Perchè rivolgersi ad un Coach?

Un Coach è nel gergo comune un allenatore.
Il Coach può allenare un cliente singolo, ma anche un Team o gruppo, in ambito privato o aziendale. In tal senso si distingue tra Life Coaching e Business Coaching, il primo rivolto al singolo o anche a piccoli gruppi, il secondo rivolto all’ambiente aziendale. Vi sono poi varie declinazioni del Coaching di tipo aziendale, che distinguono il Team Coaching, il Corporate Coaching e  l’Executive Coaching (per saperne di pù leggi i nostri articoli).

L’allenamento mira ad accompagnare la persona, il manager o il team lungo un processo di ricerca e scoperta delle potenzialità migliori e dei punti di forza, per riuscire a raggiungere un obiettivo futuro sfidante, superando una crisi, gli ostacoli e le interferenze.

E’ importate capire che il Coaching non ha nulla a che vedere con le terapie di tipo psicologico o psicoterapeutico ed un coach non deve essere mai confuso con un terapeuta.

Vivere la vita avendo degli obiettivi e raggiungerli, superando gli ostacoli, rende inevitabilmente felici, dà benessere, fa sentire realizzati, gratifica e riempie. Il padre della filosofia positiva Seligman sosteneva che per essere felici è necessario: provare emozioni positive, essere coinvolti in un fare ed avere degli obiettivi.
Una vita senza obiettivi è spenta, è priva di emozioni positive. Chi non ha obiettivi è emotivamente morto!

Lo stesso vale nell’ambito lavorativo, nelle aziende e nei Team. Creare obiettivi sfidanti vuol dire aumentare la forza del manager o del gruppo, renderlo forte, stimolare l’autoefficacia, aiutarlo a superare le crisi e le situazioni stressanti. Perchè anche nell’ambito lavorativo le menti lavorano meglio se sono stimolate e realizzate, se le persone sentono di far parte di una comunità e se sono felici.

Gli obiettivi si raggiungono facendo ricorso alle migliori potenzialità di ciascun individuo; l’attuazione delle potenzialità crea energia positiva, produce una forza immensa, che porterà in cima alla montagna.
Molti potranno essere gli ostacoli e le interferenze, ma con il metodo del Coaching, accompagnati dal Coach, tutti i muri cadranno, la fatica si supererà e passo dopo passo si arriverà alla vetta.
Non sempre è facile individuare l’obiettivo da perseguire e non sempre è facile percorrere da soli la strada, più o meno lunga, per raggiungerlo. Spesso ci si ferma alle prime difficoltà, si entra in crisi e si rinuncia. Nei Team o nei gruppi si rischia di entrare in un mood ripetitivo di passività ed apatia, che rende il gruppo non più produttivo, stressato e poco coeso.

Ecco allora che può essere utile farsi accompgnare da un Coach Professionista.

Dietro all’obiettivo da raggiungere c’è una motivazione e quindi un bisogno.
Quali sono i bisogni (e quindi gli obiettivi) che una relazione di Coaching può aiutare a soddisfare?
Sono i più vari, potrebbero essere bisogni legati alla produttività e quindi alla voglia di iniziare una nuova professione, cambiare lavoro, migliorare la propria posizione lavorativa, migliorare il Team work, ridurre lo stress del lavoro.
Potrebbero essere, sul piano personale, bisogni di una maggiore autostima o autoefficacia, bisogni volti a realizzare una crescita personale e spirituale, bisogni legati al volersi bene, al poter diventare ciò che si vuol diventare.
I bisogni potrebbero riguardare l’area relazionale e quindi essere legati al miglioramento di una relazione sentimentale, all’affrontare una separazione, a migliorare il rapporto con i figli o con gli amici.

Si rivolge al Coach chi, ad esempio, vuol dimagrire ma non riesce a portare avanti la dieta; chi non riesce a svolgere assiduamente uno sport o lo sportivo che voglia raggiungere un obiettivo particolare ma sia disorientato o abbia bisogno di un supporto; chi non riesce a lasciare il partner o chi non riesce più a comunicare con il partner; il genitore che non sa più come gestire il suo rapporto con i figli; chi vuole reimpostare le sue relazioni di amicizia; chi ha perso l’autostima e non si vuol più bene e vuole darsi una nuova opportunità; chi vuol cambiare casa ma non sa da dove iniziare; chi desidera cambiare lavoro, dare avvio ad una nuova attività ma ha paura del fallimento o di non riuscire, chi voglia aumentare la produttività del proprio Team di lavoro o ridurne lo stress. Ed ancora tantissime possono essere le motivazioni per chiedere di essere accompagnati da un life coach.

