senza coinvolgerli nell’evento separazione.

Non solo, ma il genitore che di fatto non segua il percorso di sostegno o addirittura lo boicotti, rischierà fin anche la decadenza dalla responsabilità genitoriale.

E’ quanto emerge dalla sentenza n. 9630/2016 del Tribunale civile di Roma (I sezione). Nel caso di cui alla sentenza, il Tribunale di Roma ha prescritto ai genitori un percorso di sostegno presso il consultorio familiare a causa dei loro rapporti tesi e fortemente conflittuali e della manifesta incapacità di gestione dei figli minori. Mentre la madre ha seguito il percorso, il padre non segue il percorso di sostegno dimostrando di non voler contribuire alla crescita delle figlie gemelle, tanto che i servizi sociali segnalano tale comportamento definito “di sabotaggio” alla Procura della Repubblica. Il Giudice della separazione ha evidenziato che in tal caso il percorso di sostegno alla genitorialità non viola la libertà personale in quanto non sono previste delle sanzioni formali in caso di mancato svolgimento del percorso. Di fatto, però, il genitore che non segua il percorso dimostra di non voler collaborare al recupero del rapporto con i figli ed alla loro crescita sana e serena e pertanto dimostra di non essere adeguato in relazione alla funzione genitoriale. La conseguenza di tale atteggiamento è  stata, nel caso preso in esame dal Tribunale di Roma, l’affidamento delle figlie ai servizi sociali ed il collocamento presso la madre, la quale ha mostrato buona volontà nel recupero della funzione genitoriale.

La sentenza presa in esame dimostra quindi l’importanza di seguire eventuali percorsi si sostegno alla genitorialità richiesti dal giudice della separazione, i quali, pur non essendo obbligatori, sono sicuramente considerati dai magistrati come valide cartine tornasole per capire se i genitori siano in grado di mettere da parte la loro conflittualità per il bene dei figli. A nulla serve pertanto porre in essere comportamenti ostativi nei confronti dell’altro genitore,  delle prescrizioni del giudice e del lavoro dei servizi sociali, portando tali comportamenti unicamente conseguenze ulteriormente restrittive.

29 gennaio 2017

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Il disturbo borderline di personalità: un disturbo che limita gravemente le relazioni interpersonali.

Si sente spesso parlare di disturbo borderline di personalità, ma di cosa si tratta?

E’ un disturbo che comporta una forte instabilità emotiva con gravi ripercussioni nelle relazioni interpersonali e con picchi di impulsività e rabbia. Le persone che presentano tale disturbo cambiano la loro valutazione delle persone che le circondano e con cui hanno delle relaizoni in modo repentino, tendendo a passare molto velocemente dalla idealizzazione di un compagno/a o amico/a, ritenendolo in un primo momento benevolo e positivo, ad una percezione completamente opposta, addirittura arrivando a considerare quella stessa persona cattiva e negativa. Questo accade perché le persone affette dal disturbo hanno in genere aspettative eccessive verso gli altri, tendendo ad idealizzare le situazioni ed i rapporti già dopo brevissime frequentazioni. Bastano, ad esempio, due appuntamenti con un uomo o con una donna perchè le persone con questo disturbo pensino già di essere fidanzate e di avere una relazione stabile, credendo di provare subito amore ed attaccamento. Quasi sempre verranno deluse perchè la controparte non farà quel che si aspettano o non darà loro le attenzioni desiderate. Alla prima idealizzazione subentrerà quindi rapidamente la rabbia, l’odio ed il rifiuto.

Il disturbo borderline di personalità rende le persone che ne soffrono dipendenti in modo eccessivo dagli altri, dai quali si aspettano attenzioni eccessive e non realistiche, temendo continuamente l’abbandono e la solitudine. A volte chi ne soffre, di fronte alla delusione, può arrivare anche minacciare l’altra parte di morte o di suicidarsi.

Si verificano anche eccessi di rabbia ed umore molto instabile.

