Mio figlio adolescente è aggressivo, arrabbiato, violento. Che devo fare?

Molti genitori ci chiedono come devono relazionarsi con i figli adolescenti che di frequente hanno esplosioni di ira, gesti di stizza e violenza sulle cose (come sbattere le porte o lanciare oggetti al muro o rompere oggetti), usano linguaggi scurrili offendendo il genitore con parole pesanti, si ribellano e si oppongono alle richieste del genitore sfidandolo con arroganza e con prepotenza.

Tali comportamenti nella età adolescenziale sono frequenti ed in genere riguardano ragazzi che fin da piccoli non sono stati abituati a gestire la rabbia e le frustrazioni mediante il dialogo ed il confronto, nè a comunicare tali stati d’animo per sgonfiarli e per farli sfumare. Altre volte tali comportamenti trovano la loro origine in qualche evento della infanzia più grave, qualche trauma o qualche vissuto che determina oggi reazioni forti ed oppositive.

Spesso l’adolescente ha reazioni forti ed incontrollate perchè sta assistendo ad un grande cambiamento nella sua vita, sia di tipo fisico che psicologico. Vede il suo corpo cambiare e gli riesce difficile accettarsi e piacersi, sente che vuol essere autonomo perchè si percepisce come grande ma viene trattato ancora come un ragazzino, vuole l’indipendenza ma allo stesso tempo sente di aver ancora bisogno dei genitori. Tutto questo gli crea frustrazione, rabbia, ira. In alcuni casi l’adolescente inizia proprio a quest aetà a manifestare quelli che poi sono i sintomi di altro, come di una personalità narcisisitica o antisociale.

Ma cosa fare davanti ad un figlio adolescente che aggredisce il genitore con violenza, rabbia, ira?

In primo luogo il genitore dovrebbe cercare di leggere fra le righe, cioè di comprendere se e cosa il figlio sta cercando di dire, quale  il disagio che sta dietro la rabbia e l’ira mainfestata. Questo non sempre è facile. Richiede un lavoro lungo e paziente, fatto di dialogo con il proprio figlio.

E’ molto importante che il genitore non reagisca davanti alle provocazioni del figlio rabbioso, non risponda “per le rime”, non si faccia coinvolgere dalla rabbia. Rispondere comporterebbe solamente una reazione a catena per cui il figlio aumenterebbe l’aggressività ed alzerebbe ulteriormente i toni e l’ira.  E’ preferibile rimandare ad un successivo momento di tranquillità le spiegazioni ed il dialogo.

Sarà opportuno che il genitore applichi una punizione per il comportamento violento, ma la punizione dovrà essere commisurata al comportamento negativo posto in essere dal figlio e dovrà essere rispettata. Non si può applicare una punizione e poi non mantenerla, lasciando che il figlio ottenga  “l’amnistia” dopo solo poche ore, ne va della credibilità del genitore. Darla vinta al figlio dopo un giorno non farà altro che rafforzare in lui l’idea che la prossima volta potrà andare oltre, visto che la punizione sarà facilmente raggirabile. La punizione dovrà consistere chiaramente in qualche cosa che dovrà colpire il ragazzo, come ad esempio privarlo del computer per un certo periodo o del cellulare. Al contrario sarebbe meglio non togliergli attività che gli fanno bene e fanno emergere i suoi lati positivi, come ad esempio uno sport.

Ogni punizione dovrà essere concordata con l”altro genitore, poichè non potrà esservi differenza fra le reazioni e punizioni dei due genitori. Entrambi dovranno lavorare nella stessa direzione.

Se i comportamenti del ragazzo dovessero poi superare determinati limiti e se dovesse esservi il timore che egli possa arrivare anche a farsi del male o avere reazioni incontrollabili e dannose, sarà opportuno valutare di parlarne con uno psicologo, per comprendere meglio la situazione ed avere gli strumenti giusti per controllare la situazione.

Come dicono i nostri psicologi di Roma, non fatevi prendere dal panico! Mantenete la calma e pensate che si tratta di un periodo, che poi passa. La crescita è un momento difficile, ancor di più in questo momento storico, nel quale i ragazzi sono subissati da mille stimoli, non sempre positivi.

21/2/2017

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Dal nostro Partner www.mrbanca.com : la tassazione delle plusvalenze dalla cessione di titoli partecipativi per le persone fisiche.