Affidarsi ad un Coach Professionista può portare importanti effetti positivi:

  • Avere una idea chiara dei propri obiettivi e del futuro desiderato;
  • Aumentare la consapevolezza, l’autostima e la fiducia in sé;
  • Imparare a scegliere;
  • Conoscere ed usare i punti di forza personale;
  • Conoscere ed attuare le proprie migliori potenzialità e talenti;
  • Migliorare l’ascolto di sé e degli altri;
  • Imparare ad usare la propria creatività;
  • Migliorare la capacità di concentrazione;
  • Imparare a riconoscere le proprie e le altrui emozioni;
  • Imparare a trasformare le crisi in opportunità e gestire lo stress.

Scoprite come affidarsi ad un Coach professionista del progetto QuiCoaching


Ansia da pulizie. Cosa nasconde?

Ansia da pulizie. Molte persone soffrono di questo tipo di ansia, cioè l’ansia di avere sempre tutto in ordine e pulito.

Ecco quindi che la casa o l’ufficio deve essere sempre perfettamente pulito ed in ordine, non si va a dormire se prima non si controlla se tutto sia a posto, non si tollera che in casa ci sia un pò di polvere o che il pavimento non sia stato pulito.

Si tratta quindi di una vera e propria forma di ansia, che per altro è molto più comune e diffusa di quel che pensiamo. Essa può colpire tanto uomini che donne e quindi non è strettamente legata alla figura della madre o moglie che in genere si prende cura della casa. Essa si appropria anche degli uomini, sia in casa che fuori.

Cosa nasconde questa particolare ansia? Indubbiamente essa nasconde la necessità di conservare un forte controllo sulle cose materiali e questo per mantenere di pari passo un forte controllo sulle proprie emozioni. Chi soffre di questo tipo di ansia non alscia scorrere, in genere, le emozioni, le paure, le delusioni, le frustrazioni, le comprime piuttosto nel proprio intimo pensando così di controllare tutto se stesso.

La pulizia esteriore riflette il bisogno di purificarsi da qualche cosa, di pulire la propria anima o la coscienza da qualche cosa che si ritiene sbagliato.

Insomma, l’ansia da pulizia è sintomo di qualche cosa di profondo e sbarazzarsene può consentire di vivere meglio, più liberamente.

Ecco quindi che sarà necessario fare piccoli passi, cercando di far fluire le emozioni, di viverle, anche e soprattutto se sono negative e dolorose. Potrà aiutare dedicarsi a quelche cosa di piacevole, come un hobby o uno sport di gruppo, che potrà alimentare l’autostima e far lavorare il cervello su altri e nuovi piani.

Chi soffre di questa ansia potrà provare a superarla da solo oppure facendosi supportare da un coach o un professionista. Sicuramente sarà errato continuare ad assecondare l’ansia da pulizia e sarà un grosso passo in avanti cercare di migliore la qualità della vita attraverso nuovi orizzonti e nuovi modi di affrontare se stessi.

Roma, 9 ottobre 2018

@diritti di riproduzione riservati

Specchiarsi e vedersi brutti. La Dismorfofobia.

Mi specchio e mi vedo brutto o non piacevole o troppo grasso. Quando si può parlare di dismorfofobia?

La dismorfofobia è un disturbo di tipo psicologico che consiste appunto nell’avere una percezione di se stesso non corretta, tendente alla ipercritica e di conseguenza ad una visione negativa del proprio corpo, che viene visto come deforme, brutto, non rispondente ai canoni di bellezza ordinari. In genere il soggetto tenderà a vedere difetti solo immaginari o più spesso ad ingigantire piccoli e normali difetti corporei.

Le persone con tale disturbo possono ritenersi non gradevoli alla vista o anche arrivare a vedersi orribili e ripugnanti, nei casi più gravi.