In questi casi è opportuno prendere atto che vi è un problema, il quale va curato in modo adeguato attraverso una terapia psicologica. Ve ne sono diverse adottate nei casi di disturbo borderline di personalità, come la Terapia basata sulla mentalizzazione o la  Terapia dialettico comportamentale.

Senza addentrarci qui nelle tecniche di queste terapie, basti sapere che, con questo tipo di aiuto psicologico, il disturbo può essere curato, a volte anche giungendo alla sua eliminazione.

Di fronte a comportamenti tipici del disturbo, come quelli sopra descritti, gli psicologi del nostro staff di Roma consigliano sempre di rivolgersi ad un professionista, per valutare in primo luogo la effettiva presenza del disturbo e poi eventualmente per lavorare sullo stesso. Vivere con questo disturbo infatti limita moltissimo i rapporti interpersonali e spesso le persone affette dal disturbo non sono in grado, ovviamente, di instaurare relazioni sentimentali durature, né amicizie, rimanendo sole ed aggravando in tal modo la loro condizione.

25 gennaio 2017

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Se la mamma si oppone al riconoscimento del figlio da parte del padre?

Un bambino nasce da una coppia di fatto (o da una relazione occasionale), ma la madre ostacola il riconoscimento del figlio da parte del padre, opponendosi alla stessa, pur non essendo contestata la paternità. Che accade? Quali sono le conseguenze?

In casi come questo la madre si troverà a dover fare i conti con l’azione che il padre potrà incardinare avanti al competente Tribunale e grazie alla quale egli otterrà il riconoscimento del figlio in ogni caso. E’ quindi evidente che tale atteggiamento ostativo non porti ad alcun risultato,ma sposti solo nel tempo il riconoscimento, creando danni non solo al padre ma anche al bimbo, che viene privato del contatto con il papà.

Come stabilito dalla sentenza del 5 ottobre 2016 del Tribunale di Milano (nona sezione civile), una madre che si è opposta al riconoscimento del figlio da parte del padre effettivo è stata condannata al risarcimento dei danni nei confronti del padre, a carico del quale è stato riconosciuto un vero e proprio danno esistenziale .

Il comportamento ostativo della madre infatti determina un grave danno a carico del padre, il quale viene privato di un rapporto parentale (“Danno da privazione del rapporto parentale”), gli viene cioè impedito di creare ed instaurare una relazione affettiva con il proprio figlio senza un giustificato motivo.

Nel caso specifico esaminato dal Tribunale meneghino la donna aveva ostacolato il riconoscimento semplicemente perchè il padre non firmava un accordo scritto sulla regolamentazione della responsabilità genitoriale e quindi anche sul mantenimento da versare per il figlio. Inoltre la donna pretendeva che il padre, una volta riconosciuto il figlio, avrebbe potuto vederlo solo in presenza di terze persone, il tutto senza un giustificato motivo. Si tratta ovviamente di un comportamento, quello della donna, che non giustifica in alcun modo l’opposizione al riconoscimento da parte del padre effettivo. Per altro  la donna avrebbe comunque avuto validi strumenti giuridici per obbligare il padre al mantenimento dopo la nascita in caso di ipotetico rifiuto.

Come ha osservato il Tribunale il danno esistenziale da configurarsi consiste nella “lesione derivante dalla perdita, privazione o preclusione del rapporto con un congiunto e che si concretizza quindi nella impossibilità di godere di quel sistema di vita basato sulla condivisione, affettività e rasserenante quotidianità del rapporto fra congiunti”. Viene per altro citata anche la sentenza del Tribunale di Roma del 13.6.2000 che già aveva individuato tale tipologia di danno quale conseguenza del comportamento ostativo di un genitore “in violazione del fondamentale dovere morale e giuridico di non ostacolare ma anzi di favorire la partecipazione dell’altro genitore alla crescita ed alla vita affettiva del minore”.

Nel caso preso in esame dal Tribunale di Milano, il figlio, dopo l’autorizzazione al riconoscimento da parte del padre,  è stato affidato in via condivisa ai due genitori e la donna, oltre al risarcimento dei danni verso il marito, è stata anche condannata per lite temeraria.