A partire dalla legge di stabilità del 2014, sono state introdotte numerose novità per quanto riguarda la tassazione delle rendite di capitali. Il decreto legge nr. 66 del 2014 emesso dal governo Renzi ha riformato in maniera radicale e rialzato le aliquote relative alle rendite finanziarie.

Tassazione Plusvalenze e Minusvalenze

Iniziando dal caso di cessione di partecipazioni (azioni di S.p.a. o quote di S.r.l.), si possono creare delle plusvalenze (o delle minusvalenze). La plusvalenza si verifica nel momento in cui il valore di realizzo ovvero il valore di vendita del titolo partecipativo sia superiore al valore di acquisto.

Ai fini dell’Imposta sul reddito delle persone fisiche (Irpef) è tassabile soltanto la plusvalenza, mentre la minusvalenza non concorre alla formazione del reddito. La tassazione della plusvalenza è differenziata a seconda del tipo di partecipazione ceduta.

Plusvalenza derivante da una cessione di partecipazioni non qualificate

Come ricordato pocanzi a partire dal primo luglio 2014 la tassazione della plusvalenza è tassata con imposta sostitutiva del 26% (articolo 3, commi da 1 a 14 e articolo 4, comma 1, del D.L. n. 66/2014, convertito in Legge n. 89/2014). La tassazione può avvenire in due modi: attraverso la dichiarazione del reddito all’interno del modello Unico persone fisiche nel quadro RT (nel caso il soggetto abbia operato in maniera autonoma o attraverso brokers ed intermediari non residenti nel territorio dello stato o non registrati in Italia a fini fiscali), o attraverso un sostituto d’imposta nel territorio italiano, in questo caso il sostituto può essere l’intermediario, la banca o la società di intermediazione mobiliare (SIM) o la società gestrice del risparmio (SGR), che tratterrà il 26% e lo verserà all’erario.

Plusvalenza da cessione di una partecipazione qualificata

In questo caso la plusvalenza verrà tassata normalmente e concorrerà a formare l’imponibile Irpef e quindi la tassazione avverrà secondo gli scaglioni di riferimento. L’unica cosa importante da calcolare è che la plusvalenza non concorrerà pienamente a formare reddito imponibile, ma concorrerà solamente per il 49,72%. La plusvalenza dovrà essere indicata all’interno del modello UNICO al quadro RT sezione III.

Definizione di partecipazione qualificata

Come abbiamo visto a seconda del fatto che la partecipazione sia qualificata o no vi è una differente tassazione. Per cui la partecipazione si definisce qualificata quando il titolare delle quote o azioni in una società di capitale non quotata nei mercati finanziari, possiede almeno il 20% dei diritti di voto esercitabili in assemblea ordinaria ovvero al 25% del capitale o patrimonio sociale. Per quanto riguarda le società quotate in mercati regolamento, la soglia per definire qualificata la partecipazione scende al 2% o una percentuale superiore dei diritti di voto esercitabili in assemblea ordinaria o al possesso del 5% o più, del capitale o patrimonio sociale.

Il pagamento dell’imposta sulle plusvalenze

Nel caso in cui, le plusvalenze derivanti da partecipazioni non qualificate, ottenute nell’anno solare 2016, ,non siano state assoggettate ad imposta sostitutiva al 26%, trattenute e versate da un sostituto d’imposta (Banca, SIM, SGR o altro intermediario), in questo caso tale imposta va versata all’erario dal contribuente direttamente attraverso il mod.F24 indicando i propri dati personali come cognome, nome, data e luogo di nascita e codice fiscale, oltre alla somma da versare ed il codice identificativo del tributo, in questo caso il “1100” e l’anno di riferimento ovviamente il 2016. Le imposte vanno versate entro il 16 giugno 2017 (o entro il 16 luglio 2017 con la maggiorazione dello 0,40%), salvo proroghe del governo.

Scaglioni ed aliquote IRPEF

Reddito imponibile Aliquota Imposta dovuta sui redditi intermedi
fino a 15.000€ 23% 23% del reddito
da 15.001 fino a 28.000€ 27% (3.450€+ 27% sulla parte oltre i 15.000,00€
da 28.001 fino a 55.000€ 38% (6.960€ + 38% sulla parte oltre i 28.000,00€
da 55.001 fino a 75.000€ 41% (17.220,00 + 41% sulla parte oltre i 55.000,00€
oltre 75.000€ 43% (25.420,00 + 43% sulla parte oltre i 75.000,00€

20/02/2017

Articolo tratto da: Mister Banca Un sito utile per saperne di più su: conti correnti, prestiti, mutui, assicurazioni ed investimenti on line.

