Contratto di locazione: nullo il patto fra locatore e conduttore relativo al pagamento di un canone maggiore rispetto a quello dichiarato nel contratto registrato.

Parlando dei contratti di locazione ci soffermiamo sull’uso, molto diffuso, del pagamento da parte del conduttore di un canone mensile superiore rispetto a quello indicato nel contratto registrato.

Spesso infatti il locatore (proprietario di casa) ed il conduttore (affittuario) si accordano verbalmente al fine di dichiarare un canone più basso nel contratto registrato. Nella realtà il conduttore ogni mese verserà nelle mani del locatore un importo più alto.

Si tratta, è evidente, di un modo per eludere le tasse. Così facendo infatti il locatore potrà dichiarare un reddito da locazione inferiore al reale e quindi pagare meno tasse. E’pertanto una modalità che va unicamente a vantaggio del proprietario di casa, che elude il fisco.

In casi del genere il patto verbale fra locatore e conduttore relativo alla quota maggiore del canone dichiarato è nullo per la legge con la conseguenza che il conduttore potrà agire in giudizio contro il locatore per richiedere ed ottenere la restituzione delle quote maggiorate di canone versate.

Lo ha confermato di recente la Cassazione con la sentenzadel 13 novembre 2018.

Roma, 14 novembre 2018

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Casa affittata con AirBnB e cedolare secca: come funziona?

Se affittate la casa vacanze tramite un itnermediario immobiliare, come ad esempio il famoso AirBnB, come dovete comportarvi nel caso scegliate l’opzione della cedolare secca ai fini della locazione?

Coloro che esercitano l’attività di intermediazione immobiliare, anche per mezzo di siti quali appunto AirBnB, non fanno altro che creare un contatto fra chi voglia una casa per le vacanze o brevi soggiorni in altre città e coloro che abbiano la proprietà di case e che vogliano affittarle per brevi periodi o per le vacanze.

Ebbene, l’art. 4 del Decreto Legge n. 50 del 2017 stabilisce a tal proposito che la ritenuta al 21%, tipica della cedolare secca, dovrà essere applicata e versata, nel caso di affitti tramite AirBnB, da coloro che materialmente incassano i canoni dell’affitto della casa vacanze.

Si attende ora un provvedimento dell’Agenzia delle Entrate il quale dovrà chiarire come la norma dovrà di fatto essere attuata anche e soprattutto con riferimento agli obblighi di trasmissione e conservazione dei dati da parte dell’intermediario immobiliare (AirBnB).

Ricordiamo che, per combattere l’evasione fiscale, in caso di omessa o infedele comunicazione dei dati relativi ai contratti sono previste sanzioni pecuniarie salate, che vanno dai 250 ai 2 mila euro.

Roma, 26/4/2017

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Dal nostro Partner www.mrbanca.com : la tassazione delle plusvalenze dalla cessione di titoli partecipativi per le persone fisiche.

A partire dalla legge di stabilità del 2014, sono state introdotte numerose novità per quanto riguarda la tassazione delle rendite di capitali. Il decreto legge nr. 66 del 2014 emesso dal governo Renzi ha riformato in maniera radicale e rialzato le aliquote relative alle rendite finanziarie.

Tassazione Plusvalenze e Minusvalenze

Iniziando dal caso di cessione di partecipazioni (azioni di S.p.a. o quote di S.r.l.), si possono creare delle plusvalenze (o delle minusvalenze). La plusvalenza si verifica nel momento in cui il valore di realizzo ovvero il valore di vendita del titolo partecipativo sia superiore al valore di acquisto.

Ai fini dell’Imposta sul reddito delle persone fisiche (Irpef) è tassabile soltanto la plusvalenza, mentre la minusvalenza non concorre alla formazione del reddito. La tassazione della plusvalenza è differenziata a seconda del tipo di partecipazione ceduta.