Insomma, nessuna convenienza ad ostacolare senza un grave e giustificato motivo (il quale deve riguardare unicamente la tutela del futuro benessere psico-fisico del bambino e che dovrà comunque essere rimesso alla valutazione del Tribunale competente) il riconoscimento del figlio da parte del padre.

25 gennaio 2017

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Occhio allo Stress! Può causare anche l’infarto.

E’ oramai stato dimostrato che un forte stress, sia esso mentale che fisico, aumenta i rischi di malattie cardiovascolari e di infarto.

La ricerca, effettuata su soggetti appartenenti a diverse etnie e di diversea età e professione, ha infatti documentato che le persone che sono state colpite da infarto avevano avuto ore prima o il giorno prima attacchi di ira, di rabbia o forti arrabbiature o avevano fatto intensi sforzi fisici.

E’ quindi oramai chiaro che lo stress, sia fisico che psicologico, può incidere sulla salute del nostro sistema cardiocircolatorio. Infatti lo stress aumenta la frequenza cardiaca e la pressione, il che, in persone che già presentano una parziale ostruzione delle coronarie, ha una fortissima incidenza sul funzionamento del cuore.

Ecco quindi che bisogna tenere sotto controllo lo stress, non permettendogli di raggiungere picchi dannosi per la nostra salute.

Ma cosa è lo stress?

Lo stress altro non è che la reazione della nostra psiche e del nostro fisico ad una serie di stimoli esterni percepiti come eccessivi e non più sopportabili. La parola stress è stata usata per la prima volta da Hans Selye nel 1936. Allora sono state individuate tre fasi di sviluppo dello stress: una fase di allarme nella quale il soggetto si sente oppresso da una serie di doveri e fa di tutto per adempierli, una fase di resistenza nella quale il soggetto si adatta alla nuova situazione ed una fase di esaurimento nella quale il soggetto perde le difese, viene sopraffatto dalla stanchezza e lascia spazio a sintomi fisici, fisiologici ed emotivi di vario genere.

Lo stress può essere generato da eventi della vita piacevoli e dolorosi, come una nascita o un divorzio o la morte di una persona cara etc; da fattori fisici come la presenza di malattie o l’abuso di fumo o alcol etc; da fattori ambientali come la presenza di rumori o la mancanza di una casa etc.

I sintomi dello stress sono i più vari, vanno dal mal di testa, mal di schiena, collo e spalle tese, mal di stomaco, tachicardia, extrasistole, sudorazione, mancanza di sonno, problemi sessuali, perdita dell’appetito, stanchezza cronica.

Da un punto di vista emotivo lo stress porta episodi di pianto, ansia, rabbia, senso di solitudine, irritabilità, senso di impotenza, infelicità.

Da un punto di vista cognitivo lo stress porta l’incapacità di concentrarsi,  perdita della memoria, perdita del senso dell’umorismo,  preoccupazione, mancanza di creatività.

Lo stress può portare con sé altre patologie come colite, ipertensione, eczema, alopecia, ulcera, asma, depressione, disturbi sessuali, disturbi alimentari.

Lo stress può essere “curato” ricorrendo alle tecniche di rilassamento o alla psicoterapia cognitivo comportamentale. Le tecniche di rilassamento possono dare risultati buoni  e sono ad esempio la meditazione o il training autogeno o la mindfullness.

Se poi non è possibile gestire lo stress attraverso tali tecniche sarà necessario farsi aiutare nell’ambito di una psicoterapia. Come dimostrala ricerca e come confermano gli psicologi del nostro centro di Roma, è importante capire che lo stress non va sottovalutato per lungo tempo poiché le conseguenze e l’impatto da un punto di vista fisico possono essere gravi.

21 gennaio 2017

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Debiti del condominio: pagano i singoli condòmini se il conto corrente del condominio è vuoto. In che misura??

