Perchè rivolgersi ad un Coach?

Un Coach è nel gergo comune un allenatore.
Il Coach può allenare un cliente singolo, ma anche un Team o gruppo, in ambito privato o aziendale. In tal senso si distingue tra Life Coaching e Business Coaching, il primo rivolto al singolo o anche a piccoli gruppi, il secondo rivolto all’ambiente aziendale. Vi sono poi varie declinazioni del Coaching di tipo aziendale, che distinguono il Team Coaching, il Corporate Coaching e  l’Executive Coaching (per saperne di pù leggi i nostri articoli).

L’allenamento mira ad accompagnare la persona, il manager o il team lungo un processo di ricerca e scoperta delle potenzialità migliori e dei punti di forza, per riuscire a raggiungere un obiettivo futuro sfidante, superando una crisi, gli ostacoli e le interferenze.

E’ importate capire che il Coaching non ha nulla a che vedere con le terapie di tipo psicologico o psicoterapeutico ed un coach non deve essere mai confuso con un terapeuta.

Vivere la vita avendo degli obiettivi e raggiungerli, superando gli ostacoli, rende inevitabilmente felici, dà benessere, fa sentire realizzati, gratifica e riempie. Il padre della filosofia positiva Seligman sosteneva che per essere felici è necessario: provare emozioni positive, essere coinvolti in un fare ed avere degli obiettivi.
Una vita senza obiettivi è spenta, è priva di emozioni positive. Chi non ha obiettivi è emotivamente morto!

Lo stesso vale nell’ambito lavorativo, nelle aziende e nei Team. Creare obiettivi sfidanti vuol dire aumentare la forza del manager o del gruppo, renderlo forte, stimolare l’autoefficacia, aiutarlo a superare le crisi e le situazioni stressanti. Perchè anche nell’ambito lavorativo le menti lavorano meglio se sono stimolate e realizzate, se le persone sentono di far parte di una comunità e se sono felici.

Gli obiettivi si raggiungono facendo ricorso alle migliori potenzialità di ciascun individuo; l’attuazione delle potenzialità crea energia positiva, produce una forza immensa, che porterà in cima alla montagna.
Molti potranno essere gli ostacoli e le interferenze, ma con il metodo del Coaching, accompagnati dal Coach, tutti i muri cadranno, la fatica si supererà e passo dopo passo si arriverà alla vetta.
Non sempre è facile individuare l’obiettivo da perseguire e non sempre è facile percorrere da soli la strada, più o meno lunga, per raggiungerlo. Spesso ci si ferma alle prime difficoltà, si entra in crisi e si rinuncia. Nei Team o nei gruppi si rischia di entrare in un mood ripetitivo di passività ed apatia, che rende il gruppo non più produttivo, stressato e poco coeso.

Ecco allora che può essere utile farsi accompgnare da un Coach Professionista.

Dietro all’obiettivo da raggiungere c’è una motivazione e quindi un bisogno.
Quali sono i bisogni (e quindi gli obiettivi) che una relazione di Coaching può aiutare a soddisfare?
Sono i più vari, potrebbero essere bisogni legati alla produttività e quindi alla voglia di iniziare una nuova professione, cambiare lavoro, migliorare la propria posizione lavorativa, migliorare il Team work, ridurre lo stress del lavoro.
Potrebbero essere, sul piano personale, bisogni di una maggiore autostima o autoefficacia, bisogni volti a realizzare una crescita personale e spirituale, bisogni legati al volersi bene, al poter diventare ciò che si vuol diventare.
I bisogni potrebbero riguardare l’area relazionale e quindi essere legati al miglioramento di una relazione sentimentale, all’affrontare una separazione, a migliorare il rapporto con i figli o con gli amici.