Plusvalenza derivante da una cessione di partecipazioni non qualificate

Come ricordato pocanzi a partire dal primo luglio 2014 la tassazione della plusvalenza è tassata con imposta sostitutiva del 26% (articolo 3, commi da 1 a 14 e articolo 4, comma 1, del D.L. n. 66/2014, convertito in Legge n. 89/2014). La tassazione può avvenire in due modi: attraverso la dichiarazione del reddito all’interno del modello Unico persone fisiche nel quadro RT (nel caso il soggetto abbia operato in maniera autonoma o attraverso brokers ed intermediari non residenti nel territorio dello stato o non registrati in Italia a fini fiscali), o attraverso un sostituto d’imposta nel territorio italiano, in questo caso il sostituto può essere l’intermediario, la banca o la società di intermediazione mobiliare (SIM) o la società gestrice del risparmio (SGR), che tratterrà il 26% e lo verserà all’erario.

Plusvalenza da cessione di una partecipazione qualificata

In questo caso la plusvalenza verrà tassata normalmente e concorrerà a formare l’imponibile Irpef e quindi la tassazione avverrà secondo gli scaglioni di riferimento. L’unica cosa importante da calcolare è che la plusvalenza non concorrerà pienamente a formare reddito imponibile, ma concorrerà solamente per il 49,72%. La plusvalenza dovrà essere indicata all’interno del modello UNICO al quadro RT sezione III.

Definizione di partecipazione qualificata

Come abbiamo visto a seconda del fatto che la partecipazione sia qualificata o no vi è una differente tassazione. Per cui la partecipazione si definisce qualificata quando il titolare delle quote o azioni in una società di capitale non quotata nei mercati finanziari, possiede almeno il 20% dei diritti di voto esercitabili in assemblea ordinaria ovvero al 25% del capitale o patrimonio sociale. Per quanto riguarda le società quotate in mercati regolamento, la soglia per definire qualificata la partecipazione scende al 2% o una percentuale superiore dei diritti di voto esercitabili in assemblea ordinaria o al possesso del 5% o più, del capitale o patrimonio sociale.

Il pagamento dell’imposta sulle plusvalenze

Nel caso in cui, le plusvalenze derivanti da partecipazioni non qualificate, ottenute nell’anno solare 2016, ,non siano state assoggettate ad imposta sostitutiva al 26%, trattenute e versate da un sostituto d’imposta (Banca, SIM, SGR o altro intermediario), in questo caso tale imposta va versata all’erario dal contribuente direttamente attraverso il mod.F24 indicando i propri dati personali come cognome, nome, data e luogo di nascita e codice fiscale, oltre alla somma da versare ed il codice identificativo del tributo, in questo caso il “1100” e l’anno di riferimento ovviamente il 2016. Le imposte vanno versate entro il 16 giugno 2017 (o entro il 16 luglio 2017 con la maggiorazione dello 0,40%), salvo proroghe del governo.

Scaglioni ed aliquote IRPEF

Reddito imponibile Aliquota Imposta dovuta sui redditi intermedi
fino a 15.000€ 23% 23% del reddito
da 15.001 fino a 28.000€ 27% (3.450€+ 27% sulla parte oltre i 15.000,00€
da 28.001 fino a 55.000€ 38% (6.960€ + 38% sulla parte oltre i 28.000,00€
da 55.001 fino a 75.000€ 41% (17.220,00 + 41% sulla parte oltre i 55.000,00€
oltre 75.000€ 43% (25.420,00 + 43% sulla parte oltre i 75.000,00€

20/02/2017

Articolo tratto da: Mister Banca Un sito utile per saperne di più su: conti correnti, prestiti, mutui, assicurazioni ed investimenti on line.

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Bonus Bebè 2017: l’Inps spiega cosa è e come funziona l’assegno di natalità.

Riportiamo qui di seguito tutte le istruzioni contenute nel sito dell’Inps in relazione al “bonus Bebè”, assegno annuo per i figli nati o adottati tra il 1 gennaio 2015 ed il 31 dicembre 2017.

ASSEGNO DI NATALITÀ

L’assegno di natalità è un assegno annuo (c.d. bonus bebè) per ogni figlio nato o adottato tra il 1° gennaio 2015 ed il 31 dicembre 2017, istituito dall’art.1, commi da 125 a 129, della legge di stabilità per l’anno 2015 (legge 23 dicembre 2014 n.190) da corrispondere mensilmente fino al terzo anno di vita del bambino, oppure fino al terzo anno dall’ingresso in famiglia del figlio adottato, a favore dei nuclei familiari il cui genitore richiedente sia in una situazione economica corrispondente ad un valore dell’ISEE non superiore a 25.000 euro annui.