Se il condominio non paga i fornitori (ad esempio la ditta delle pulizie o quella che ha eseguito lavori di manutenzione del tetto etc), questi, dopo aver inutilmente tentato di pignorare il conto corrente del condominio perchè incapiente, possono rivalersi sui singoli condomini. Ci si chiede in che misura.

Con una recente sentenza la Corte di Cassazione ( n. 199 del 9 gennaio 2017) ha fatto luce sull’argomento. La Corte ha infatti precisato che la soluzione è quella della così detta obbligazione parziaria, da contrapporsi alla obbligazione solidale. Nella obbligazione parziaria infatti, in presenza di più debitori (come nel caso dei condòmini), ciascuno di essi è tenuto a pagare solamente la sua parte di debito e quindi nella ipotesi dei debiti condominiali ciascun condòmino sarà tenuto a pagare il fornitore creditore solo nei limiti della quota a lui spettante in base ai millesimi.

Contra, nel caso di obbligazioni solidali, il creditore può chiedere l’intera somma ad uno solo dei debitori, il quale poi potrà rifarsi sugli altri.

Ricordiamo che la riforma del Condominio del 2012 ha stabilito che il creditore (quindi ad esempio un fornitore) può inizialmente pignorare il conto corrente intestato al condominio. In alternativa oppure qualora il conto risulti in rosso il creditore può agire direttamente nei confronti dei singoli condòmini, eventualmente arrivando a pignorare i loro beni. Vi è però una regola per cui il creditore dovrà necessariamente prima rivolgersi ai condòmini che risultino morosi nel pagamento delle quote condominiali e poi, se non completamente soddisfatto, rivolgersi agli altri condòmini.

Chiaramente i creditori del condominio hanno diritto a richiedere all’Amministratore l’elenco dei condòmini morosi.

Vi è sempre stato un dubbio sui limiti del pignoramento che il creditore può azionare contro i singoli condòmini. La Cassazione, con la sentenza sopra citata, ha offerto un ulteriore certezza nel confermare che, anche dopo la riforma del condominio, i creditori del condominio possono agire direttamente contro i singoli condòmini (dopo aver tentato di recuperare le somme sul conto corrente del condominio e nei confronti dei condòmini morosi) ma solamente nei limiti delle quote calcolate in base ai valori millesimali di proprietà di ciascuno.

20 gennaio 2017

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Fondo di solidarietà a tutela del coniuge in stato di bisogno: finalmente diventa effettivo. Criteri, modalità e presupposti.

Abbiamo già spiegato in altro articolo cosa sia e come funzioni il Fondo di solidarietà a tutela del  coniuge in stato di bisogno, istituito con la legge di stabilità n. 208/2015.

Avevamo anche detto, però, che tale Fondo non era ancora attivo poiché mancava il decreto attuativo.

Finalmente il Fondo diviene effettivo grazie al decreto attuativo del Ministero della Giustizia pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 14 gennaio 2017.

Il decreto individua i Tribunali dei capoluoghi dei distretti sede di Corte d’Appello presso i quali viene avviata la fase sperimentale del Fondo, nonché le modalità per la presentazione della domanda e per la corresponsione delle somme.

Detto Fondo dispone per il 2016 di 250 mila euro e per il 2017 di 500 mila euro.

Come avevamo già precisato i beneficiari sono tutti i coniugi separati i quali, non ricevendo l’assegno di mantenimento da parte dell’altro coniuge stabilito dal tribunale in sede di separazione, si vengano a trovare in stato di bisogno e non siano in grado di provvedere al mantenimento dei figli minori (o maggiorenni portatori di Handicap gravi) conviventi e di loro stessi.

Pertanto il coniuge che si trovi in tali condizioni potrà depositare una apposita istanza presso il Tribunale del luogo di residenza chiedendo l’anticipazione di una somma non superiore all’assegno di mantenimento. L’istanza è quella che verrà predisposta dopo il trentesimo giorno dalla pubblicazione del decreto attuativo e sarà reperibile sul sito del Ministero della Giustizia nella sezione “Fondo di solidarietà a tutela del coniuge in stato di bisogno”.