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Legge sulle Unioni Civili: sì agli alimenti per l’ex convivente in stato di bisogno, ma solo se la convivenza è cessata dopo il 5 giugno 2016.

La legge sulle Unioni Civili (Legge Cirinnà), Legge n. 76/2016, ha previsto un regime di tutela anche per chi si separa dopo una convivenza di fatto, estendendo anche all’ex convivente che si trovi in stato di bisogno la possibilità di richiedere un assegno alimentare.

Il Tribunale di Milano, con una ordinanza della nona sezione, del 23 gennaio 2017, ha preso in esame il caso, del tutto nuovo, della richiesta alimentare da parte dell’ex convivente more uxorio ex art. 1 comma 65 della legge 76/2016 . Il Tribunale ha però precisato che la richiesta è legittima solamente per le convivenze cessate dopo il 5 giugno 2016, data di entrata in vigore della legge.

Nel caso preso in esame dal Tribunale, inoltre, viene precisato che la domanda alimentare non può essere cumulata con quella relativa all’affidamento e mantenimento dei figli nati dalla convivenza. Le due domande, infatti, non possono essere trattate nello stesso giudizio, avendo caratteristiche diverse.

La domanda relativa ai figli, pertanto, deve essere autonoma rispetto a quella degli alimenti secondo la legge sulle Unioni Civili e deve essere presentata con ricorso, mentre la domanda alimentare si incardina con atto di citazione e non richiede l’intervento del Pubblico Ministero, che invece deve intervenire nel primo caso.

I Tribunali, come anche quello di Roma, iniziano quindi a doversi occupare delle nuove fattispecie che la legge sulle Unioni Civili ha creato, aprendo nuovi scenari per le coppie di fatto o coppie unite civilmente.

20/02/2017

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Se i suoceri danno in comodato gratuito al figlio ed alla sua famiglia la casa di loro proprietà: in caso di separazione possono richiedere la restituzione della casa assegnata alla moglie (o compagna)?

Frequente è il caso dei genitori  che concedono un immobile di loro proprietà in comodato d’uso gratuito al figlio affinchè vi si stabilisca con la moglie (o compagna) ed il figlio minore per far fronte ai primi bisogni della nascente famiglia.

Che accade nell’ipotesi in cui la coppia successivamente si separi e la casa venga assegnata dal Tribunale alla moglie (o compagna) per rimanervi con il figlio minore? Possono i legittimi proprietari dell’immobile (quindi i suoceri) richiedere la restituzione della casa?

Si tratta di un argomento molto controverso, che è stato oggetto di varie interpretazioni nel tempo.

Recentemente la Cassazione è intervenuta con la sentenza n. 3553 del 10/2/2017 per confermare quella che oramai è divenuta l’interpretazione più accreditata.

Secondo tale orientamento se la casa è stata concessa per un uso determinato o a tempo determinato, i proprietari possono richiederne la restituzione solamente in presenza di urgenti e sopraggiunti bisogni. E’ ciò che stabilisce l’art. 1809 del codice civile.

Solamente nel caso in cui il comodato sia stato concesso senza termine o nel caso in cui sia impossibile desumere un termine sulla base dell’uso per cui doveva essere destinata la cosa il proprietario può richiederne la restituzione in qualsiasi momento e senza motivi particolari. Ciò secondo l’art. 1810 c.c..

Come ha più volte ritenuto il Tribunale di Roma e come ha ribadito la Suprema Corte con tale sentenza, nelle ipotesi di casa concessa in comodato d’uso gratuito dai genitori ad un figlio per i bisogni della sua nascente famiglia, anche se non vi sia una indicazione espressa del termine, esso è desumibile dal motivo per cui la casa viene concessa in comodato e cioè per far fronte ai bisogni della famiglia. Tali bisogni pertanto perdurano anche in caso di separazione dei coniugi (o della coppia).

In tal caso quindi la restituzione è ammissibile solamente in presenza di urgenti e sopraggiunti bisogni dei proprietari ai sensi dell’art. 1809 c.c..