Con DPCM 27 febbraio 2015 sono state adottate le relative disposizioni attuative. La misura spetta dal mese di ingresso in famiglia, anche in caso di affidamento preadottivo del minore disposto dal 1° gennaio 2015 al 31 dicembre 2017, ai sensi dell’art. 2 co. 6 della legge 184/1983 non superiore ai 25.000 euro annui.

A CHI SPETTA

L’assegno spetta ai nuclei familiari in cui sia presente un figlio nato o adottato o in affido temporaneo (disposto ai sensi della legge 184 del 1983), tra il 1° gennaio 2015 e il 31 dicembre 2017, che siano in possesso di un ISEE in corso di validità non superiore a 25.000 euro.

Qualora il figlio nato o adottato nel triennio 2015-2017 sia collocato temporaneamente presso un’altra famiglia, ai sensi dell’art. 2 della legge 184 del 1983, l’assegno è corrisposto all’affidatario, su apposita domanda e limitatamente al periodo di durata dell’affidamento.

Il valore dell’ISEE è calcolato in riferimento al nucleo familiare del genitore richiedente, secondo le nuove regole introdotte dal Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, 5 dicembre 2013, n. 159. Qualora il figlio sia affidato temporaneamente ad una famiglia o persona singola, il requisito dell’ISEE è calcolato con riferimento al nucleo familiare del quale fa parte il minore affidato: precisamente, i minori in affidamento temporaneo sono considerati nuclei familiari a sé stanti ma l’affidatario ha facoltà di considerarli parte del proprio nucleo.

COSA SPETTA

E’ concesso un assegno annuale per ogni figlio, nato o adottato o in affido preadottivo tra il 1° gennaio 2015 e il 31 dicembre 2017. La misura dell’assegno dipende dal valore dell’ISEE calcolato con riferimento al nucleo familiare:

960 euro (80 euro al mese per 12 mesi), nel caso in cui il valore dell’ISEE non sia superiore a 25.000 euro annui;
1.920 euro (160 euro al mese per 12 mesi), nel caso in cui il valore dell’ISEE non sia superiore a 7.000 euro annui.

L’assegno spetta dalla data di nascita o di ingresso nel nucleo familiare a seguito dell’adozione o dell’affidamento preadottivo fino al compimento del terzo anno di età oppure fino al terzo anno dall’ingresso nel nucleo familiare a seguito dell’adozione o dell’affidamento preadottivo.

CHI PUO’ PRESENTARE LA DOMANDA

Può presentare la domanda il genitore che sia in possesso dei seguenti requisiti :

1) Cittadinanza italiana oppure di uno Stato dell’Unione Europea oppure, in caso di cittadino di Stato extracomunitario, permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo, di cui al riformato articolo 9 del Decreto Legislativo n.286/1998 e successive modificazioni. Ai fini dell’assegno, ai cittadini italiani sono equiparati i cittadini stranieri aventi lo status di rifugiato politico o di protezione sussidiaria;

2) residenza in Italia;

3) convivenza con il figlio (il figlio ed il genitore richiedente devono essere coabitanti ed avere dimora abituale nello stesso Comune);

4) ISEE del nucleo familiare di appartenenza del richiedente, o del minore nei casi in cui lo stesso faccia nucleo a sé, al momento di presentazione della domanda e per tutta la durata del beneficio, non superiore a 25.000 euro annui. L’ISEE di riferimento è l’ISEE minorenni del bambino per il quale si richiede l’assegno.

Nel caso in cui il figlio venga affidato temporaneamente a terzi, la domanda di assegno può essere presentata dall’affidatario. L’assegno è concesso in relazione ad affidamenti temporanei disposti presso una famiglia oppure una persona singola, a beneficio del nucleo familiare presso cui il minore è collocato temporaneamente.