Si rivolge al Coach chi, ad esempio, vuol dimagrire ma non riesce a portare avanti la dieta; chi non riesce a svolgere assiduamente uno sport o lo sportivo che voglia raggiungere un obiettivo particolare ma sia disorientato o abbia bisogno di un supporto; chi non riesce a lasciare il partner o chi non riesce più a comunicare con il partner; il genitore che non sa più come gestire il suo rapporto con i figli; chi vuole reimpostare le sue relazioni di amicizia; chi ha perso l’autostima e non si vuol più bene e vuole darsi una nuova opportunità; chi vuol cambiare casa ma non sa da dove iniziare; chi desidera cambiare lavoro, dare avvio ad una nuova attività ma ha paura del fallimento o di non riuscire, chi voglia aumentare la produttività del proprio Team di lavoro o ridurne lo stress. Ed ancora tantissime possono essere le motivazioni per chiedere di essere accompagnati da un life coach.

Affidarsi ad un Coach Professionista può portare importanti effetti positivi:

  • Avere una idea chiara dei propri obiettivi e del futuro desiderato;
  • Aumentare la consapevolezza, l’autostima e la fiducia in sé;
  • Imparare a scegliere;
  • Conoscere ed usare i punti di forza personale;
  • Conoscere ed attuare le proprie migliori potenzialità e talenti;
  • Migliorare l’ascolto di sé e degli altri;
  • Imparare ad usare la propria creatività;
  • Migliorare la capacità di concentrazione;
  • Imparare a riconoscere le proprie e le altrui emozioni;
  • Imparare a trasformare le crisi in opportunità e gestire lo stress.

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Separazione e divorzio: il figlio ultra maggiorenne va mantenuto e fino a quando?

Fino a quando il figlio maggiorenne va mantenuto dal genitore separato o divorziato non convivente?

Abbiamo già in altri articoli esaminato questo argomento e lo riproponimao qui, in occasione di una recentissima sentenza del Tribunale di Perugia (n. 1082/2018).

Il Tribunale, come già in diverse altre sentenze del Tribunale di Roma, ha negato alla ex moglie in sede di divorzio l’assegno di mantenimento per il figlio maggiorenne (di trentasette anni), non autonomo economicamente e convivente con la madre. Ecco quindi che il padre (ex marito) con il divorzio si libera dell’obbligo di versare mensilmente alla ex l’assegno per il mantenimento del figlio quasi quarantenne.

E’ evidente il motivo di un tale orientamento. Il figlio, ultra trentacinquenne ed anzi più vicino ai quaranta anni, che non abbia seguito un particolare iter formativo giustificativo della non autonomia economica, non potrà essere più mantenuto dal genitore separato/divorziato non convivente, salvo dimostrare che la sua disoccupazione sia da lui indipendente e che cioè abbia fatto di tutto per cercare fattivamente un impiego o per specializzarsi ai fini di un lavoro qualificato.

Ricordiamo infatti che starà al figlio maggiorenne, in tal caso, dimostrare la propria disoccupazione incolpevole, ma chiaramente tale dimostrazione sarà difficile giunti ad una età così avanzata, quando il soggetto dovrebbe aver realizzato le proprie inclinazioni o comunque trovato una propria identità ed autonomia eocnomica.

Insomma, il figlio ultra maggiorenne non può pretendere di essere a carico dei genitori a vita.

Nel caso in esame pertanto la ex moglie, oltre a perdere l’assegno per il mantenimento del figlio, perde anche l’assegnazione della casa familiare. Ricordiamo infatti che la casa familiare viene assegnata alla madre quando in essa conviva con i figli minori o maggiorenni economicamente non autonomi e da mantenere.

Roma, 14 novembre 2018

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Condominio: le spese per l’illuminazione e pulizia delle scale vanno divise secondo l’indice di altezza del piano e non per millesimi.

Parliamo della suddivisione delle spese condominiali per la pulizia delle scale e per l’illuminazione delle stesse. Come ha confermato la Cassazione con l’ordinanza 29217 del 13 novembre 2018 tali spese non possono essere suddivise secondo il criterio della suddivisione millesimale, come in genere avviene.

