Il padre che, dopo la separazione, trascura i figli deve risarcirli dei danni.

Cosa accade se, dopo la separazione, il genitore non collocatario dei figli non provveda a versare l’assegno di mantenimento stabilito dal giudice e non eserciti il diritto di visita?

A parte le conseguenze di natura penale per la mancata corresponsione dell’assegno di mantenimento, vengo qui prese in esame le conseguenze di tipo civilistico.

Ce ne dà l’occasione una recente sentenza pronunciata dal Tribunale Civile di Roma il 21 febbraio 2017 (sentenza n. 3492).

Nel caso preso in esame dai Giudici di Roma una madre, nel richiedere il divorzio, evidenziava la completa violazione del coniuge non solo degli obblighi di mantenimento verso i figli, ma anche la sua assenza dalla loro vita, domandando la sua condanna (ai sensi dell’art. 709 ter cpc) al risarcimento dei danni nei confronti della prole.

Il Tribunale di Roma ha condannato l’ex coniuge a risarcire i figli a causa dei danni non patrimoniali inflitti loro per esser stato assente nella loro vita dopo la separazione, assenza protrattasi nel tempo ed ancora attuale.

La sentenza presa in esame ci conferma che i Tribunali stanno iniziando a riconoscere il valore dei danni subiti dai figli di genitori separati quando uno dei genitori non eserciti i doveri nascenti dalla genitorialità, tra i quali, appunto, quello di partecipare alla crescita e sviluppo dei figli. Viene pertanto dato sempre più rilievo alla importanza della figura gentoriale dopo l’evento separazione o divorzio, mediante sanzioni pecuniarie a carico del genitore che, senza un giusitificato motivo, trascuri i suoi doveri, non vedendo i figli, non interessandosi di loro e rimanendo assente dalla loro vita.

Chiaramente il padre in questione ha perso l’affidamento dei figli, che è stato disposto in via esclusiva in favore della madre.

24 maggio 2017

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No all’assegno divorzile all’ex coniuge che instaura una stabile convienza, anche se il convivente sia stato dichiarato fallito.

Interviene ancora la Cassazione con la recentissima ordinanza 12879 depositata il 22 maggio 2017 in materia di assegno divorzile.

La suprema Corte si riporta ad altre precedenti decisioni (6885/15 e 2466/16) per confermare che l’instaurazione di una convivenza more uxorio da parte della ex moglie con un nuovo compagno fa venire meno il suo diritto all’assegno divorzile.

Il principio sembra oramai indiscutibile ed applicato anche dai Tribunali, come quello di Roma, e si basa sulla circostanza che la costituzione di un nuovo legame affettivo da parte dell’ex coniuge, sempre che tale legame sia caratterizzato da una stabile convivenza, comporta la decadenza da qualsiasi diritto ad ottenere un assegno divorzile da parte dell’altro ex coniuge.

La sentenza oggi commentata aggiunge un elemento in più, stabilendo che non ha alcun rilievo la circostanza che il nuovo compagno della ex coniuge non possa contribuire al suo mantenimento in quanto dichiarato fallito. Ecco quindi che a nulla rileverà la circostanza che la nuova convivenza sia instaurata con un compagno/a che non abbia mezzi economici, essendo al contrario rilevante unicamente il fatto che il legame con l’ex coniuge si sia definitivamente reciso per una scelta ben precisa di iniziare una nuova vita di coppia e che quindi ogni dovere di solidarietà cessa definitivamente per una scelta libera dell’ex coniuge.

24 maggio 2017

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I figli non possono impugnare il matrimonio fra l’anziano padre in Amministrazione di Sostegno e la giovane badante se il Giudice Tutelare lo consente.

Se il genitore anziano beneficiario della Amministrazione di sostegno sposa la badante straniera più giovane di lui di quaranta anni?

Possono i figli dell’anziano signore impugnare il matrimonio?

Ebbene la Cassazione con la sentenza n. 11536/2017 ha recentemente preso in esame un caso simile, stabilendo che i figli non possono impugnare il matrimonio, che quindi sarà stato validamente contratto.

Infatti una cosa diversa è il caso di persona dichiarata interdetta per infermità di mente, nel qual caso è possibile impugnare l’eventuale matrimonio, altra cosa è invece il caso della persona anziana beneficiaria della amministrazione di sostegno. In genere infatti questa presuppone che la persona sia in grado di intendere il significato delle proprie azioni ed è una forma di tutela della persona (in genere anziana) che per ragioni di salute non sia in grado di provvedere alle necessità di ogni giorno.

Nei casi più gravi, però, il giudice tutelare potrà vietare il matrimonio o, se questo sia stato comunque celebrato, richiedere la dichiarazione di nullità dello stesso. Nell’ambito della Amministrazione di Sostegno, infatti, il Giudice tutelare ha il compito di vigilare sulla persona beneficiaria dell’Amministrazione e deve quindi vietare eventuali azioni che possano essere dannose per l’Amministrato, nel suo unico interesse e non anche nell’interesse di terzi, quali i figli.

Rimane quindi confermato dalla Cassazione che, se il giudice tutelare non ha vietato le nozze, queste non possono essere impugnate dai figli della persona beneficiaria della Amministrazione di Sostegno.

Roma 16 maggio 2017

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Assegni familiari: spettano al genitore separato affidatario che non lavora.