Se il genitore che ha i requisiti per avere l’assegno è minorenne o incapace di agire per altri motivi, la domanda è presentata, in nome e per conto del genitore minorenne/incapace, dal suo legale rappresentante.

IL RINNOVO DELL’ISEE

Per poter richiedere l’assegno occorre preliminarmente presentare una Dichiarazione Sostitutiva Unica (DSU), ai sensi del D.P.C.M. n. 159/2013. E’ necessario che nel nucleo familiare indicato nella DSU sia presente il figlio nato, adottato, o in affido preadottivo per il quale si richiede l’assegno.

Il termine di validità di ogni DSU scade il 15 gennaio dell’anno successivo a quello della sua presentazione. Pertanto, decorso tale termine, non si può utilizzare la DSU scaduta ma occorre ogni anno presentarne un’altra. Quindi, in caso di mancata presentazione di una nuova DSU, il beneficio viene sospeso finché non si presenta una nuova DSU. Mentre il richiedente è tenuto a presentare ogni anno la DSU, per le domande in essere non va invece presentata una nuova domanda.
LA DOMANDA

La domanda di assegno deve essere presentata all’INPS, esclusivamente in via telematica, una sola volta, per ciascun figlio, attraverso uno dei seguenti canali:

WEB: servizi telematici accessibili direttamente dal cittadino tramite PIN attraverso il portale dell’Istituto;
Contact Center integrato INPS – INAIL: n. 803164 gratuito da rete fissa oppure n. 06164164 da rete mobile;
Enti di Patronato: attraverso i servizi telematici offerti dagli stessi.

QUANDO SI PRESENTA LA DOMANDA E DECORRENZA DELL’ASSEGNO

La domanda di assegno va presentata, di regola, una sola volta per ciascun figlio nato o adottato o in affido preadottivo nel triennio 2015-2017. In caso di parto gemellare o di ingresso in famiglia gemellare, occorre presentare un’apposita domanda per ciascun minore.

La domanda deve essere presentata entro 90 giorni dalla nascita oppure dalla data di ingresso del minore nel nucleo familiare a seguito dell’adozione o dell’affidamento preadottivo, disposto ai sensi della legge n. 184 del 1983. In tale caso, l’assegno spetta a decorrere dal mese di nascita o di ingresso in famiglia del figlio adottato a seguito dell’adozione o dell’affidamento preadottivo.

Qualora l’assegno non possa essere più concesso al genitore richiedente (perché ad esempio decaduto dalla potestà genitoriale oppure perché il figlio è stato affidato in via esclusiva all’altro genitore), l’altro genitore può subentrare nel diritto all’assegno: presentando per il medesimo figlio una nuova domanda, entro i successivi 90 giorni dall’emanazione del provvedimento del giudice con il quale è stata disposta la decadenza dalla potestà oppure l’affidamento esclusivo all’altro genitore. In tale caso, l’assegno spetta al nuovo genitore richiedente dal mese successivo a quello di emanazione del provvedimento giudiziario.

Qualora il figlio venga affidato temporaneamente ad una famiglia o persona singola, la domanda può essere presentata dall’affidatario entro il termine di 90 giorni dall’emanazione del provvedimento del giudice o del provvedimento dei servizi sociali reso esecutivo dal giudice tutelare. In tale caso, l’assegno spetta a decorrere dal mese di emanazione del provvedimento di affido del Tribunale oppure del predetto provvedimento di affido emanato dai servizi sociali (reso esecutivo dal giudice).

In caso di decesso del genitore richiedente, l’erogazione dell’assegno prosegue a favore dell’altro genitore. A tal fine, quest’ultimo fornirà all’Istituto gli elementi informativi necessari per la prosecuzione dell’assegno secondo le modalità prescelte, entro 90 giorni dalla data del decesso.

In ogni caso, se la domanda è presentata oltre i predetti termini di 90 giorni, l’assegno decorre dal mese di presentazione della domanda.