La suddivisione di tali spese condominiali infatti deve avvenire sulla base dell’altezza dal suolo di ciascun appartamento. La motivazione è logica: chi abita ad un piano alto, o all’ultimo piano, usufruisce sia della puliza delle scale sia della illuminazione, in modo pieno o comunque più completo rispetto a chi abita ad un piano basso. D’altra parte il proprietario di un appartamento sito al piano terra usufruisce della pulizia delle scale e della loro illuminazione solo in piccola parte, quella appunto relativa al piano terra e quindi in misura minore rispetto al proprietario di un appartamento situato al quinto piano.

Ecco quindi che le spese condominiali relative all’illuminazione ed alla puliza delle scale non potranno essere suddivise fra i singoli condomini secondo il normale criterio della ripartizione millesimale, ma bensì in base all’indice di altezza del piano ove si trova l’appartamento.

Roma 14 novembre 2018

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Contratto di locazione: nullo il patto fra locatore e conduttore relativo al pagamento di un canone maggiore rispetto a quello dichiarato nel contratto registrato.

Parlando dei contratti di locazione ci soffermiamo sull’uso, molto diffuso, del pagamento da parte del conduttore di un canone mensile superiore rispetto a quello indicato nel contratto registrato.

Spesso infatti il locatore (proprietario di casa) ed il conduttore (affittuario) si accordano verbalmente al fine di dichiarare un canone più basso nel contratto registrato. Nella realtà il conduttore ogni mese verserà nelle mani del locatore un importo più alto.

Si tratta, è evidente, di un modo per eludere le tasse. Così facendo infatti il locatore potrà dichiarare un reddito da locazione inferiore al reale e quindi pagare meno tasse. E’pertanto una modalità che va unicamente a vantaggio del proprietario di casa, che elude il fisco.

In casi del genere il patto verbale fra locatore e conduttore relativo alla quota maggiore del canone dichiarato è nullo per la legge con la conseguenza che il conduttore potrà agire in giudizio contro il locatore per richiedere ed ottenere la restituzione delle quote maggiorate di canone versate.

Lo ha confermato di recente la Cassazione con la sentenzadel 13 novembre 2018.

Roma, 14 novembre 2018

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Quando l’albero del vicino sconfina nel nostro giardino. Cosa fare?

Accade spesso che i rami dell’albero del nostro vicino superino la recinzione e si affaccino sul nostro giardino, facendo cadere pigne o frutti marci o foglie o che le sue radici superino nel sottosuolo la recinzione e sbuchino nel nostro giardino rovinando il lastricato o le nostre piante o sollevando il muro di confine. Lo stesso dicasi per le siepi del vicino che non potate si propagano nella nostra proprietà soffocando le nsotre piante.

Cosa fare in questi casi?

Premesso che la legge (il codice civile) espressamente prevede a quale distanza minima dal confine debbano essere piantate le piante o le siepi, è bene sapere che in tutti i casi nei quali la pianta (o siepe) del vicino ci arrechi danno perchè sconfina bisognerà chiedere al vicino di provvedere alla potatura.

Si tratta quindi di un onere che spetta al proprietario della pianta, il quale deve assicurarsi che essa non cagioni danno ai vicini, tenendola sempre in ordine e facendo in modo che i rami non finiscano nella proprietà altrui.

Se il vicino, ricevuto il bonario invito, non dovesse provvedere alla potatura, allora sarà necessario rivolgersi ad un legale che diffiderà il proprietario della pianta in modo formale. E se nonostante la diffida nulla verrà posto in essere dal vicino, allora non rimarrà che chiamarlo in causa, richiedendogli anche il risarcimento dei danni.

Tutto ciò per ricordare che non sarà possibile per il proprietario del giardino nel quale i rami si affacciano potarli di propria iniziativa e senza il consenso del vicino, nè tanto meno potarli a sue spese.