20/02/2017

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Locazione: nessun rimborso al conduttore che esegue dei lavori senza il consenso del proprietario, anche nel caso di contratto risolto.

Chi conduce in locazione un immobile (nel gergo comune l’affittuario) può effettuare lavori all’interno della casa solamente previo consenso del proprietario.

Qualora egli realizzi all’interno dell’immobile dei lavori senza il necessario consenso del proprietario, si assumerà il rischio degli esborsi effettuati per la esecuzione dei lavori e per le migliorie apportate alla casa.

Secondo un nuovo orientamento giurisprudenziale, tale principio è applicato anche nel caso in cui il contratto di locazione venga risolto per la presenza di motivi che rendano inabitabile l’immobile e quindi per inadempimento del proprietario (il quale appunto ha locato un bene non idoneo ad essere abitato).

E’ il caso preso in esame dalla Corte di Cassazione con la sentenza n. 3548 del 10 febbraio 2017. Nella fattispecie, infatti, il conduttore, subito dopo aver concluso il contratto di locazione, aveva eseguito all’interno dell’appartamento dei lavori fognari, ma senza il consenso della proprietaria. Successivamente il conduttore aveva dovuto lasciare l’immobile in quanto non abitabile a causa della presenza di tarli nei soffitti di legno. Il contratto era quindi dichiarato risolto appunto per l’impossibilità di godimento del bene a causa dei tarli. Nonostante ciò il conduttore non ha potuto vedere rimborsate le spese affrontate per i lavori di fognatura, che hanno portato una miglioria all’immobile, in quanto eseguiti senza il consenso della proprietaria.

Ecco quindi che in caso di locazione è bene chiedere sempre ed ottenere per iscritto dal proprietario il consenso alla esecuzione di lavori che determinino delle migliorie all’immobile. Altrimenti il rischio è quello di non ottenere alcun rimborso.

20/02/2017

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Separazione: dove vengono collocati i figli? E se la madre va all’estero?

In caso di separazione i figli minorenni vengono, come abbiamo più volte spiegato, affidati in via condivisa ad entrambi i genitori, ma vengono collocati presso uno di loro, con diritto per l’altro di vederli e frequentarli secondo modalità prestabilite e tali da assicurare una certa continuità nell’esercizio della genitorialità, nel rispetto del più vasto principio della bigenitorailità.

Come sempre abbiamo precisato, questa è la regola che in genere viene applicata dai giudici dei nostri tribunali. L’eccezione è costituita dai casi nei quali sia necessario affidare i figli minori in via esclusiva ad uno dei genitori, in quanto l’altro non ha sufficienti capacità genitoriali a causa di una malattia grave, di una dipendenza o dal disinteresse verso i figli.

Quel che ci interessa oggi è la collocazione dei figli minori in caso di separazione. Partiamo dal presupposto che in linea generale i minori vengono collocati presso la mamma in quanto questa, nella maggior parte dei casi, è la più idonea a prendersi cura dei figli nel quotidiano e perchè spesso il padre è quello maggiormente impegnato con il lavoro. Anche in tal caso, però, vanno valutate le singole situazioni, collocando i figli minorenni con il genitore che maggiormente possa garantire loro una crescita serena, sana ed una certa continuità nelle loro abitudini di vita.

Generalmente a tale scopo si cerca di conservare ai minori il loro habitat, la casa ove sono nati e cresciuti e con essa l’ambiente che conoscono, ove hanno la scuola, i punti di riferimento quotidiani, come gli amici, i luoghi di socializzazione etc. Questo è il principio seguito dal Tribunale di Roma e dagli altri Tribunali Italiani.

Possono però esservi delle eccezioni a questo principio generale, determinate dal fatto che in ogni caso, pur conservando l’habitat ai minori, questi non manterrebbero comunque le pregresse modalità di vita o non avrebbero sufficienti punti di riferimento .

E’ questo il caso preso in esame dalla Corte di Cassazione con la sentenza 3194 del 7 febbraio 2017. A seguito della separazione legale, infatti, la madre si era trasferita con i minori in Inghilterra, sua terra di origine, ottenendo dal Tribunale la collocazione dei figli presso di lei all’estero. Il marito aveva proposto prima appello e poi ricorso in Cassazione, vedendosi in entrambi i casi soccombente.