MODALITA’ DI EROGAZIONE

Il pagamento mensile dell’assegno è effettuato dall’INPS direttamente al richiedente secondo le modalità indicate nella domanda. L’INPS paga l’assegno per singole rate mensili, pari ad 80 euro o 160 euro a seconda della misura annua dell’assegno (960 euro o 1.920 euro, secondo il valore dell’ISEE), nelle modalità indicate dal richiedente nella domanda (bonifico domiciliato, accredito su conto corrente bancario o postale, libretto postale o carta prepagata con IBAN). Il mezzo di pagamento prescelto deve essere intestato al richiedente.

In caso di domanda presentata dal legale rappresentante in nome e per conto del genitore minorenne o incapace, il mezzo di pagamento prescelto dev’essere intestato al genitore minorenne/incapace. Il pagamento dell’assegno è effettuato a partire dal mese successivo a quello di presentazione della domanda. Se la domanda è stata presentata nei termini di legge (entro i 90 giorni), il primo pagamento comprende anche l’importo delle mensilità sino a quel momento maturate.

LA DURATA DELL’ASSEGNO

L’assegno è corrisposto mensilmente per un numero massimo di trentasei mensilità, che si computano a partire dal mese di nascita/ingresso in famiglia.

L’erogazione dell’assegno a favore del richiedente termina:

quando il figlio compie i tre anni di età oppure quando si raggiungano tre anni dall’ingresso in famiglia del minore a seguito dell’adozione o dell’affidamento preadottivo. I tre anni, pari a 36 mesi, si calcolano a partire dal mese di nascita o di ingresso in famiglia (questo mese incluso);
quando il figlio raggiunge i 18 anni di età;
quando il richiedente perde uno dei requisiti previsti dalla legge (ad esempio, in caso di trasferimento della residenza all’estero, perdita del requisito della cittadinanza o del titolo di soggiorno, perdita della convivenza con il figlio, ISEE superiore ai 25.000 euro annui, revoca dell’affidamento);
quando si verifica una causa di decadenza.

CAUSE DI DECADENZA

Il beneficiario, oltre che nel caso di perdita di uno dei requisiti di legge, decade dalla prestazione nei seguenti casi:

decesso del figlio;
revoca dell’adozione;
decadenza dall’esercizio della responsabilità genitoriale;
affidamento esclusivo del minore al genitore che non ha presentato la domanda;
affidamento del minore a terzi.

Il richiedente è tenuto a comunicare all’INPS nell’immediato e, comunque, entro i successivi 30 giorni, la perdita di uno dei requisiti oppure il verificarsi di una delle predette cause di decadenza, fermo restando il recupero da parte dell’INPS delle somme erogate indebitamente.

Qualora il richiedente perda uno dei requisiti previsti dalla legge oppure qualora si verifichi una causa di decadenza, la domanda di assegno può essere presentata per lo stesso figlio dall’altro genitore oppure, in caso di affidamento temporaneo del figlio, dall’affidatario sempre che sussistano in capo a tali soggetti i requisiti di legge.
(Fonte Inps – http://www.inps.it/portale/default.aspx?itemdir=11729)

12 gennaio 2017

AUGURI DI BUONE FESTE DA PRONTOCONSIGLIO!

Lo staff di Prontoconsiglio e Prontofamiglia augura a tutti voi buone feste!
Un altro anno è trascorso, molte le cose che abbiamo fatto, molte le vostre manifestazioni di affetto e riconoscenza. Grazie a tutti per aver creduto in noi.
Ci auguriamo di ricevere il vostro interesse ed apprezzamento anche nel corso del 2017. Noi, da parte nostra, rinnoviamo il nostro impegno per offrirvi la nostra professionalità e dedizione con immutata costanza, sperando di potervi aiutare nelle piccole e grandi difficoltà della vita.
Mara, Nicoletta, Andrea A, Alessandra, Debora, Giovanna, Elena, Andrea D.

Si alle agevolazioni fiscali sulla prima casa anche se non si traferisce la residenza nei termini di legge qualora l’immobile sia adibito a residenza della famiglia.

