Casa Vacanze nel condominio: quali i limiti.

Sempre più diffuse sono le case vacanze realizzate dai proprietari di appartamenti situati in condomini. Il proprietario affitta le stanze del suo appartamento per pochi giorni ai turisti, trasformando così il suo immobile in una sorta di Bed and Breakfast.

Il problema spesso sorge perchè il condominio, mal tollerando la presenza della casa vacanze, agisce in giudizio contro il proprietario chiedendo l’inibizione della attività commerciale all’interno del condominio.

E’ il caso preso in esame dal Tribunale di Roma e deciso con la sentenza n. 23926 del 14/12/2017. Nella fattispecie  il Tribunale dà ragione al proprietario in quanto in effetti il regolamento di condominio non vietava nello specifico la realizzazione di case vacanze nello stabile condominiale, ma solo lo svolgimento di attività lesive della tranquillità e quiete del condominio. Ebbene quest’ultimo non è stato in grado in corso di causa di dimostrare che lo svolgimento dell’attività di affittacamere provocava fastidi ai condomini e metteva a rischio al tranquillità dello stabile, tanto è vero che i singoli condòmini testimoniavano di vedere solo ogni tanto qualche turista. Nessun via vai intollerabile di turisti o rumori e schiamazzi.

Ecco quindi che l’attività della Casa Vacanze può continuare nel condominio.

Roma, 25 giugno 2018

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Niente assegno alla ex moglie che non ha cercato lavoro.

Molto si discute in merito al diritto della ex moglie all’assegno divorzile.

Un cambiamento di rotta si è verificato già nel 2017 con la sentenza n. 11504 con cui la Suprema Corte di Cassazione ha slegato il diritto all’assegno divorzile dal criterio del tenore di vita in costanza di matrimonio, che era stato, sino ad allora, quello determinante. Se durante il matrimonio si aveva un buon tenore di vita (con viaggi, donna di servizio, macchine, iscrizione a centri sportivi etc), lo stesso doveva esser garantito dopo la fine del coniugio.

Si trattava sicuramente di un principio “datato” ed anacronistico, legato ad un periodo passato in cui la donna sposata si votava alla famiglia, rinunciando ad ogni forma di indipendenza economica e lavorativa per dedicarsi completamente alla cura del marito, della casa e dei figli.

Nel 2017 finalmente questa concezione è andata in soffitta ed i giudici, sia di merito che di legittimità, si sono adeguati ai nuovi tempi, caratterizzati dalla autonomia della donna, che alla pari dell’uomo, oltre che pensare alla famiglia, lavora ed è indipendente.

Ecco quindi che la ex moglie non ha più diritto ad esser mantenuta dall’ex coniuge dopo la fine del matrimonio se sia in grado di procurarsi un reddito o se abbia altre entrate.

Lo stesso orientamento ritroviamo nella ordinanza n. 7342/2018 con cui la Corte di Cassazione ribadisce ancora una volta il medesimo principio. In questo caso l’ex marito si libera dell’assegno di 600 euro stabilito in sede di separazione in favore della moglie in quanto viene dimostrato che la signora, di cinquantatre anni, diplomata in lingue, non si è mai data da fare dopo la separazione per cercare un lavoro, nè inviando curriculum, nè iscirvendosi nelle liste di collocamento, pur avendo allora poco più di quaranta anni. Inoltre la stessa aveva avuto una eredità ed è proprietaria della casa ove vive.

Insomma, la solidarietà fra ex coniugi vale solo quando il coniuge più debole si trovi veramente in una situazione di grave difficoltà. Essa però non può sopravvivere davanti alla inerzia del coniuge che, pur avendone le capacità ed i mezzi, non si attiva per rendersi autonomo e che, per altro, ha i mezzi per vivere.

Roma 25 giugno 2018

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Responsabilità professionale del Notaio che omette di segnalare la presenza di ipoteche sull’immobile al momento del Rogito.

Quando si deve acquistare un immobile ci si deve rivolgere ad un notaio, il quale ha l’obbligo di effettuare, prima del rogito, tutte le ricerche sul bene che verrà trasferito al fine di verificare la presenza di pesi e gravami.

In particolare la Suprema Corte di Cassazione, con la sentenza 15761 del 16 giugno 2018, ha stabilito che il notaio che ometta di dichiarare la presenza di pesi e vincoli, come una iscrizione ipotecaria, sull’immobile è responsabile professionalmente di tale omissione e dovrà risarcire l’acquirente delle spese sostenute per ottenere la cancellazione dell’ipoteca.

Il Notaio infatti deve essere ritenuto responsabile professionalmente se, nella stipula di una compravendita immobliare, non si curi di accertare preventivamente la presenza di ipoteche pregiudizievoli sul bene e ciò in tempo utile perchè l’acquirente possa valutare, prima del rogito, i rischi di quell’acquisto. Quindi a nulla vale il fatto che il Notaio in questione abbia fatto delle verifiche generiche ma abbia poi omesso di accertare, immediatamente prima del rogito, se l’ipoteca fosse stata effettivamente cancellata.

In tali casi, pertanto, il Notaio sarà tenuto a risarcire l’acquirente di tutte le spese necessarie per liberare l’immobile dai pesi su di esso gravanti.

Roma, 18 giugno 2018

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Decadenza dalla responsabilità genitoriale: il trasferimento in altra città con il minore senza il consenso dell’altro genitore ne è causa?

La decadenza dalla responsabilità genitoriale (quella che un tempo era chiamata potestà genitoriale) è un provvedimento che può esser preso dal Tribunale per i Minorenni nei casi più gravi, quando cioè in capo ad uno dei genitori di un minorenne non venga ravvisata una idonea capacità genitoriale o comunque comportamenti dannosi per la crescita e lo sviluppo del minore.

Si tratta quindi di una misura molto grave, con la quale il genitore perde il diritto di “fare il genitore”. Non è però un provvedimento definitivo in quanto il genitore decaduto dalla responsabilità genitoriale può sempre richiedere di essere reintegrato dimostrando di aver acquisito la capacità genitoriale, in genere seguendo le prescrizioni del Tribunale in relazione alla frequentazione di percorsi di sostegno alla genitorialità.

Il caso di cui ci occupiamo in questo articolo è quello deciso dalla Corte di Cassazione con l’ordinanza n. 15949 del 18 giugno 2018. Una madre era stata dichiarata decaduta dalla responsabilità genitoriale dal Tribunale per i Minorenni di Roma in quanto si era trasferita in altra città con il figlio minore senza il consenso del padre.

La Cassazione ha completamente sposato la decisione della Corte di Appello di Roma, secondo la quale il comportamento della donna, seppure censurabile, non può dar luogo ad un provvedimento così grave come la decandenza dalla responsabilità genitoriale soprattutto se, come nel caso in questione, la madre si era trasferita in altra città per trovare lavoro, che aveva perso, e per unirsi ai propri genitori che avrebbero potuto aiutarla.

Inoltre la donna, sottoposta a consulenza tecnica d’ufficio dalla Corte di appello aveva dimostrato di avere una buona capacità genitoriale.

La decisione della Corte di Appello di Roma, poi confermata dalla Suprema Corte di Cassazione, dimostra pertanto che il provvedimento della decadenza dalla responsabilità genitoriale deve essere giustificato da gravi ragioni e dalla effettiva mancanza di capacità di essere e fare il genitore. Nel caso in esame, al contrario, la madre aveva agito unicamente per garantire al figlio una vita migliore in una città dove avrebbe potuto avere l’aiuto della famiglia di origine e dove avrebbe potuto trovare un lavoro.

Roma, 19 giugno 2018

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