Chi ne soffre quindi sarà sempre concentrato sul difetto che ritiene essere la causa della sua bruttezza, che in genere è concentrato in una parte del corpo (occhi, viso, gambe, seno etc). Egli tenderà a nascondere questa parte del proprio corpo con vestiti e trucco, a specchiarsi di continuo per verificare se il difetto sia così visibile, a fare eccessiva attività fisica nella speranza di vedersi diverso e più bello, a toccarsi continuamente la parte ritenuta difettosa, ad usare molto trucco o a curare eccessivamente il proprio corpo.

E’ il caso tipico delle donne che pensano di essere troppo grasse pur non essendolo ed arrivano così a dimagrire sempre di più fino ad arrivare anche all’anoressia. Lo specchio e la mente restituiscono loro una immagine completamente falsata, ingigantendo ciò che è normale e creando la convinzione di essere grasse, nonostate la bilancia dica il contrario.

La dismorfofobia (o dismorfismo corporeo) si presenta di solito nell’età adolescenziale per poi permanere ed anzi peggiorare nel corso della vita.

Il disturbo non è facilemnte curabile ed è cronico, cioè permarrà per tutta la vita del soggetto, il quale spesso avrà anche depressione o fobia sociale o disturbi ossessivi compulsivi. E’ statoperò verificato che la terapia psicologica può attenuare tale disturbo, dando buoni risultati. Per tale ragione se ci si rende conto di avere le caratteristiche sopra descritte è bene rivolgersi ad un psicoterapeuta, che potrà aiutare a capire il perchè ci si sente così e come minimizzare gli effetti di un tale disturbo.

Roma, 15 febbraio 2018

@diritti di riproduzione riservati

 

 

Giornata Nazionale contro il Bullismo e Cyberbullismo. Cosa sono.

Oggi 6 febbraio 2018 ricorre la seconda giornata nazionale contro il bullismo ed il cyberbullismo. Oramai bullismo è parola purtroppo nota a tutti, ma val la pena forse cercare di capire cosa effettivamente sia e come riconoscerlo, per aiutare i nostri figli e quelli di chi amiamo a difendersi dal fenomeno, a non lasciarsi coinvolgere ed a non farsi distruggere.

Si sono scritti libri, articoli e lavori specialistici, sono stati fatti progetti nelle scuole, campagne di sensibilizzazione per i genitori ed insegnanti, dibattiti e convegni. Eppure, ad oggi, oltre all’aumento del fenomeno che ormai coinvolge tutti i ceti sociali, ancora si fa confusione quando se ne parla, spesso confondendo il bullismo con la cattiva educazione o con il reato vero e proprio.

Bullismo viene dalla parola inglese “bullying” e ha delle caratteristiche precise.
E’ intenzionale: gli atti del bullo sono aggressivi ed egli intenzionalmente desidera danneggiare la vittima.
E’ripetitivo: ossia è un comportamento duraturo nel tempo, non si esaurisce in un singolo atto comparso durante un litigio.
E’ organizzato: il bullo pianifica i suoi comportamenti disfunzionali affinchè possa colpire la vittima .
Si stabilisce in una relazione in cui i ruoli appaiono rigidi ed immodificabili: il bullo è sempre bullo e la vittima è sempre la vittima.
Esiste uno squilibrio di forze sia fisiche che psichiche tra aggressore e vittima. Si assiste ad un vero e proprio abuso di potere.
A volte le azioni del bullo sono facili da riconoscere altre volte meno.
Esistono infatti azioni indirette come isolare un compagno, ignorarlo, parlare male di lui. Ed azioni dirette come riprendere un compagno con il telefonino e poi diffondere il video, colpirlo fisicamente, minacciarlo.
Altro aspetto spesso sottovalutato è che il bullo non agisce mai da solo, ha sempre bisogno di diverse figure per compiere i suoi gesti: le vittime, gli spettatori, gli aiutanti del bullo e via dicendo.
Da questo si evince che il bullismo è un fenomeno che esprime un disagio relazionale , dove tutti sono coinvolti. L’accento non può essere posto solo su uno degli attori coinvolti.
Se non si riflette su quest’ultimo punto il rischio è di cadere nella logica punitiva. Di colpire il più forte , ammesso che lo sia, secondo un’ottica moralistica, che non solo non aiuta a risolvere il problema, ma non fa altro che amplificarlo.
Spostando invece la riflessione sull’idea che ogni sintomo è un appello, espressione di un disagio, ci poniamo già in un’ottica di cambiamento.