Ovviamente nell’istanza il richiedente dovrà indicare se l’altro coniuge inadempiente svolga un lavoro dipendente e nel caso affermativo dimostrare che si è tentato inutilmente un pignoramento presso terzi. Inoltre il richiedente dovrà avere un valore dell’indicatore ISEE inferiore o uguale a 3 mila euro e la dichiarazione di essere disoccupato e di non aver rifiutato offerte di lavoro negli ultimi due anni.

A seguito della istanza il presidente del Tribunale valuterà l’ammissibilità della domanda entro 30 giorni dalla presentazione. In caso positivo la domanda viene trasmessa al Ministero della Giustizia che dovrà provvedere al pagamento. Il Ministero successivamente si rivarrà sul coniuge inadempiente.

 

20 gennaio 2016

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Affidamento esclusivo dei figli ad un genitore se l’altro se ne disinteressa.

In caso di separazione o divorzio i figli minorenni vengono in genere affidati in via condivisa ad entrambi i genitori, seppure collocati stabilmente presso uno di loro nella casa familiare, per questo assegnata al genitore collocatario.

Il principio generale dell’affidamento condiviso dei figli minorenni venne introdotto dalla legge n. 54 del 2006, poi rafforzata dalla successiva legge 219 del 2012, la quale ha posto l’accento sul concetto della bigenitorialità.

Ricordiamo infatti che, prima del 2006, la regola era l’affidamento esclusivo dei figli minorenni alla madre.

L’affidamento condiviso comporta che entrambi i genitori dovranno esercitare la responsabilità genitoriale (ex potestà genitoriale), con pari diritti e pari doveri, proprio in ossequio del principio della bigenitorialità, per cui tutti e due i genitori devono, anche dopo la separazione, continuare a crescere, educare ed istruire i loro figli, nel rispetto delle loro attitudini. In forza dell’affidamento condiviso tutte le decisioni relative ai figli dovranno essere prese da entrambi i genitori di comune accordo, salvo ovviamente quelle di normale ed ordinaria amministrazione (come vestire il figlio giorno per giorno, cosa dargli da mangiare etc).

L’affidamento esclusivo, al contrario, lascia al genitore affidatario il diritto ed il dovere di prendere tutte le decisioni relative al figlio, limitandosi l’altro genitore non affidatario ad avere un ruolo di vigilanza e potendo intervenire solo nelle decisioni di maggiore importanza.

Chiaramente vi sono circostanze che impediscono di poter applicare la regola generale dell’affidamento condiviso, dovendo applicare i tali casi il vecchio affidamento esclusivo ad uno dei genitori. Questo affidamento (oggi disciplinato dall’art. 337 quater) è quindi una extrema ratio, alla quale il giudice deve ricorrere se dovesse verificare che l’affidamento condiviso sia dannoso per il figlio in quanto uno dei genitori non ha sufficiente capacità genitoriale , non sappia esercitarla o non possa a causa di malattie particolarmente invalidanti o per l’abuso di sostanze oppure non voglia prendersene cura.

La Cassazione ha per altro precisato – confermando quindi l’orientamento di molti giudici di merito – che l’affidamento esclusivo deve essere disposto anche nel caso in cui il genitore non collocatario ometta di vedere e frequentare i figli minorenni secondo i modi e termini stabiliti nella separazione o addirittura se ne disinteressi totalmente o ancora ometta di versare il contributo al loro mantenimento.

E’ appunto il caso preso in esame dalla Suprema Corte con la sentenza n. 977 del 17 gennaio 2017. La questione riguarda una madre che, dopo la separazione, si è recata a vivere all’estero. Il figlio minorenne era stato infatti affidato in via condivisa ai genitori ma collocato presso il padre. Purtroppo la madre in questione non ha partecipato nel lungo termine alla vita del figlio minorenne, non  è tornata in Italia per vederlo secondo le indicazioni del Tribunale, ma si è limitata ad avere con il figlio solamente contatti giornalieri via skype.