Sappiamo che la legge ( Legge 168 del 1982, a cui sono succedute la Legge 118 del 1985, la Legge 415 del 1981 e DPR 131 del 1986) prevede e disciplina le agevolazioni fiscali per l’acquisto della prima casa da destinare a propria abitazione a patto che l’acquirente abbia già la residenza nel comune in cui si trova la casa ovvero si impegni nell’atto di acquisto a stabilirla nel detto comune nel termine di diciotto mesi (secondo quanto stabilito dalla Legge 149 del 1995 come modificata dalla Legge 388 del 2000).
Il trasferimento della residenza anagrafica costituisce quindi un vero e proprio impegno ed obbligo del contribuente verso il fisco, il quale, in caso di inosservanza, andrà a richiedere all’acquirente il pagamento di quanto non pagato in forza delle agevolazioni fiscali di cui ha usufruito per l’acquisto della prima casa.
Detto obbligo, però, trova un limite nell’eventuale verificarsi di circostanze imprevedibili ed inevitabili che si verifichino successivamente all’acquisto. In presenza pertanto di tali circostanze l’acquirente che non fissi la residenza nel comune ove si trova l’immobile entro il termine prescritto non decadrà dal beneficio fiscale.
La Cassazione con sentenza n. 1494 del 27 gennaio 2016 ha offerto degli utili chiarimenti in materia.
Nel caso specifico l’acquirente non aveva potuto trasferire nei termini di legge la residenza nel comune ove era ubicato l’immobile acquistato e per il quale aveva richiesto le agevolazioni prima casa in quanto militare di base Nato soggetto a particolari regimi.
La Cassazione ha riconosciuto che tale circostanza non possa definirsi imprevedibile, in quanto conosciuta dall’acquirente e quindi non sia idonea a “scusare” l’acquirente inadempiente. Però, ha osservato la Corte, poiché nel caso specifico nell’immobile viveva in modo stabile la famiglia dell’acquirente è necessario aderire all’orientamento giurisprudenziale per cui “il requisito della residenza va riferito alla famiglia, per cui ove l’immobile acquistato venga adibito a residenza non rileva la diversa residenza di chi ha acquistato in regime di comunione. In particolare bisogna osservare che i coniugi non sono tenuti ad una comune residenza anagrafica, ma reciprocamente alla coabitazione, quindi una interpretazione della legge tributaria conforme ai principi del diritto di famiglia induce a considerare che la coabitazione con il coniuge costituisce un elemento adeguato a soddisfare il requisito della residenza ai fini tributari” (Cassazione n. 14237 del 2000.
Inoltre la Suprema Corte si riporta a quanto pronunciato in precedenza con la sentenza n. 16355/2013 affermando che ciò che in realtà ha rilevanza “non è tanto la residenza dei singoli coniugi, quanto quella della famiglia: l’art. 144 c.c. secondo il quale i coniugi fissano la residenza della famiglia secondo le esigenze di entrambi e secondo quelle preminenti della famiglia stessa, mentre da una parte riconosce che i coniugi possano avere delle esigenze diverse ai fini della residenza individuale, dall’altra tende a privilegiare le esigenze della famiglia quale oggetto autonomo rispetto ai coniugi, pertanto anche la norma tributaria va letta ed applicata nel senso che diventa prevalente l’interesse della famiglia rispetto a quello dei singoli coniugi, per cui il metro di valutazione dei singoli requisiti per ottenere il beneficio deve essere diverso in considerazione della presenza di un’altra entità quale la famiglia”.
Roma, 8 dicembre 2016
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Unioni Civili : possono usufruire del “bonus Mobili”.

Il bonus mobili è una detrazione del 50% delle spese dall’Irpef che la legge offre alle giovani coppie sposate che abbiano acquistato  una abitazione da adibire ad abitazione principale entro determinati termini temporali. E’ necessario che almeno uno dei due non abbia superato i 35 anni di età.

Abbiamo già parlato del bonus mobili in altre occasioni ed abbiamo già esaminato i requisiti per ottenerlo.

Con la circolare del 31 marzo 2016 n. 7/E l’Agenzia delle Entrate ha chiarito che un single di 35 anni può usufruire del bonus se entro il 31 dicembre 2016 si sposa ed acquista una unità immobiliare da adibire ad abitazione principale entro il 2 ottobre 2017.

Ebbene la legge Cirinnà, che come sappiamo ha regolamentato anche le Unioni Civili, ha stabilito che le disposizioni contenenti le parole coniuge o coniugi o termini equivalenti  “si applicano anche a ognuna delle parti dell’unione civile tra persone dello stesso sesso“.