Roma, 16 ottobre 2018

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Separazione e divorzio: assegnazione della casa familiare anche se il figlio studia fuori.

La Suprema Corte di Cassazione ha di recente (con ordinanza del 12 ottobre 2018) chiarito i termini della assegnazione della casa familiare in caso di separazione, in particolare riferendosi al caso in cui la figlia maggiorenne dei coniugi separati studia presso una università fuori città.

La Corte ha ribadito in primo luogo il criterio in base al quale la casa familiare viene assegnata ad uno dei coniugi in caso di separazione legale degli stessi (o divorzio). L’unico criterio in realtà è la tutela dei figli minorenni o maggiorenni ma economicamente non autonomi. La casa familiare, cioè, viene considerata come il centro principale degli affetti e degli interessi dei figli e come tale deve esser garantita loro (salvo che non siano maggiorenni ed economicamente autonomi) la permanenza all’interno di essa. Ecco quindi che la casa familiare, anche se di proprietà dell’altro coniuge o in comproprietà fra i coniugi, verrà assegnata al coniuge presso il quale i figli minorenni sono collocati (in genere la madre) o con il quale convivono figli maggiorenni economicamente non autonomi. Pertanto al casa familiare non potrà mai esser assegnata secondo un criterio di sostegno eocnomico al coniuge più debole, ma unicamente per soddisfare il criterio sopra descritto.

L’assgnazione consente al coniuge assegnatario di poter continuare a vivere nella casa familiare dopo al separazione (o divorzio) unitamente ai figli minori o maggiorenni non autonomi. L’assegnazione della casa però non consente  al coniuge assegnatario di poter ricavare frutti dalla assegnazione (cioè ad esempio affittando la casa o parte di essa). Infatti requisito fondamentale è che il coniuge assegnatario viva stabilmente nella casa assegnata e soprattutto che non vi instauri una nuova convivenza con un nuovo compagno/a.

Il quesito che spesso si pone è: se il figlio è maggiorenne non autonomo studente in un’altra città cosa accade? Il coniuge assegnatario conserva il diritto alla assegnazione anche se il figlio in questione vive poco in casa?

Ebbene la giurisprudenza di merito (ad esempio il Tribunale di Roma) e la giurisprudenza di legittimità più di una volta hanno chiarito questo dubbio, precisando (come nella ordinanza della Cassazione di qualche giorno fa) che l’assegnazione della casa permane anche qualora il figlio maggiorenne non autonomo viva per lo più fuori casa a causa degli studi fuori sede. Infatti lo scopo della assegnazione è pur sempre la necessità di garantire al figlio la conservazione dei contatti con le sue origini e con la casa che lo ha visto crescere, anche se di fatto il figlio viva gran parte del tempo fuori città per motivi di studio.

Roma, 16 ottobre 2018

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Gli Assegni Familiari (Assegni al Nucleo Familiare): cosa sono ed a chi spettano.

Assegni Familiari o Assegni al Nucleo Familiare (ANF) cosa sono?

Si tratta di un aiuto economico a carattere mensile che l’Inps (direttamente o mediante il datore di lavoro) eroga al lavoratore dipendente (o ad altre categorie di soggetti) che si trovi in difficili situazioni economiche  e che abbia nel proprio nucleo familiare il coniuge, figli minorenni o  inabili.  E’ quindi senza dubbio un aiuto economico che viene erogato alle famiglie dei lavoratorio pensionati o altre ben precise categorie di persone.

Gli Assegni Familiari possono essere richiesti solamente da particolari categorie di persone e cioè: dai lavoratori dipendenti o disoccupati o cassintegrati, lavoratori in mobilità o malattia, lavoratori parasubordinati iscritti alla gestione separata Inps, pensionati da lavoro dipenente.