La Corte ha confermato la collocazione dei figli presso la mamma sul presupposto che il padre non era in grado di garantire ai figli quella continuità nelle abitudini di vita, da lui stesso reclamata per richiedere con sé i figli.

Era emerso infatti che l’uomo si era più e più volte trasferito per lavoro, senza appunto poter garantire ai figli abitudini stabili di vita, né aveva con loro, prima della separazione e del loro trasferimento, rapporti stabili e continuativi. I figli, pertanto, avrebbero avuto maggiore continuità e serenità rimanendo con la mamma in inghilterra, piuttosto che rimanendo in Italia con un padre assente e per di più in perenne movimento.

La Corte fa riferimento alla Convenzione dell’Aja del 25/10/198, “diretta a proteggere il minore contro gli effetti nocivi derivanti da un suo trasferimento o mancato rientro nel luogo in cui si svolge la sua abituale vita quotidiana, ripristinando lo status quo ante…. A tal fine si deve verificare, per ilc aso di titolarietà congiunta dei diritti di custodia del minore se il genitore che ne lamenta la violazione li abbia in concreto esercitati e cioè se l’iniziativa del trasferimento all’estero non solo abbia arbitrariamente variato il luogo di residenza del minore prima concordato con l’altro genitore, ma abbia anche pregioudicato il rapporto di effettiva cura del minore da aprte del genitore coaffidatario, impedendogli di continuare a soddisfare le molteplici esigenze fondamentali del figlio e, a quest’ultimo, di mantenere consuetudini e comunanza di vita, ancorchè in misura inferiore all’altro genitore”. Contina la Corte evidenziando che nel caso in esame il padre, prima del trasferimento dei figli all’estero, non aveva con loro “un rapporto continuativo e stabile fondato sul radicamento effettivo nell’ambiente in cui erano nati e cresciuti, avendo lo stesso più volte mutato la propria sistemazioen abitativa.”

8/2/2017

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Quando il bambino ha difficoltà a comunicare: il Disturbo della Comunicazione Sociale Pragmatica.

Parlando di bambini e di sviluppo esistono diversi disturbi che rallentano la loro crescita psico fisica, spesso limitandoli nella socializzazione oltre che nel rendimento scolastico.

Ultimamente è stato ufficialmente riconosciuto il Disturbo della Comunicazione Sociale Pragmatica (DCSP), in inglese Social Pragmatic Communicatione Disorder (SPCD).

Si tratta di un disturbo della comunicazione, da ricondursi nel più vasto gruppo dei disturbi del Neurosviluppo.

Il Disturbo Socio Pragmatico Comunicativo consiste nella difficoltà primaria nell’uso sociale della comunicazione e del linguaggio. Questo vuol dire che il bambino non riesce a comprendere e seguire le normali regole sociali della comunicazione verbale e non verbale, non riesce a gestire il linguaggio in base a chi lo ascolta ed al contesto, non riesce a seguire le regole sociali della conversazione, della comprensione, della narrazione.

In genere si evidenzia un ritardo dello sviluppo linguistico (Disturbo del linguaggio). Inoltre i soggetti che presentano questo disturbo sono spesso affetti da altri disturbi, come i DSM (Disturbi Specifici dell’Apprendimento) o ADHD (Deficit di attenzione ed iperattività) e problemi comportamentali.

Non è facile diagnosticare questo disturbo, il quale si sviluppa in un contesto che richiede un rapporto almeno a due. Inoltre vi sono fortissime incidenze ed influenze di tipo culturale. Le regole che disciplinano le conversazioni (come ad esempio quelle relative alla turnazione nel parlare, alla interruzione, all’uso del contatto visivo, alla scelta degli argomenti, all’uso dell’umorismo ed alla capacità di relazionarsi con partner comunicativi) sono diverse da cultura a cultura e questo rende ancora più complessa la valutazione del disturbo, che dovrà tener conto anche del contesto culturale di provenienza del soggetto.

Tale disturbo è raramente identificato nei bambini che hanno meno di 4 anni. Dai 4 anni, se non 5, infatti è possibile valutare le capacità comunicative del bambino, poiché è a partire da questa età che il bambino acquisisce tutte le capacità linguistiche necessarie.

A volte le forme più lievi di questo disturbo non vengono identificate prima della adolescenza.

