Separazione e divorzio: il figlio ultra maggiorenne va mantenuto e fino a quando?

Fino a quando il figlio maggiorenne va mantenuto dal genitore separato o divorziato non convivente?

Abbiamo già in altri articoli esaminato questo argomento e lo riproponimao qui, in occasione di una recentissima sentenza del Tribunale di Perugia (n. 1082/2018).

Il Tribunale, come già in diverse altre sentenze del Tribunale di Roma, ha negato alla ex moglie in sede di divorzio l’assegno di mantenimento per il figlio maggiorenne (di trentasette anni), non autonomo economicamente e convivente con la madre. Ecco quindi che il padre (ex marito) con il divorzio si libera dell’obbligo di versare mensilmente alla ex l’assegno per il mantenimento del figlio quasi quarantenne.

E’ evidente il motivo di un tale orientamento. Il figlio, ultra trentacinquenne ed anzi più vicino ai quaranta anni, che non abbia seguito un particolare iter formativo giustificativo della non autonomia economica, non potrà essere più mantenuto dal genitore separato/divorziato non convivente, salvo dimostrare che la sua disoccupazione sia da lui indipendente e che cioè abbia fatto di tutto per cercare fattivamente un impiego o per specializzarsi ai fini di un lavoro qualificato.

Ricordiamo infatti che starà al figlio maggiorenne, in tal caso, dimostrare la propria disoccupazione incolpevole, ma chiaramente tale dimostrazione sarà difficile giunti ad una età così avanzata, quando il soggetto dovrebbe aver realizzato le proprie inclinazioni o comunque trovato una propria identità ed autonomia eocnomica.

Insomma, il figlio ultra maggiorenne non può pretendere di essere a carico dei genitori a vita.

Nel caso in esame pertanto la ex moglie, oltre a perdere l’assegno per il mantenimento del figlio, perde anche l’assegnazione della casa familiare. Ricordiamo infatti che la casa familiare viene assegnata alla madre quando in essa conviva con i figli minori o maggiorenni economicamente non autonomi e da mantenere.

Roma, 14 novembre 2018

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Condominio: le spese per l’illuminazione e pulizia delle scale vanno divise secondo l’indice di altezza del piano e non per millesimi.

Parliamo della suddivisione delle spese condominiali per la pulizia delle scale e per l’illuminazione delle stesse. Come ha confermato la Cassazione con l’ordinanza 29217 del 13 novembre 2018 tali spese non possono essere suddivise secondo il criterio della suddivisione millesimale, come in genere avviene.

La suddivisione di tali spese condominiali infatti deve avvenire sulla base dell’altezza dal suolo di ciascun appartamento. La motivazione è logica: chi abita ad un piano alto, o all’ultimo piano, usufruisce sia della puliza delle scale sia della illuminazione, in modo pieno o comunque più completo rispetto a chi abita ad un piano basso. D’altra parte il proprietario di un appartamento sito al piano terra usufruisce della pulizia delle scale e della loro illuminazione solo in piccola parte, quella appunto relativa al piano terra e quindi in misura minore rispetto al proprietario di un appartamento situato al quinto piano.

Ecco quindi che le spese condominiali relative all’illuminazione ed alla puliza delle scale non potranno essere suddivise fra i singoli condomini secondo il normale criterio della ripartizione millesimale, ma bensì in base all’indice di altezza del piano ove si trova l’appartamento.

Roma 14 novembre 2018

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Contratto di locazione: nullo il patto fra locatore e conduttore relativo al pagamento di un canone maggiore rispetto a quello dichiarato nel contratto registrato.

Parlando dei contratti di locazione ci soffermiamo sull’uso, molto diffuso, del pagamento da parte del conduttore di un canone mensile superiore rispetto a quello indicato nel contratto registrato.

Spesso infatti il locatore (proprietario di casa) ed il conduttore (affittuario) si accordano verbalmente al fine di dichiarare un canone più basso nel contratto registrato. Nella realtà il conduttore ogni mese verserà nelle mani del locatore un importo più alto.

Si tratta, è evidente, di un modo per eludere le tasse. Così facendo infatti il locatore potrà dichiarare un reddito da locazione inferiore al reale e quindi pagare meno tasse. E’pertanto una modalità che va unicamente a vantaggio del proprietario di casa, che elude il fisco.

In casi del genere il patto verbale fra locatore e conduttore relativo alla quota maggiore del canone dichiarato è nullo per la legge con la conseguenza che il conduttore potrà agire in giudizio contro il locatore per richiedere ed ottenere la restituzione delle quote maggiorate di canone versate.

Lo ha confermato di recente la Cassazione con la sentenzadel 13 novembre 2018.

Roma, 14 novembre 2018

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