Sulla base di ciò si presume che il Bonus Mobili debba essere applicabile anche alle unioni civili e non solo alla coppia che si sposa, purchè la unione civile sia stata validamente costituita nel 2016, almeno uno dei due membri della coppia unita civilmente sia di età non superiore ai 35anni nel 2016 e purchè la coppia unita civilmente abbia acquistato un immobile da adibire ad abitazione principale.

18/9/2016

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TASI 2016: non si paga se l’immobile è adibito ad abitazione principale. Ripartizione tra proprietario ed inquilino.

La TASI venne istituita nel 2014 ed indica la Tassa per i Servizi Indivisibili. Essa quindi viene versata ai Comuni ove si trovano gli immobili di proprietà per contribuire a tutti quei servizi indivisibili offerti dai Comuni, cioè quei servizi che non possono essere suddivisi fra tutti i residenti nel comune. I servizi indivisibili sono ad esempio l’illuminazione, la sicurezza, la loro manutenzione, l’anagrafe etc.

La Tasi è dovuta sia dal proprietario di un immobile sia dall’eventuale inquilino a cui esso sia locato, secondo quote prestabilite, come vedremo oltre.

La legge di stabilità 2016 ha stabilito che la tassa non sia dovuta sugli immobili  adibiti ad abitazione principale e relative pertinenze, ad eccezione degli  immobili classificati nelle categorie catastali A/1, A/8 e A/9 (cosiddette abitazioni di lusso).

Se l’immobile è locato a terzi e quindi non è adibita ad abitazione principale le cose cambiano.

La Tasi in tal caso verrà suddivisa tra il proprietario ed il condutture (l’affittuario).

La percentuale che dovrà essere pagata dal conduttore  varierà dal 10 al 30% a seconda della percentuale stabilita dai singoli comuni nel 2015. La restante parte della Tasi sarà a carico del proprietario.

Ricordiamo però che se l’abitazione locata costituisca per l’inquilino l’abitazione principale, la Tasi sarà a carico unicamente del proprietario per la sua quota di percentuale, mentre l’inquilino non pagherà nulla.

Cosa accade se l’inquilino non paga la sua quota di Tasi? Ciascuna delle parti (inquilino e proprietario) sarà responsabile per la quota non pagata prevista a proprio carico. Se poi gli inquilini siano più di uno (come ad esempio per gli appartamenti locati a studenti), la responsabilità per il pagamento della quota della Tasi sarà in solido fra tutti gli inquilini. Questo vorrà dire che in caso di mancato pagamento, essa potrà essere chiesta dall’erario ad uno degli inquilini il quale poi potrà rifarsi sugli altri.

La Tasi 2016 deve essere versata in una unica soluzione entro il 16 giugno. Se invece si opta per il pagamento in due rate, la prima dovrà esser versata entro il 16 giugno e la seconda a saldo entro il 16 dicembre 2016.

7/5/2016

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Spese per l’acquisto del condizionatore: è possibile detrarle dalle tasse.

Sta per arrivare il caldo e come ogni anno molti stanno pensando di acquistare o di sostituire il condizionatore. E’ bene sapere che è possibile detrarre dalle tasse le spese per l’acquisto o la sostituzione del condizionatore, sia che avvenga durante una ristrutturazione sia che avvenga per dotare la propria casa di un impianto di condizionamento.

Nel caso di ristrutturazione edile la detrazione per l’acquisto dei condizionatori è pari al 50% del loro costo, oltre ad una riduzione dell’Iva al 10%.  Questo tipo di detrazione è applicabile solo nei casi di unità immobiliari residenziali, nei condomini e parti comuni.

Nel caso invece di climatizzatori ad alta efficienza energetica che sostituiscano l’impianto di riscaldamento la detrazione è del 65% del costo e può essere usufruita per abitazioni, uffici e negozi.

La stessa detrazione del 65% del costo del condizionatore è possibile nell’ambito del bonus mobili (di cui abbiamo già parlato in altro precedente articolo), ma solo se viene effettuata una ristrutturazione edilizia straordinaria per singole abitazioni e condomini.