E’intervenuta la Suprema Corte di Cassazione con la sentenza n. 11569/2017  per confermare che gli assegni per il nucleo familiare, semplicemente definiti assegni familiari, possono essere richiesti all’Inps anche dal genitore separato affidatario dei figli, nel caso in cui questi non abbia i requisiti per richiederli in quanto non occupato e sempre che il diritto sussista in capo all’altro genitore non affidatario.

Ricordiamo che l’assegno per il nucleo familiare ha lo scopo di assicurare una tutela nei confronti delle famiglie che si trovino in situazioni di bisogno, modulandolo in base al numero dei membri della famiglia ed al reddito del nucleo.

Per tale ragione, in caso di separazione dei coniugi, gli assegni familiari devono essere garantiti anche al genitore affidatario dei figli che non abbia un lavoro, utilizzando il diritto agli assegni dell’altro coniuge lavoratore.

Si parla di genitore affidatario, ma, alla luce della nuova normativa relativa all’affidamento condiviso del 2006, si deve intendere il genitore collocatario dei figli, cioè il genitore presso il quale i figli vengano collocati in modo stabile e quindi con cui i figli convivano a seguito della separazione dei genitori.

La Cassazione con la sentenza in esame non fa altro che confermare un principio già in precedenza affermato, come nella precedente sentenza n. 6351/2015.

Roma 16 maggio 2017

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E’ giusto fare il bagno con i propri figli piccoli? Se si, fino a che età?

Una domanda che molti genitori si pongono è se sia giusto fare il bagno o la doccia insieme ai propri figli piccoli.
Il dubbio che giustamente coglie mamma e papà è se il bambino possa vivere tale condivisione intima in modo errato, traendone quindi input sbagliati e provocandogli imbarazzo.
In realtà il bambino non vive la nudità come la vive l’adulto, non ha la maliza di quest’ultimo e non è in grado di leggere oltre la nudità. Per il bambino condividere un bagno con il genitore o anche con un fratello o sorella più grande sarà un divertimento e certamente non vivrà il momento con alcun imbarazzo.
Il presupposto, però, è che il genitore sappia affrontare questo momento intimo con naturalezza, senza manifestare imbarazzo.
A propria volta il bimbo si sentirà a proprio agio. Noterà le differenze fisiche, ma non darà a questo alcun valore sessuale o malizioso, in quanto il bimbo ha un vissuto del tutto diverso dall’adulto. Il bimbo potrà fare all’adulto delle domande sul corpo ed in tal caso il genitore dovrà rispondere con maturalezza e semplicità, soddisfacendo la curiosità del bambino.
Sia ben chiaro che il genitore dovrà evitare di stimolare inavvertitamente parti delicate del figlio, il che potrebbe provocare stati di eccitazione involontari che potrebbero turbare il bimbo creandogli disagio. Sta quindi al genitore, durante il lavaggio delle parti intime del figlio piccolo, stare attendo agli stimoli percepiti dal piccolo.
Gli psicologi, però, evidenziano che a partire dai 6 anni sia necessario portare il bambino alla autonomia anche nella fase della pulizia personale, abituandolo piano piano alla completa autonomia e facendogli comprendere l’importanza ed il valore della riservatezza e della intimità.
Roma, 4 maggio 2017
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Quanti soldi posso prelevare dal mio conto corrente e quanti ne posso versare?

Quali sono i limiti per prelevare denaro contante dal conto corrente e per versarne?
Una domanda che ci viene spesso posta e che richiede una netta distinzione fra le due fattispecie.
Infatti se esistono precisi limiti al prelievo dei contanti dal nostro conto corrente, in quanto lo stato in tal caso vuole evitare e comunque tenere sotto controllo la circolazione del denaro combattendo così l’evasione fiscale, tali limiti non esistono per il versamento di contanti sul proprio conto corrente.
Il Decreto Fiscale 193/2016, relativo alla Legge di Bilancio 2017 (art. 7 Quater) ha modificato quello che prima era il limite dei 3.00,00 euro, innalzandolo ad euro 1.000,00 al giorno per un massimo di euro 5.000,00 al mese.
Qualora si dovessero superare tali limiti, si sarà soggetti a controlli da parte dell’Agenzia delle Entrate, alla quale dovrà essere giustifato l’uso del contante prelevato. In caso contrario vi sarà una presunzione di attività illecita o di nero con la conseguenza che gli importi prelevati saranno considerati come ricavi, che sarnno pertanto assoggettati alla tassazione.
Il limite introdotto dal Decreto Fiscale in oggetto riguarda gli imprenditori, i commercianti, gli artigiani, le imprese, ma non i liberi professionisti. Lo stesso discorso vale ovviamente anche per i privati cittadini, i quali in caso di prelievi superiori ai suddetti limiti dovranno tenere traccia di ogni movimentazione, così da poter giustificare al fisco ogni prelievo ed ogni uscita.
Diverso è invece il caso in cui si voglia versare del denaro contante nel nostro conto corrente.
In una tale ipotesi, infatti, non vi è circolazione di denaro fra soggetti diversi, come si presume accada nel primo caso, ma il soggetto versa proprio denaro all’interno del proprio conto corrente.
E’ ben chiaro che qualora la somma contante versata sia ingente potrà intervenire l’Agenza delle Entrate la quale potrà richiedere la provenienza di tale denaro.
Nessun problema pertanto se si sia in grado di dimostrare da dove provengano quei liquidi (ad esempio da un prestito ricevuto da un genitore dimostrabile attraverso una eguale uscita dal conto corrente del genitore). Diversamente l?agenzia delle Entrate potrà considerare i versamenti di contante quali frutto di attività non dichiarate.
Roma, 4 maggio 2017
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