Non dimentichiamo che nell’era di internet il bullismo spesso si esprime attraverso i social e la rete, colpendo nel vivo i ragazzi che divengono vittime di video o foto imbarazzanti, offensivi e denigratori. Si parla in tal caso di Cyberbullismo. E’ il mezzo che cambia, non la sostanza.

Se avete il dubbio che i vostri figli o chi amate sia vittima o addirittura incarni la figura del bullo, non eistate a chiedere aiuto, per verificare la situazione ed eventualmente agire per aiutare i ragazzi ad uscirne e difendersi. Rivolgetevi quindi agli insegnanti per un primo riscontro e poi ad uno psicologo, anche presso la vostra Asl. Conoscere il fenomeno è l’unico modo per riconsocerlo e combatterlo.

6 febbraio 2018

@diritti risrevati

Sindrome di Napoleone, alla base della aggressività e senso di inferiorità.

Si chiama “sindrome di Napoleone” ed il perchè è facile da comprendere.

Storicamente Napoleone era un uomo basso e difatti questa sindrome è identificabile negli uomini che presentano una statura bassa.

La sindrome, che si sviluppa già dall’età adolescenziale, è diagnosticabile in età adulta, soprattutto perchè in età giovane il soggetto non percepisce ancora in pieno il valore della sua statura,nè è soggetto alle pressioni della società e del lavoro.

In buona sostanza l’uomo che presenta questa sindrome ha marcati caratteri aggressivi, senso di inferiorità e di inadeguatezza, che possono portarlo anche a sentimenti di gelosia e di odio.

La statura bassa non deve essere necessariamente legata ad una condizione di nanismo, è sufficiente che la persona sia semplicemente di bassa statura rispetto alla media. Tale situazione, con la crescita, porta l’uomo basso a pensare di non essere all’altezza delle situazioni, sia in ambito sociale che lavorativo o sentimentale. Per tale ragione egli potrebbe sviluppare un forte senso di inadeguatezza e mancanza di autostima che generano rabbia, frustrazione ed in alcuni casi anche odio e violenza verso gli altri.

Si tratta di persone che diventano facilmente aggressice, perdono le staffe e  possono anche arrivare ad atti violenti.

Roma, 15 novembre 2017

@diritti di riproduzione riservati

A che età è giusto consentire alle bambine di truccarsi?

Spesso le bambine chiedono ai genitori di poter mettere del trucco sul viso, quindi rossetto o mascara o anche lo smalto alle unghie delle mani.

Troppo spesso purtroppo si vedono bambine truccate e vestite come adulte a scuola e troppo spesso i genitori consentono alle loro figlie di adottare comportamenti e costumi tipici dell’adulto.

Ci riferiamo qui alle bambine fino alla età preadolescenziale e quindi fino a tutto il periodo delle scuole medie.

E’ normale che le bambine ad un certo punto vogliano imitare la mamma, iniziando ad usare le sue scarpe, i suoi trucchi o i vestiti e giocando a fare le adulte in casa. Nessun problema fin qui. E’ infatti importante che i bambini sperimentino la fase del travestimento, che permette loro di prendere coscienza della loro individualità.

L’errore invece è di consentire loro di usare questi “travestimenti” anche al di fuori delle mura domestiche ed iniziare quindi ad avere comportamenti da adulte all’esterno, a scuola o nei momenti liberi fuori casa. Le bambine iniziano ad usare lo smalto o il mascara o il rossetto o vestiti da adulte nella vita quotidiana, perdendo la loro identità di bambine troppo presto.

E’ possibile consentire alle bambine di usare magari un pò di smalto o del mascara in una occasione particolare come un compleanno, ma deve trattarsi di una eccezione.

Sarà sufficiente spiegare alla figlia che è ancora troppo piccola per usare i trucchi o vestiti non adatti alla sua età, senza troppe altre spiegazioni. Il genitore deve far sentire la propria autorità, non lasciandosi convincere dal fatto che altre bambine nella scuola usano i trucchi.

Roma, 29 settembre 2017

@diritti riservati

E’ giusto fare il bagno con i propri figli piccoli? Se si, fino a che età?