Ebbene gli ermellini hanno considerato tale comportamento della madre quale motivo valido per revocare l’affidamento condiviso e disporre l’affidamento esclusivo del figlio al padre. La Corte ha infatti ricordato che si deve ricorrere all’affidamento esclusivo nel caso di “esercizio in modo discontinuo del diritto di visita, come anche nella ipotesi di totale inadempimento all’obbligo di corrispondere l’assegno di mantenimento in favore dei figli minori”.

Tale è oramai da qualche tempo anche il prevalente orientamento dei giudici del tribunale di Roma.

18 gennaio 2017

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Separazione: la moglie casalinga ha diritto all’assegno di mantenimento?

Molto si discute sui criteri in base ai quali, in caso di separazione, venga valutato il diritto o meno della moglie ad ottenere un assegno per il proprio mantenimento.

Partiamo dal presupposto enunciato dall’art. 156 c.c. Per il quale il coniuge ha diritto all’assegno di mantenimento quando “non abbia adeguati redditi propri”.

Come è evidente si tratta di una norma che, seppure coadiuvata dall’art. 5 della Legge sul divorzio la quale aggiunge la circostanza che non si sia in grado di procurarsi redditi propri per motivi oggettivi, è molto lacunosa e lascia ampio spazio alla valutazione soggettiva dei giudici.

Con la sentenza n. 789 del 13 gennaio 2017 la Suprema Corte di Cassazione è tornata ad occuparsi della questione, dando ulteriori punti di riferimento.

Nel caso specifico la richiedente era una donna separata la quale non lavorava, avendo solamente inviato qualche curriculum presso delle strutture alberghiere, ma senza competenze specifiche.

Se da una parte il marito della signora chiedeva la modifica delle condizioni di separazione e la revoca dell’assegno di manteniemnto concordato con la moglie in via consensuale con la separazione, dall’altra la donna ne chiedeva l’aumento sulla base del fatto che non aveva un lavoro. Il marito fondava le sue richieste sulla circostanza di avere formato un’altra famiglia e di dover provvedere al mantenimento di un altro figlio, nonché sul fattoche la moglie, abile al lavoro, non si fosse data da fare per reperirne uno.

Ebbene la Cassazione ha specificato in primo luogo che, trattandosi di una modifica delle condizioni di separazione, occorre valutare la presenza di condizioni nuove rispetto a quelle presenti al momento della separazione consensuale. In secondo luogo ha evidenziato che “occorreva la dimostrazione che il coniuge beneficiato dall’assegno avesse acquisito professionalità diverse ed ulteriori rispetto a quelle possedute in precedenza ovvero che lo stesso avesse ricevuto nel periodo successivo al perfezionamento della convenzione di separazione, effetive offerte di lavoro o che ancora avesse comunque potuto concretamente occuparsi una specifica occupazione.”

La Cassazione pertanto pone l’accento sul fatto che la circostanza che la moglie non lavori vada valutata “in considerazione di ogni concreto fattore individuale ed ambientale e non già di mere valutazioni astratte ed ipotetiche.”

Pertanto nel valutare il diritto o meno della moglie casalinga – la quale ovviamente abbia una età tale da consentirle in via astratta lo svolgimento di un lavoro e ne abbia le capacità psico fisiche (non abbia quindi problemi particolari di salute) – di ricevere un assegno di mantenimento da parte del marito a seguito della separazione, vanno tenute presenti tutte le circostanze concrete di quello specifico momento. Quindi, ad esempio, andrà concretamente valutato se la signora in questione abbia maturato competenze lavorative specifiche, se abbia fatto corsi o possa offire risorse lavorative particolari, se viva in una zona che possa offrire un certo mercato del lavoro, se insomma, pur avendo una astratta attitudine al lavoro, le condizioni concrete ed ambientali le possano dare effettive possibilità lavorative.

Tale principio viene per altro seguito anche dal Tribunale di Roma, che si sta allineando in tal senso con l’orientamento della Cassazione.

17 Gennaio 2017

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