Conto Corrente cointestato fra i coniugi in regime di comunione: il coniuge che preleva una somma senza dimostrarne la titolarietà personale deve restituirne la metà.

Prendendo spunto dalla ordinanza n. 20452 del 28 agosto 2017 della Corte di Cassazione per parlare del conto corrente cointestato fra i coniugi in regime di comunione legale dei beni.

Accade spesso che uno dei coniugi, specie in vista della separazione legale o dopo la stessa, prelevi dal conto corrente cointestato con l’altro coniuge una somma superiore alla quota del 50% che gli spetterebbe, adducendo la titolarietà personale dell’importo.

E’ il caso preso in esame dalla Suprema Corte nella ordinanza sopra citata: la moglie aveva infatti ottenuto contro il marito un decreto ingiuntivo per la resituzione del 50% di una somma x prelevata da quest’ultimo dal conto corrente cointestato, al fine di ricostituire la comunione del conto corrente. Il marito faceva ricorso prima alla Corte di Appello territoriale e poi alla Cassazione, vedendosi però soccombente in entrmabi i casi e dovendo quindi restituire alla moglie il 50% della somma prelevata.

La Corte ha basato la decisione sulla circostanza che l’art. 1854 del codice civile prevede, in merito al conto corrente cointestato fra i coniugi, che questi siano creditori e debitori solidali dei saldi del conto corrente, sia nei rapporti con i terzi sia nei rapporti interni, con conseguente presunzione della contitolarietà del conto. E’ proprio tale presunzione che comporta la inversione dell’onere della prova, così che sarà chi preleva arbitrariamente delle somme dal conto cointestato a dover dimostrare la titolarietà di quegli importi ed il fatto che gli stessi non rientrino nella comunione in quanto personali.

Nel caso in esame, infatti, il marito non era stato in grado di provare la titolarietà personale delle somme prelevate, adducendo semplicemente che si trattava di somme donategli dal proprio padre. Chiaramente per i giudici del merito come per quelli di legittimità, l’accredito sul conto cointestato fra i coniugi di una somma da parte del genitore del marito non dimostra che si sia trattato di una donazione personale fatta al figlio, potendo benissimo trattarsi di una liberalità fatta ad entrambi i coniugi, anche in considerazione del fatto che essa avvenne in un periodo in cui i coniugi andavano d’accordo.

Ecco quindi che il marito dovrà restiture alla moglie il 50% delle somme prelevate.

30 agosto 2017

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Figli studenti universitari fuori corso: fino a quando devono essere mantenuti?

L’art. 315 bis del codice civile stabilisce che i figli hanno diritto ad essere mantenuti, educati, istruiti ed assistiti moralmente dai genitori, nel rispetto delle loro capacità, inclinazioni ed aspirazioni.

Questo comporta, soprattutto nei casi di separazione o divorzio dei genitori, che questi debbano provvedere al mantenimento dei figli anche oltre la loro maggiore età ed in ogni caso fino a quando non abbiano raggiunto l’indipendenza economica.

Non vi è un limite di età stabilito dalla legge per il mantenimento dei figli maggiorenni. In genere la Cassazione ritiene che i 27 anni possano essere un limite oltre il quale il figlio non può più pretendere di essere mantenuto dai genitori, dovendosi a quel punto rimboccarsi le maniche per cavarsela da solo. Tutto questo al fine di evitare che i figli possano approfittare dell’obbligo per i genitori di mantenerli e trascorrere anni sul divano della casa dei genitori perchè tanto…mamma e papà provvedono al loro sostentamento.

E’ chiaro che il limite di età indicato dalla Cassazione non è assoluto e va valutato caso per caso in base alle singole circostanze. Ad esempio esso è sicuramente applicabile a quei figli che non stiano svolgendo un percorso di studi o stiano fuori corso da anni e non cerchino lavoro, preferendo, appunto, rimanere a “bivaccare” in casa perchè tanto i genitori provvedono al mantenimento.

Va da sé che se il figlio sta portando avanti con profitto un percorso di studi o lo stia perfezionando con specializzazioni o periodi di stage non retribuiti, il limite non è applicabile, dovendo attendere che il figlio completi il percorso formativo e sia in grado di trovare una idonea collocazone sul mercato del lavoro.

E’ un po’ quanto ribadito dalla Suprema Corte con la ordinanza n. 18531 el 26 luglio 2017.

Nel caso specifico un padre aveva chiesto la revoca o la riduzione sensibile dell’assegno per il mantenimento della figlia di ventisette anni, la quale era studentessa universitaria fuori corso e svolgeva per di più un lavoro. La richiesta era fondata sul peggioramento economico subito dal padre.

Ebbene la Corte ha confermato quanto stabilito dalla Corte di Appello e cioè una minima diminuzione dell’assegno. La decisione è basata sulla considerazione che la ragazza, anche se studentessa fuori corso e pur avendo un lavoro, che però era precario, doveva poter terminare gli studi per collocarsi sul mercato del lavoro in conformità con la sua preparazione e con il corso di studi svolto.