Una domanda che molti genitori si pongono è se sia giusto fare il bagno o la doccia insieme ai propri figli piccoli.
Il dubbio che giustamente coglie mamma e papà è se il bambino possa vivere tale condivisione intima in modo errato, traendone quindi input sbagliati e provocandogli imbarazzo.
In realtà il bambino non vive la nudità come la vive l’adulto, non ha la maliza di quest’ultimo e non è in grado di leggere oltre la nudità. Per il bambino condividere un bagno con il genitore o anche con un fratello o sorella più grande sarà un divertimento e certamente non vivrà il momento con alcun imbarazzo.
Il presupposto, però, è che il genitore sappia affrontare questo momento intimo con naturalezza, senza manifestare imbarazzo.
A propria volta il bimbo si sentirà a proprio agio. Noterà le differenze fisiche, ma non darà a questo alcun valore sessuale o malizioso, in quanto il bimbo ha un vissuto del tutto diverso dall’adulto. Il bimbo potrà fare all’adulto delle domande sul corpo ed in tal caso il genitore dovrà rispondere con maturalezza e semplicità, soddisfacendo la curiosità del bambino.
Sia ben chiaro che il genitore dovrà evitare di stimolare inavvertitamente parti delicate del figlio, il che potrebbe provocare stati di eccitazione involontari che potrebbero turbare il bimbo creandogli disagio. Sta quindi al genitore, durante il lavaggio delle parti intime del figlio piccolo, stare attendo agli stimoli percepiti dal piccolo.
Gli psicologi, però, evidenziano che a partire dai 6 anni sia necessario portare il bambino alla autonomia anche nella fase della pulizia personale, abituandolo piano piano alla completa autonomia e facendogli comprendere l’importanza ed il valore della riservatezza e della intimità.
Roma, 4 maggio 2017
@diritti di riproduzione riservati

Gelosia: cosa è e quando supera i limiti della normalità.

La gelosia è un sentimento del tutto normale, che chiunque almeno una volta nella vita può provare nei confronti di un partner o di un amico o fratello o genitore. E’ un sentimento che nasce dalla paura di perdere la persona amata.

Da un punto di vista evoluzionistico la gelosia trova il suo scopo nella conservazione della specie. Nel maschio in particolare è legata alla necessità atavica di garantire la continuità della progenie mediante figli propri, nella femmina invece nella necessità di conservare accanto l’uomo che provvede a nutrire i suoi figli.

La gelosia come emozione rientra nella normalità se non diventa un pensiero costante e persistente, che limita la vita della persona condizionandola. Se si pensa intensamente, per diverse ore al giorno se non tutto il giorno, alla possibilità che il partner tradisca o che l’amico stia con altri amici e se a tale emozione si accompagnano stati di ansia e di paranoia molto intensi con tratti ossessivi e con azioni che possono sfociare anche nella violenza e nella distruzione dell’altra persona o dei rivali, allora si è nell’ambito di quella che viene definita gelosia patologica.

La gelosia patologica è caratterizzata da comportamenti ossessivi, ansia, paranoia, stress. Il geloso patologico controlla ossessivamente tutti i movimenti del partner, il suo telefono, lo segue o lo fa seguire, si insospettisce se non risponde subito al telefono o se riceve una telefonata fuori orario e nei casi più gravi può arrivare a compiere azioni lesive della libertà del partner o in danno della sua incolumità fisica o di terzi.

La psicologia inserisce la gelosia patologica fra i deliri (così è catalogata nel DSM IV). Al delirio si arriva quando la gelosia non è più controllabile ma anzi controlla essa stessa la vita della persona, la quale è convinta intimamente che il partner (o la persona oggetto della sua gelosia)la stia tradendo.

La gelosia patologica può essere di quattro tipi: la gelosia depressiva, per il cui la persona non si sente all’altezza del suo partner; la gelosia ansiosa per cui la persona ha l’incubo di essere lasciata;  la gelosia ossessiva caratterizzata dal dubbio costante di essere traditi; la gelosia paranoica caratterizzata da un sospetto costante ed eccessivo.

In genere la persona gelosa oltre i limiti della normalità è di base una persona timida, fortemente insicura, che si sente inadeguata, non ben inserita in un contesto sociale e spesso con altri problemi di tipo psicologico, come depressione, ansia, alcolismo, dipendenze.

Nella gelosia normale non vi è differenza fra uomini e donne, entrambi provano gelosia. Forse le donne la affrontano maggiormente a livello emotivo spesso cadendo in depressione,  mentre gli uomini più a livello pratico, anche andando ad affrontare il rivale. Entrambi però tenderanno a rimuginare tormentandosi.

