Mantenimento del figlio maggiorenne: fino a quando? E se vuole andare all’Università? Alcuni chiarimenti.

Fino a quando devo mantenere mio figlio maggiorenne? E se vuole andare all’Università?

Una domanda questa che ci viene posta di frequente e che necessita di diversi chiarimenti.

Partiamo dal presupposto che i figli hanno il diritto di essere mantenuti, educati, istruiti ed assistiti moralmente dai genitori come dispone l’art. 315 bis del codice civile ed i genitori a loro volta, come dipongono gli articoli successivi del codice, hanno l’obbligo di mantenere i figli, ciascuno in proprorzione alle proprie sostanze.

Già diverse volte abbiamo chiarito il fatto che i figli vanno mantenuti economicamente non solamente fino alla maggiore età, ma anche dopo. Ora la domanda che sorge spontanea e frequente è: fino a quando i figli maggiorenni vanno mantenuti?

Come già in altri nostri articoli abbiamo precisato, l’obbligo di mantenimento permane ben oltre i diciotto anni se il figlio non sia economicamente autonomo in quanto decide di portare avanti gli studi per crearsi una professione oppure perchè, nonostante le ripetute e fattive ricerche di lavoro, non riesca a trovare una occupazione che sia conforme alla sua preparazione ed alle sue necessità.

Sia ben chiaro che il figlio dovrà studiare con profitto, poiché il genitore non sarà certamente tenuto a mantenere il figlio il quale sia “posteggiato” all’università senza dare esami oppure che non studiando non si attivi in modo concreto per cercare un lavoro o addirittura rifiuti offerte di lavoro per stare a casa mantenuto da mamma e papà.

Altro poi è il caso in cui il figlio si sia già reso autonomo economicamente, ad esempio lavorando per un certo periodo e percependo uno stipendio, e successivamente decida di lasciare il lavoro per proseguire gli studi. In questo caso, al contrario, il figlio ha già raggiunto l’autonomia economica e quindi il suo diritto ad essere mantenuto dai genitori è cessato, così che mamma e papà potranno rifiutarsi di riprendere a mantenerlo e pagargli gli studi.

Le stesse regole si applicano anche nel caso in cui i genitori siano separati o divorziati. Il genitore con cui i figli non convivano sarà tenuto a versare all’altro genitore (con il quale i figli convivono) un assegno per il loro mantenimento. Tale assegno sarà concordato dai genitori stessi in sede di separazione consensuale o divorzio congiunto oppure stabilito dal Giudice in caso di separazione o divorzio giudiziale. L’obbligo al pagamento dell’assegno di mantenimento per i figli permane, anche oltre la maggiore età, fino a quando i figli non diventino economicamente autonomi secondo le regole sopra esposte.

Il Tribunale di Roma affronta quotidianamente questioni di tal genere, seguendo i principi sopra indicati, che in ogni caso mirano a tutelare il diritto dei figli maggiorenni di vedere garantito il loro interesse allo studio ed alla formazione.

La Cassazione con l’ordinanza n. 10207 pubblicata proprio oggi ha appunto confermato la regola, avallando quanto deciso dalla Corte di Appello. Questa aveva rigettato il ricorso di un padre divorziato il quale chiedeva la riduzione dell’assegno di mantenimento per la figlia di 26 anni, studentessa, senza però dimostrare che la ragazza si era resa economicamente autonoma o avesse rifiutato proposte di lavoro.

La Cassazione ha infatti precisato che i Tribunali e le Corti di Appello devono valutare in modo attento caso per caso, tenendo presente l’età del figlio maggiorenne, le condizioni economiche della famiglia e le circostanze concrete per le quali sia necessario stabilire (o revocare) la permanenza dell’assegno di mantenimento.

La Corte inoltre ha evidenziato che in ogni caso il diritto al mantenimento oltre la maggiore età non può mai superare ragionevoli limiti di tempo e di misura, in quanto tale diritto ha lo scopo di consentire al figlio la realizzazione di precisi obiettivi lavorativi e di formazione professionale nel rispetto delle sue capacità, delle sue inclinazioni ed aspirazioni, le quali in ogni caso dovranno fare i conti con la condizione economica della famiglia.

Ecco quindi che con l’ordinanza presa in esame la Corte di Cassazione ci dà un criterio ulteriore, che riguarda appunto i limiti temporali entro i quali persiste il diritto al mantenimento, che pertanto non potrà essere “eterno”nè superare la normale durata del percorso di studi scelto e dovrà sempre tenere conto anche delle condizioni economiche dei genitori.