La detrazione sarà invece del 50% se non vi sia una ristrutturazione in costo.

In tutti i casi la detrazione viene “spalmata” su 10 anni.

Come sempre sarà necessario acquistare il climatizzatore mediante bonifico bancario o con carta di credito e non anche con assegno o cambiale, inoltre sarà necessario conservare la fattura di acquisto per tutti gli anni in cui la detrazione verrà applicata.

L’Agenzia delle Entrate  con la risoluzione 25E del 6/3/2015 ha precisato che i condizionatori sono beni significativi e pertanto su di essi si applica l’Iva al 10%. Tale aliquota però non si applica sul prezzo totale, ma solo sulla differenza tra il valore totale del servizio ed il costo materiale del condizionatore. Per l’acquisto si applica quindi un’aliquota più bassa non già sui condizionatori stessi bensì su un valore ottenuto, come specifica l’agenzia delle Entrate,  “sottraendo dall’importo complessivo della prestazione, rappresentato dall’intero corrispettivo dovuto dal committente, soltanto il valore dei beni significativi. Il valore delle materie prime e semilavorate, nonché degli altri beni necessari per l’esecuzione dei lavori, forniti nell’ambito della prestazione agevolata, non deve essere individuato autonomamente in quanto confluisce in quello della manodopera.

15/4/2016

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Il Bonus Mobili per le giovani coppie: cosa prevede la legge di stabilità 2016.

Tra le tante previsioni, la legge di stabilità 2016 ha disciplinato il così detto bonus mobili per le giovani coppie. Esso consiste nella detrazione Irpef del 50% della spesa per l’acquisto di mobili da parte di giovani coppie, purchè uno dei due abbia meno di 35 anni e purchè siano sposate o convivano more uxorio da almeno tre anni.

Con la circolare n. 7/E del 31.3.16 l’agenzia delle entrate ha poi offerto delucidazioni in merito a questo bonus.

L’art. 1 co. 75  della legge di stabilità 2016 prevede appunto che le giovani coppie costitute da coniugi o da conviventi da almeno 3 anni, nelle quali almeno uno abbia meno di 35 anni, che abbiano acquistato un immobile da adibire ad abitazione principale, possono beneficiare di una detrazione dalla imposta lorda per le spese documentate sostenute per l’acquisto di mobilio di arredo della casa di abitazione.

Tale detrazione va ripartita fra i due in dieci quote annuali di pari importo ed è calcolata su un importo complessivo non superiore a 16.000 euro.

I requisiti richiesti dalla legge per poter usufruire della detrazione devono esser presenti nel corrente anno 2016 e sono:  essere una coppia coniugata o una coppia convivente more uxorio da almeno tre anni; non aver superato i 35 anni di età, almeno per uno dei membri della coppia (il requisito anagrafico è rispettato per i soggetti che compiano 35 anni nel 2016, a prescindere dal mese); aver acquistato nel 2016 o anche nel 2015 una unità immobiliare adibita ad abitazione principale (la casa può essere acquistata a titolo oneroso o gratuito da entrambi o anche da uno solo, purchè in questo ultimo caso il soggetto non abbia superato i 35 anni di età).

La detrazione riguarda le spese affrontate dal 1 gennaio al 31 dicembre 2016 per acquistare i mobili destinati ad arredare la casa e non ricomprendono gli acquisti dei grandi elettrodomestici.

I mobili devono essere nuovi e non vi sono ricompresi le porte, le pavimentazioni, le tende e tendaggi.

Non è rilevante chi dei due della coppia faccia l’acquisto, né che l’acquisto sia effettuato dal membro della coppia di età superiore ai 35 anni.

Il bonus mobili non è cumulabile con il vecchio bonus mobili e grandi elettrodomestici, che riguarda gli acquisti effettuati dal 6 giugno 2013 al 31 dicembre 2016.

Per usufruire del bonus l’acquisto dei mobili deve avvenire con bonifico o con carta di credito.

Le spese dovranno essere documentate e quindi andrà conservata la ricevuta del pagamento e le fatture di acquisto.

11/4/2016

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