La gelosia patologica richiederà ovviamente l’intervento di un terapeuta, che anzi sarà necessario per evitare che la gelosia possa sfociare in gesti estremi. Ricordiamo per inciso che gli episodi di femminicidio determinati da stati di gelosia patologica sono purtroppo presenti nelle pagine della cronaca nera ogni giorno.

La gelosia normale invece potrà essere affrontata lavorando sul proprio senso di sicurezza, rinforzando la propria autostima, parlandone liberamente senza tenere tutto dentro. Per superare la tendenza ad essere gelosi sarà quindi necessario imparare a stare bene con se stessi, stimarsi e sentirsi forti, anche da soli.

Spesso i nostri psicologi della nostra sede di Roma si trovano a dover dare un aiuto anche a persone che, pur non essendo colpite da gelosia patologica, vivono male a causa di sentimenti forti di gelosia, che limitano la loro vita sentimentale o sociale, fino quasi ad isolarli. In questi casi il supporto di uno psicologo può essere di grande aiuto per capire i meccanismi della gelosia e le sue origini e per riconquistare la sicurezza in se stessi.

24 marzo 2017

@diritti di riproduzione riservati

Se l’incapacità dei genitori è irreversibile il figlio minore viene dichiarato adottabile.

Quando il Tribunale accerta che i genitori di un minore non abbiano capacità genitoriali né siano in grado di recuperarla attraverso l’aiuto di un valido sostegno psicologico ed inoltre mettano in serio pericolo la stabilità psichica dei figli a causa della fortissima conflittualità esistente fra loro, potrà dichiarare lo stato di  abbandono dei minori e quindi la loro adottabilità.

L’abbandono, come precisa una recente ordinanza della Corte di Cassazione (del 27 febbraio 2017 VI sezione civile) “si configura come grave e irreversibile violazione degli obblighi dei genitori di educazione, mantenimento ed istruzione dei figli, ai sensi dell’art. 30 Cost. e artt. 147 e 316 c.c.. Ma tale irreversibilità va correlata alle esigenze di armonico sviluppo dei minori, e dunque l’eventuale recupero della inadeguatezza genitoriale dovrebbe essere determinato, certo e ragionevolmente breve, dovendosi pertanto verificare la concreta possibilità di pregiudizio per il minore, dovuto all’incertezza e alla durata del percorso di recupero genitoriale.”

La Cassazione pertanto ha posto l’accento sul concetto di irreversibilità dello stato di abbandono in cui si trovano i minori, essendo necessario, per poterne dichiarare l’adottabilità, che l’inadeguatezza dei genitori non sia sanabile in alcun modo attraverso un valido percorso di recupero.

L’abbandono si verifica pertanto quando i minori non abbiano il necessario sostegno genitoriale nel processo di crescita ed anzi siano costretti a vivere in un ambiente domestico caratterizzato da violenze, incomprensioni, mancanza totale di comunicazione e di rapporti fra genitori e figli e fra i genitori stessi. La irreversibilità si ha per accertata nel momento in cui i genitori non abbiano voluto collaborare al percorso di recupero attraverso l’aiuto di psicologi e dei servizi sociali, manifestando la più completa incapacità di modificare i meccanismi di conflitto nei quali vivono e nei quali costringono a vivere i minori, spettatori passivi di violenze e di litigi.

In tutti questi casi i minori vengono dichiarati adottabili e ciò unicamente a tutela della loro integrità fisica e psicologica.

Nel caso preso in esame dalla Cassazione, pertanto, veniva respinto il ricorso dei due genitori a fronte del provvedimento del tribunale e della corte di appello di adottabilità dei loro figli. Infatti la Cassazione evidenzia che sebbene i due genitori avessero manifestato un miglioramento, questo non poteva esser considerato definitivo ed anzi appariva del tutto incerto e non idoneo ad evitare la irreversibilità di cui sopra.

Roma, 20 marzo 2017

@diritti di riproduzione riservati

Cosa è il disturbo ossessivo compulsivo e chi ne soffre.