26/4/2017

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Casa affittata con AirBnB e cedolare secca: come funziona?

Se affittate la casa vacanze tramite un itnermediario immobiliare, come ad esempio il famoso AirBnB, come dovete comportarvi nel caso scegliate l’opzione della cedolare secca ai fini della locazione?

Coloro che esercitano l’attività di intermediazione immobiliare, anche per mezzo di siti quali appunto AirBnB, non fanno altro che creare un contatto fra chi voglia una casa per le vacanze o brevi soggiorni in altre città e coloro che abbiano la proprietà di case e che vogliano affittarle per brevi periodi o per le vacanze.

Ebbene, l’art. 4 del Decreto Legge n. 50 del 2017 stabilisce a tal proposito che la ritenuta al 21%, tipica della cedolare secca, dovrà essere applicata e versata, nel caso di affitti tramite AirBnB, da coloro che materialmente incassano i canoni dell’affitto della casa vacanze.

Si attende ora un provvedimento dell’Agenzia delle Entrate il quale dovrà chiarire come la norma dovrà di fatto essere attuata anche e soprattutto con riferimento agli obblighi di trasmissione e conservazione dei dati da parte dell’intermediario immobiliare (AirBnB).

Ricordiamo che, per combattere l’evasione fiscale, in caso di omessa o infedele comunicazione dei dati relativi ai contratti sono previste sanzioni pecuniarie salate, che vanno dai 250 ai 2 mila euro.

Roma, 26/4/2017

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No all’assegno divorzile anche se la dichiarazione dei redditi è bassa quando sia dimostrato che si hanno altri redditi.

Il Tribunale di Roma con una recente sentenza (n. 6396/2017) ha esperesso un principio già noto, che però spesso viene sottovalutato.

I giudici Capitolini hanno infatti respinto la domanda della ex moglie volta ad ottenere un assegno divorzile per il proprio mantenimento sulla base di una dichiarazione dei redditi bassissima.

In realtà nel corso della istruttoria il Tribunale ha accertato che i dati della dichiarazione dei redditi non colimavano con quanto emergeva dagli estratti del conto corrente, che riportava un saldo di oltre trenta mila euro, nonché da quanto era stato verificato dalla Guardia di Finanzia.

La donna infatti era titolare di un Bed and Breakfast che risultava avere delle buon entrate.

Ecco quindi che una dichiarazione dei redditi scarna non ha alcun valore probatorio là dove i giudici verifichino una situazione economica tutt’altro che debole.

Le stesse valutazioni possono essere desunte dal Tribunale valutando il tenore di vita condotto dal richiedente. E’ ben chiaro infatti che se chi richiede un assegno di mantenimento o divorzile sulla base di una dichiarazione dei redditi bassa conduce un tenore di vita alto o comunque nella media, alcun diritto ad essere mantenuto potrà vantare poiché evidentemente la dichiarazione dei redditi è volutamente alterata.

Rimane ovviamente fermo il fatto che nella decisione circa il diritto di percepire l’assegno divorzile, come l’assegno di mantenimento in sede di seraparazione, subentrano anche altri fattori, fra i quali le condizioni economiche dell’altra parte.

24/4/2017

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Contratti telefonici: è valido il sì detto al telefono per concludere il contratto?

Capita spesso di ricevere una telefonata sul proprio cellulare o sul numero fisso e finire per concludere un contratto per telefono senza nemmeno rendersene bene conto.

Molti fornitori, ormai, vendono i loro prodotti per telefono, sia che si tratti di vendita di energia elettrica, linee telefoniche, libri, assicurazioni etc.

In questi casi ci si chiede: è valido il sì detto per telefono per concludere il contratto e vincolarci legalmente?

Ebbene, è necessario ricordare che il codice del consumo, aggiornato recentemente, ha provveduto ad offrire una idonea tutela ai consumatori che si trovano a concludere, spesso senza nemmeno rendersene conto, un contratto telefonico.

In caso di vendita di prodotti o servizi per via telefonica, quindi, ricordate sempre che l’operatore dovrà in primo luogo identificarsi in modo chiaro, facendovi comprendere senza dubbio di quale società si tratta e cosa vuol vendervi.

Inoltre l’operatore dovrà specificare le condizioni economiche del bene o servizio che vi offre e dovrà informarvi sui diritti di recesso.

Poi dovrà rendervi noto il fatto che la telefonata è registrata e che sta acquisendo il vostro consenso verbale.