In ogni caso, quando si ha l’impressione che il bambino o il ragazzo abbia difficoltà a gestire la comunicazione con gli altri, a socializzare e parlare con gli altri, a saper organizzare una comunicazione normale fatta di botta e risposta, a saper riconoscere quando parlare e quando ascoltare rispettando le regole delle ineterruzioni, allora sarebbe opportuno richiedere il parere di un professionista. Potrebbe non trattarsi di un Disturbo della Comunicazione Sociale, ma solo della necessità di aiutare il ragazzo a riorganizzare le sue capacità comunicative. In altri casi, invece, potrebbe esservi il Disturbo, che quindi andrà curato, anche perchè fortemente invalidante, specie con la crescita, da un punto di vista sociale. Specialmente se il bambino già presenta altri Disturbi come quelli sopra elencati (DSA o ADHD ) o addirittura abbia già un ritardo globale dello sviluppo o un Disturbo d’ansia sociale, sarà opportuno dare una maggiore attenzione alle difficoltà comunicative dimostrate.

8/2/2017

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Auto finita in una buca: quando il Comune risarcisce i danni?

Quando il Comune deve risarcire i danni perché la nostra autovettura è finita in un buca presente nel manto stradale?

Deve sostanzialmente esservi il nesso di causalità e cioè la macchina deve esser finita nella buca in quanto questa  non risultava né segnalata, né transennata e per di più difficilmente visibile, magari a causa del buio o altri agenti atmosferici.

Il Comune è infatti tenuto a vigilare e mantenere in buono stato le strade pubbliche, al fine di garantire la fruizione delle stessa da parte dei cittadini, senza pericoli. Qualora si subiscano dei danni alla persona o alla autovettura a causa della cattiva manutenzione della strada pubblica il Comune sarà tenuto a risarcire il cittadino dei danni sempre che venga provato il nesso di causalità e cioè, come sopra detto, il fatto che era inevitabile “finire nella buca” in quanto non segnalata opportunamente e resa non visibile per l’oscurità.

Sarà quindi necessario che il giudice verifichi lo stato dei luoghi, i danni effettivamente subiti dalla vettura. Sarà inoltre un elemento fondamentale la testimonianza di un terzo (ad esempio un passante) il quale sia in grado di confermare la assoluta impossibilità di vedere la buca a causa della mancanza di luce.

E’ quanto è stato deciso dal Tribunale di Napoli con la sentenza n. 274/2016, in conformità con la giurisprudenza del Tribunale di Roma.

4/2/2017

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Coniugi in comunione dei beni: cosa accade se uno preleva tutti i denari del conto cointestato?

Se i coniugi hanno scelto il regime della comunione legale dei beni, essi dovranno rispettare le norme del codice civiele a tutela della comunione.

Se pertanto i coniugi sono contitolari di un conto corrente, nel quale vi siano contanti e titoli, essi saranno proprietari del contenuto del conto corrente nella misura del 50% ciascuno e ciò indipendentemente da “chi ha versato cosa”.

Nel caso in cui uno dei coniugi decida un giorno di “svuotare” il conto corrente, appropriandosi quindi di tutti i denari e titoli in esso contenuti, egli sarà tenuto a ricostituire la comunione o comunque a versare all’altro coniuge la metà di quanto ha prelevato.

La norma applicabile è l’art. 184 ultimo comma del codice civile. Ce lo conferma una recente sentenza di merito del Tribunale Ordinario di Roma (sentenza n. 21004 del 10/11/2016) prima sezione civile. La sentenza prende in esame la citazione con la quale un marito conveniva in giudizio la moglie, affermando che la stessa aveva prelevato tutti i soldi e proventi dei titoli presenti nel conto corrente cointestato e richiedendo la ricostituzione della comunione legale o comunque la restituzione delle somme.

Il Tribunale di Roma, dopo aver richiesto alla Banca la ricostruzione delle movimentazioni bancarie, ha appunto condannato la donna alla ricostituzione della comunione (quindi versando nel conto quanto prelevato) oppure il rimborso in favore del marito del 50% di quanto prelevato, oltre gli interessi legali.

Lo stesso principio va applicato anche nel caso di coniugi che si separano e devono dividere i beni in comunione, fra i quali anche i denari o titoli o azioni presenti nei conti correnti. E’ bene pertanto ricordare che se uno dei coniugi, all’insaputa e contro la volontà dell’altro, si appropria di tutti i denari del conto, sarà poi condannato alla restituzione della metà all’altro.

3/2/2017

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