Gli Assegni Familiari vengono riconociuti al Nucleo Familiare dei soggetti sopra descritti, nel quale si ricomprende: il coniuge, i figli minorenni, i figli maggiorenni inabili, i fratelli le sorelle o i nipoti minorenni o maggiorenni inabili del richiedente a patto che siano orfani di entrambi i genitori e non abbaino diritto alla pensione come superstiti, nonchè i nipoti in linea retta minori o a carico dell’ascendente conviventi con il richiedente. Non rientra nel Nucleo Familiare il coniuge separato legalmente o i figli affidati all’altro coniuge, i figli coniugati, i figli maggiorenni non inabili, i genitori  i fratelli le sorelle ed i nipoti maggiorenni non inabili.

L’ammontare degli Assegni Familiari varia di anno in anno ed a seconda della composizione del nucleo familiare e del reddito del richiedente. Vi sono apposite tabelle che vengono aggiorante di anno in anno dall’Inps.

La domanda va fatta al datore di lavoro entro il 30 giugno di ogni anno, che provvederà ad erogare l’Assegno Familiare mensile direttamente al lavoratore. Qualora invece si tratti di soggetti che non fanno più riferimento ad un datore di alvoro (ad esempio perchè in pensione o disoccupati) la domanda andrà rivolta direttamente all’Inps.

Roma, 9 ottobre 2018

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Frequentazione limitata padre-figlia in caso di forte conflittualità fra i genitori separati.

E’ del 12 settembre 2018 (n. 22219) l’ordinanza con cui la Suprema Corte di Cassazione ha confermato la decisione della Corte di Appello di Roma che limitava ad un solo giorno il diritto di visita padre – figlia a causa dell’altissima conflittualità fra i genitori.

Nel caso preso in esame dalla Cassazione i due coniugi si erano separati giudizialmente ed in fine la Corte di Appello di Roma aveva limitato ad un giorno le visite fra il padre e la figlia, pur affidando la minore ad entrambi i genitori e collocandola presso la madre.

Precisiamo che in genere i giudici della separazione tendono a favorire i tempi di frequentazione del genitore non collocatario con il figlio minore e ciò per garantire che il figlio conservi con il genitore con cui non vive più in modo stabile una certa familiarità ed intimità.

Ecco quindi che la tendenza è quella di dare al padre (che di regola è il genitore non collocatario) tempi di frequentazione il più possibile ampi, sempre nel rispetto dei suoi impegni lavorativi e delle possibilità abitative. Sempre più spesso infatti vengono garantiti al padre diversi pernotti e quasi una equiparazione dei tempi di permanenza del minore con i due genitori. Chiaramente tutto ciò è possibile ove la conflittualità fra i due genitori non sia tale da rendere difficile la gestione di tali tempistiche e modalità.

Nel caso in esame infatti i due genitori risultavano avere una altissima conflittualità che, come fa notare la Cassazione, costringeva continuamente la figlia minore a dover fare delle scelte e subire il così detto conflitto di fedeltà. La figlia cioè si vedeva continuamente messa al centro dei conflitti fra i genitori, dovendo ogni volta scegliere se schierarsi con la figura paterna o con quella materna.

Per tale ragione i giudici hanno ritenuto di dover limitare ad un giorno le visite padre-figlia.

Tale provvedimento appare effettivamente grandemente limitativo della funzione genitoriale paterna e bisognerebbe valutare tutte le prove e le circostanze emerse nel corso di causa per comprendere fino in fondo le motivazioni di una tale decisione.

Sta di fatto comunque che la forte conflittualità fra i genitori spesso e volentieri viene “punita” attraverso provvedimenti che si ripercuotono sui figli, quasi a voler spingere i genitori a comprendere la necessità di mitigare la conflittualità e ritrovare, magari anche con l’aiuto di professionisti specializzati, una nuova modalità di comunicazione e nuovi equilibri per il bene superiore dei loro figli.

Roma 13 settembre 2018

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Niente assegno divorzile all’ex coniuge che solo per la breve durata del matrimonio non abbia lavorato.