Successivamente alla telefonata la società che vi ha venduto il bene o servizio per telefono dovrà inviarvi le condizioni di contratto per posta o per mail e voi dovrete rispedirle firmate.

Sezia uno di questi passaggi il contratto non si può considerare concluso validamente.

In ogni caso, ricordate che, a scanso di equivoci, potrete recedere dal consenso dato entro 14 giorni dal momento in cui avete detto si. Ecco quindi che se dopo aver acconsentito ci ripensate o, leggendo le condizioni di contratto che vi sono state mandate vi sorgono dei dubbi, potrete, anzi dovrete, immediatamente recedere.

Ricordate anche che il recesso va sempre espresso per iscritto, con raccomandata a/r e questo anche se l’operatore vi ha garantito che potete recedere semplicemente telefonando.

Roma 24 aprile 2017

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Fino a quando il figlio maggiorenne deve essere mantenuto? E quando può chiedere gli alimenti? Differenza fra mantenimento ed alimenti.

Se il figlio maggiorenne, che ormai vive fuori casa, non riesce a mantenersi può chiedere un assegno di mantenimento ai genitori?

Sappiamo che una volta che i figli diventano economicamente autonomi, iniziando quindi a lavorare ed a mantenersi da soli perdono il diritto di essere mantenuti dai genitori. Questi infatti sono tenuti a mantenere economicamente i figli fino a che gli stessi non acquistino l’indipendenza economica. La regola chiaramente vale anche oltre la maggiore età dei figli e sempre che, superata la maggiore età, essi si diano da fare per rendersi autonomi o portando avanti con profitto gli studi al fine di crearsi una professione oppure cercando un lavoro adatto alle loro capacità.

Va da sé che il figlio non può essere mantenuto a vita dai genitori e se non studia e non ricerca fattivamente un lavoro oppure rifiuta di studiare e di lavorare, il suo diritto al mantenimento può venir meno. Il principio è quello per cui non deve essere premiata la pigrizia e la mancanza di voglia di studiare o di lavorare contando sul fatto che “tanto ci sono mamma e papà che mi mantengono”.

Insomma il figlio ultra maggiorenne che passa la giornata sul divano di mamma e papà o al bar rischia di perdere l’appoggio economico dei genitori se non si dà da fare.

Abbiamo anche detto in altre occasioni che, pur non essendo fissata una età massima dei figli oltre la quale essi non devono più essere a carico di mamma e papà, la Cassazione di recente ha individuato i trentaquattro anni quale età massima. Chiaramente ogni caso è a sé.

Ma cosa accade se il figlio maggiorenne che oramai vive fuori casa ad un certo punto non riesce più a mantenersi e non ha mezzi per vivere? Può richiedere nuovamente ai genitori di essere mantenuto?

La risposta è no. Egli potrà però richiedere ai genitori un assegno alimentare, cioè i così detti alimenti. Questi si differenziano dal mantenimento in quanto hanno una portata più limitata e comprendono unicamente lo stretto necessario per vivere.

Gli alimenti però possono essere richiesti solamente se il figlio si trovi in uno stato di bisogno e non sia in grado di provvedere a se stesso per comprovati motivi.

Il caso deciso dalla Cassazione con la sentenza n. 9415 del 12 aprile 2017 riguarda proprio questo.

Un figlio maggiorenne richiedeva al Tribunale di Roma di essere mantenuto dai genitori o di ottenere un assegno alimentare. Il giudizio si svolgeva secondo i vari gradi giungendo in Cassazione. Questa ha appunto precisato che il figlio in tal caso ha diritto non all’assegno di mantenimento, ma a quello alimentare, deciso nella misura di euro 300.00. Il ragazzo infatti non poteva mantenersi e si trovava quindi in uno stato di bisogno in quanto impossibilitato a portare avanti qualsiasi lavoro a causa di una patologia psichiatrica che addirittura lo aveva costretto al tso in diverse occasioni.

13 aprile 2017

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Nulla la vendita dell’immobile se l’acquirente scopre dopo il rogito che vi è un abuso edilizio.

Se chi ha acquistato una casa scopre, dopo il rogito, che l’immobile presenta degli abusi edilizi può chiedere al giudice che venga dichiarata la nullità del rogito.