Il Disturbo Ossessivo compulsivo rientra fra i disturbi d’ansia. Esso si distingue per la presenza  di due elementi fondamentali: le ossessioni e le compulsioni. Le prime sono delle idee, dei pensieri, dei sentimenti che occupano ripetutamente la mente indipendentemente da qualunque volontà. Il soggetto quindi si ritrova a pensare continuamente in modo ossessivo ed ansioso ad una idea o situazione. Le compulsioni sono degli specifici atti, come ad esempio pronunciare determinate parole, contare o pronunciare frasi senza senso, oppure sono comportamenti come controllare ripetutamente di aver chiuso le porte o finestre, camminare evitando di mettere il piede su certe linee di divisione, lavarsi ripetutamente le mani. Si tratta in ogni caso di atti o comportamenti paragonabili a dei rituali che la persona pone in essere per prevenire o evitare situazioni temute, sia reali che supposte.

La caratteristica delle ossessioni e delle compulsioni è appunto l’impossibilità per la persona che soffre del disturbo di fare a meno di pensare e fare certe cose, pur rendendosi conto che si tratta di sintomi di uno stato ansioso.

Chi soffre di questo disturbo si trova in una prigione fatta dai suoi stessi pensieri e riesce a liberarsi solamente mettendo in atto, ogni volta in modo ripetuto, un dato comportamento. Fino a che questo comportamento compulsivo non venga realizzato la persona sarà assalita da una forte ansia, che non farà altro che alzare le sbarre della sua prigione.

Le ossessioni sono le più varie, a titolo di esempio possiamo citare le più comuni:

-L’ossessione della pulizia, di contaminazione da batteri, sporcizia, malattie. Da questa deriva il bisogno compulsivo di lavarsi in continuazione, di disinfettare tutto quel che viene toccato;

– L’ossessione di avere capito bene una parola o frase, di aver danneggiato qualcuno magari investendolo con l’auto, di aver scelto bene un indumento da indossare, di aver fatto bene certe azioni come chiudere il gas o l’acqua;

– L’ossessione di procurare ad altri o a sé un danno, il che porta ad esempio la persona ad assicurarsi ripetutamente di aver chiuso bene il cassetto dei coltelli o degli attrezzi;

– L’ossessione per l’ordine e la simmetria degli oggetti, come le scarpe, i vestiti o i soprammobili;

– L’ossessione di essere omosessuale, di avere pensieri perversi di tipo sessuale;

-L’ossessione che possa accadere qualche cosa di brutto ad un familiare;

– L’ossessione nel ripetere numeri ritenuti magici o sfortunati.

Come abbiamo detto il disturbo ossessivo compulsivo è un disturbo d’ansia e quindi legato in primo luogo a situazioni gravi di stress fisico ed emotivo. Esso però può essere determinato anche da una specifica vulnerabilità della persona che viene colpita da anomalie dei circuiti nervosi. Questi infatti nella normalità fanno uso delle esperienze passate per superare certe paure o ansie. Se il circuito nervoso si comporta in modo anomalo non farà tesoro delle esperienze passate e quindi provocherà un corto circuito che porta alla ossessione. In genere le anomalie sono determinate da eventi traumatici vissuti nella infanzia, in paure inconsce ed insicurezze non superate.

Ancora si discute se il Disturbo Ossessivo Compulsivo sia o meno legato ad un fattore genetico, ma ancora non è possibile stabilirlo con certezza.

In genere il Disturbo affiora prima dei trenta anni e va sviluppandosi fino a radicarsi.

E’ in genere normale avere delle piccole “manie”, che non sono però qualificabili come ossessioni. Se queste però iniziano a diventare  ripetute ed a creare ansia, presentando gli elementi sopra descritti, allora ci si troverà davanti ad un vero e proprio disturbo.

Chi soffre di questo disturbo tenderà spesso a non ammetterlo, addirittura arrivando ad isolarsi pur di non mostrare agli altri di avere un disturbo.  Sarà però necessario che le persone vicine aiutino questi soggetti a chiedere aiuto alla psicoterapia per poter riconquistare una vita più serena. Si tratta di percorsi terapeutici impegnativi, che metteranno alla prova il soggetto e lo costringeranno a fare i conti con le sue paure ed ossessioni, ma si tratta sicuramente di  percorsi utili ad imparare a vivere ogni giorno con meno ansia, liberandosi man mano delle ossessioni.

Per saperne di più chiedete ai nostri psicologi di Roma.

14/3/2017

@diritti di riproduzione riservati