Si discute molto negli ultimi tempi del diritto o meno della ex coniuge all’assegno divorzile ed alla incidenza del tenore di vita goduto durante il matrimonio.

Con una sentenza pubblicata nel maggio 2018 il Tribunale di Roma si è occupato della richiesta di assegno divorzile avanzata da una signora nei confronti dell’ex marito, rigettandola.

Nel caso in esame svariati sono gli elementi sui quali il tribunale ha fondato la propria decisione. Prima di tutto il matrimonio era durato circa un anno e mezzo, pertanto si era in presenza di una breve durata della convivenza fra i coniugi.

In secondo luogo risultava che la signora, con una laurea specialistica in mano, aveva lavorato sino al matrimonio, smettendo di svolgere attività lavorativa solo per la breve durata del matrimonio. In questo modo la signora non aveva perso la sua capacità di procurarsi redditi ed avrebbe ben potuto, dopo la separazione, darsi da fare per riprendere il lavoro e procurarsi così un reddito.

Il Tribunale ha precisa che a nulla rilevava il fatto che in sede di separazione alla signora era stato riconosciuto un assegno di mantenimento di euro 750.00, poichè la natura e la funzione di detto assegno è completamente diversa da quello di divozio. Quest’ultimo infatti ha una natura prevalentemente assistenziale, dovendo essere riconosciuto quando e se l’altro coniuge non abbia redditi idonei a garantirgli una vita decorosa e vicina al tenore di vita avuto nel corso del matrimonio o comunque non possa procurarseli per motivi oggettivi.

Nel concreto l’impossibilità di procurarsi tali redditi deve essere dimostrata dal coniuge che richiede l’assegno, nè vale la sola circostanza di essere iscritto alle liste di collocamento. E’ al contrario necessario che il coniuge richiedente dimostri di essersi fattivamente attivato per procurarsi un lavoro.

La signora in questione, che aveva oggettivamente capacità lavorativa, sia per età sia perchè laureata e con lavoro stabile sino a prima del breve matrimonio, non ha dimostrato di aver cercato un lavoro. Per tale ragione il Tribunale non le ha riconsciuto l’assegno divorzile, non potendosi tollerare la passività di un coniuge il quale pretenda di vivere alle spalle dell’ex dopo un così breve matrimonio pur avendo la possibilità di mantenersi da solo, come faceva prima del matrimonio.

Ecco quindi che non bisogna pensare che la presenza di un assegno di mantenimento stabilito in sede di separazione sia una garanzia per l’ottenimento dell’assegno divorzile.

Roma, 16/08/2018

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Al termine della locazione, il conduttore che rilascia l’immobile occupato da mobili deve pagare.

Parliamo in questo articolo del rilascio dell’immobile da parte del conduttore al termine di una locazione.

Sia che l’immobile venga rilasciato dal conduttore spontaneamente (ad esempio per la naturale fine del contratto di locazione), sia che venga rilasciato coattivamente (ad esempio a seguito di una procedura di sfratto azionata dal proprietario verso il condouttore moroso o per la fine del contratto), esso dovrà essere riconsegnato al proprietario libero da cose e quindi da mobili o attrezzature.

Qualora il locatore proprietario alla restituzione dell’immobile dovesse trovarlo occupato ed ingombro da mobili o attrezzature lasciate lì dal conduttore che non abbia provveduto a rimuoverli, avrà diritto di richiedere al conduttore l’indennità di occupazione.

E’ quanto ha stabilito la Suprema Corte di Cassazione con l’oridinanza del 30 luglio 2018. La Corte infatti ha fondato la decisione sulla circostanza che il proprietario non può subire un pregiudizio dalla inutilizzabilità del proprio immobile a causa della presenza in esso di mbili o attrezzature lasciate lì dal conduttore, sempre che ovviamente tali beni non siano facilmente asportabili e la loro rimozione richieda al locatore un notevole sforzo e sacrificio economico.

Roma, 16/08/2018

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