La legge infatti contempla due generi di nullità del rogito. Una nullità formale cioè quando il venditore non indica i titoli abilitativi come licenze, concessioni edilizie, concessioni in sanatoria, domande di concessione etc. L’assenza di tali titoli infatti comporta la assoluta impossibilità di vendere. Una nullità sostanziale che si ha quando il venditore fa riferimento nel rogito alle licenze edilizie, ma l’immobile di fatto non risulta essere conforme alle stesse. In tal caso quindi il venditore rende dichiarazioni mendaci.

Pertanto in tutti i casi nei quali un immobile sia interessato da domande di concessione in sanatoria o non sia in regola con le norme urbanistiche co richiesta di regolarizzazione, tali circostanze devono necessariamente risultare dal rogito di vendita, altrimenti questo sarà nullo.

D’altra parte è bene ricordare che il notaio che rogita la compravendita non ha alcun obbligo di controllo in tal senso e quindi alcuna responsabilità può esser fatta ricadere sul notaio. Questi dovrà limitarsi unicamente ad ammonire l’acquirente affinchè dichiari eventuali irregolarità, avvertendolo che in difetto incorrerà in sanzioni penali.

Quando si acquista una casa, pertanto, sarà bene adoperarsi per effettuare tutte le necessarie verifiche personalmente, attraverso un tecnico, poiché alcuna rassicurazione o tutela ci potrà dare il notaio rogitante.

3 aprile 2017

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Se il parcometro non consente il pagamento con bancomat o carta la multa per sosta senza ticket sulle strisce blu è annullabile?

Se il parcometro non permette il pagamento con carta di credito o bancomat la multa per sosta sule strisce blu senza ticket va annullata.

E’ quanto ha stabilito il Giudice di Pace di Fondi (Latina) con la sentenza n. 16/2017. Il giudice ha quindi annullato il verbale di contestazione di violazione dell’art. 157 cds (cioè in breve il mancato pagamento del ticket per la sosta entro le strisce blu) sulla base di quanto previsto dalla legge di stabilità 2016, la quale ha esteso le forme di transazione diverse dal contante a tutti quegli apparecchi predisposti per il pagamento della sosta delle auto entro le strisce blu (i così detti parcometri). Per tale ragione, secondo il Giudice di Pace, se l’automobilista prova di non aver potuto adempiere all’obbligo  di pagamento del ticket in quanto non avendo contanti non poteva pagare con il bancomat o con la carta, non fruibili attraverso il parcometro, la multa dovrà essere annullata. Il tutto sempre che il Comune non dia prova di non essersi potuto adeguare alla norma di legge per una impossibilità “oggettiva e tecnica”.

Si tratta di una pronuncia che avrà sicuramente un seguito, per ora favorevole agli automobilisti. Si tenga però presente che si tratta pur sempre di una pronuncia isolata di un giudice di pace, che dovrà essere confermata da altre pronunzie simili prima di poter essere considerata come applicabile in linea generale. Ad oggi, ad esempio, i giudici di Pace di Roma ancora non mostrano di aderirvi.

E’ sempre meglio, quindi, procurarsi il ticket di sosta o pagare la multa, almeno per ora!

3 aprile 2017

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Non perde i benefici fiscali sulla prima casa il coniuge che trasferisce all’altro l’immobile prima dei cinque anni nell’ambito di un accordo di separazione o divorzio.

Il coniuge che in sede di modifica delle condizioni di separazione trasferisce alla moglie la casa prima del quinquennio conserva i benefici fiscali della prima casa.

E’ quanto ha stabilito la Cassazione in una recente sentenza (8104 del 29 marzo 2017).

In particolare la Corte rileva che il trasferimento dell’immobile avvenuto nell’ambito della modifica delle condizioni della separazione rientra nell’ambito di quei particolari contratti definiti “contratti della crisi coniugale”. Si tratta cioè di trasferimenti immobiliari che non sono né vendite né donazioni, ma avvengono fra i coniugi per definire la crisi coniugale e raggiungere quindi un accordo nell’ambito di una separazione o divorzio. Tanto è vero che tali trasferimenti non avvengono a titolo oneroso, ma sono effettuati gratuitamente da un coniuge all’altro proprio per definire la crisi familiare con un accordo economico accettato da entrambi.

Ebbene in casi come questi, lo ha precisato la Cassazione con la sentenza di pochi giorni fa, il coniuge che trasferisce all’altro l’immobile non perde i benefici fiscali prima casa se il trasferimento avviene prima del decorso dei cinque anni di legge e ciò in quanto il trasferimento rientri nell’ambito della definizione bonaria di una separazione o divorzio e sia quindi destinato a dirimere un conflitto fra i coniugi.

3 aprile 2017

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