Ecco quindi che in materia di mantenimento dei figli ogni singolo caso va valutato come caso a sé, proprio perchè le variabili sono moltissime ed ognuna di esse può determinare un diverso orientamento da parte dei giudici.

Sicuramente non viene mai premiato il comportamento dei figli ultra maggiorenni che non si diano da fare con lo studio o con la ricerca del lavoro, mentre vengono tutelati i ragazzi che, seppure ultra maggiorenni, stiano portando avanti un percorso di studio e possano mirare a raggiungere una buona posizione lavorativa conforme agli studi conseguiti.

Roma 10 agosto 2017

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Affidamento esclusivo alla madre se il figlio minore dichiara di non voler stare con il padre. Lo dice la Cassazione. Sì, ma con quali criteri?

Sappiamo che in linea di principio, in caso di separazione o divorzio e la presenza di figli minori, questi vengono affidati in via condivisa ad entrambi i genitori e ciò nel rispetto del principio della bigenitorialità, applicato oramai di regola dalla riforma del 2006 (legge n. 54/2006) e poi da quella generale operata dal la legge 219/2012.

Entrambi i genitori, infatti, devono esercitare congiuntamente pari diritti ed avere pari doveri nei confronti dei figli minori, ai quali deve essere assicurata la presenza e la partecipazione di tutti e due i genitori, senza esclusione di uno in favore dell’altro. Il tutto collocando in genere il minore presso la residenza materna ed assicurando al padre ampi spazi per la frequentazione del figlio e salva la possibilità, assai rara, di collocare il minore in modo alternato presso entrambi i genitori.

Questo principio generale trova però dei limiti nel superiore interesse dei figli minori. Se infatti l’applicazione della bigenitorialità può arrecare danno alla salute psico fisica del minore o minare il suo equilibrio e benessere, allora essa andrà rivista e limitata, applicando in tal caso il vecchio cirterio dell’affidamento eslcusivo ad un solo genitore, il quale quindi da regola è passato (dal 2006) ad eccezione.

Ricordiamo che ciò non vuol dire che il genitore a cui non viene affidato il figlio perde la responsabilità genotiriale (la vecchia potestà gentioriale). Egli infatti continuerà ad avere diritti e doveri di sorveglianza sul figlio e partecipazione nelle decisioni più importanti relative allo stesso, nonché a frequentarlo e vederlo secondo criteri e modalità decise dai giudici nel rispetto delle necessità del minore.

Nel caso esaminato dalla Corte di Cassazione nella ordinanza n. 18734 del 27 luglio 2017 la minorenne tredicenne di una coppia divorziata viene affidata in via esclusiva alla madre in quanto la stessa ragazzina aveva dichiarato – ascoltata dal giudice – di non voler stare con il padre, non conoscendolo e non avendo alcun rapporto con lui. La separazione infatti si era verificata prima che la bimba nascesse e quindi il padre non aveva avuto rapporti con la figlia tali da creare la necessaria intimità ed il necessario rapporto padre-figlia.

L’ascolto del minore viene quindi considerato come rilevante per la decisione. Si dà quindi un altissimo valore alle dichiarazioni della ragazzina, che seppure minorenne è considerata in grado di esprimere giudizi e pareri. La decisione dell’affido esclusivo della minore alla madre viene presa per non turbare l’equilibrio della minore e per il suo superiore interesse, salvo poi favorire il ripristino dei repporti padre-figlia attraverso dei percorsi psicologici di sostegno.

7 agosto 2017

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L’acquirente di un immobile può agire contro il venditore per i danni derivanti da lavori fatti eseguire da questi prima del rogito.

Una recentissima sentenza della Corte di Cassazione del 28 luglio 2017 (n. 18891/17) ha stabilito che l’acquirente di un immobile può esercitare l’azione civile di responsabilità per rovina e difetti di cose immobili (ex art. 1669 codice civiel) contro il venitore che, prima della vendita, abbia fatto eseguire da un appaltatore dei lavori di ristrutturazione edilizia che abbiano rovinato o procurato danni.

In poche parole nel caso preso in esame dalla Cassazione l’acquirente di una casa aveva scoperto, dopo il rogito, che dal proprio terrazzo partivano infiltrazioni di acqua che andavano a daneggiare un sottostante magazzino. Tramite una cosulenza tecnica di ufficio è stato verificato che tali infiltrazioni dipendevano da lavori di ristrutturazione che il venditore dell’immobile aveva fatto eseguire da un appaltatore prima del rogito.

Ebbene in tal caso, secondo la Suprema Corte ( e contrariamente a quanto aveva stabilito la Corte di Appello di Roma) l’acquirente può agire direttamente nei confronti del venditore, anche se il termine di un anno dalla vendita per far valere i vizi sia scaduto.

7/8/2017

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